L’etica nei social: la vera sfida

Analisi – L’effettiva capacità di autoregolamentazione delle piattaforme web e i rischi di una circolazione virale di contenuti pericolosi: libertà di espressione e informazione o tutela della collettività? L’analisi di Alberto Rossetti: tocca a noi imparare a non cercare il marcio, non condividendolo per puro gioco

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«La nostra missione è offrire a chiunque la possibilità di esprimersi e un punto di osservazione sul mondo». Il primo video caricato su YouTube risale al 23 aprile 2005 e si intitola «Me at zoo». Nel video, di soli 19 secondi, si vede Jawed Karim, uno dei tre fondatori di YouTube, che parla della proboscide degli elefanti che si trovano alle sue spalle. Nessuno poteva allora immaginare cosa sarebbe diventato YouTube, così come non era possibile intuire quanto peso i social network avrebbero avuto nella vita dell’essere umano. Come mi raccontava una ragazzina di 16 anni qualche giorno fa, queste nuove tecnologie hanno grandissime potenzialità ma nessuno può dire esattamente fino a dove ci porteranno.

I numeri di YouTube sono incredibili. Ogni minuto nel mondo vengono caricati oltre 400 ore di video e accedono alla piattaforma circa 1,9 miliardi di persone al mese. I valori a cui si ispira YouTube, si legge sul sito, sono quattro: libertà di esprimersi; libertà di informarsi; libertà di cogliere le opportunità; libertà di unirsi. L’idea, condivisa con tante altre piattaforme, è che YouTube possa rendere il mondo un posto migliore in cui vivere. Ma è davvero possibile tutto questo? Può un social network eliminare, o comunque ridurre, il male che si nasconde dentro alle persone?

Sembrerebbe di no. YouTube viene infatti periodicamente chiamata in causa come responsabile di alcuni fenomeni sociali. Per essere corretti, non solo YouTube. Lo stesso processo viene riservato a tutti gli altri social network, da Facebook a Instagram, da ThisCrush  a Snapchat. L’accusa mossa a queste piattaforme è quella di non fare abbastanza per impedire la circolazione di contenuti considerati pericolosi o comunque di dubbio gusto. Da questa prospettiva la colpa del dilagare di alcuni comportamenti pericolosi, come ad esempio la recente Bird Box Challenge, ovvero girare bendati per la città facendosi riprendere da uno smartphone, sarebbe da imputare ai social network. Qualcosa di vero indubbiamente c’è. Mai prima d’ora erano esistite comunità così grandi di persone in grado di condividere video, foto e racconti. Questo vale per gli aspetti positivi dei social network e non può non valere per quelli più negativi. Ma può bastare dare la colpa ai social, ai like, alla ricerca delle visualizzazioni? In fondo sono gli esseri umani a metter in atto i comportamenti pericolosi, rischiando in alcuni casi anche la vita, e a pubblicarli sui social network.

YouTube è comunque corsa ai ripari. La società californiana di proprietà di Google ha infatti appena annunciato di avere eliminato tra luglio e settembre circa 7,8 milioni di video, 1,7 milioni di canali e oltre 224 milioni di commenti che in qualche modo violavano le linee guide imposte da YouTube. Non solo. Sulla piattaforma non sarà più possibile pubblicare video in cui le persone mettono seriamente a rischio la propria vita e, nel caso dei minori, anche quelli in cui c’è un serio pericolo di subire lesioni e danni fisici. Ovviamente, è bene ribadirlo, YouTube non può impedire che un video venga caricato, ma può procedere alla rimozione del contenuto una volta appurata la violazione delle norme. Sembrerebbe un modo per arginare, non è possibile sapere fino a che punto, la viralità di certe sfide particolarmente violente o comunque pericolose.

Questa notizia apre una serie di riflessioni sul posto che tutti i social network hanno assunto all’interno della nostra realtà e su quanto sia ancora possibile per queste aziende chiudere gli occhi in nome della libertà di espressione, di informarsi, di cogliere le opportunità e unirsi.

I nuovi media hanno certamente un grande potere nell’influenzare i comportamenti delle persone. Prendiamo ad esempio la figura dell’influencer. In un mondo sempre più connesso le persone popolari, che hanno cioè molti contatti, sono in grado di far arrivare i propri messaggi a un numero molto elevato di utenti. Ma c’è di più. Queste figure nascono, almeno inizialmente, dall’assenza dell’intermediazione, dal basso, dall’idea di una singola persona. Il rapporto che riescono a instaurare con i loro follower, i seguaci, è per questo diretto e non intermediato per esempio dalle scelte di un direttore di un canale tv. I loro messaggi, di qualunque tipo essi siano, arrivano in maniera diretta perché è come se venissero pronunciati da un amico, da un fratello maggiore, da qualcuno che si percepisce come molto vicino. Questo è a mio avviso un aspetto nuovissimo che differenzia gli influencer, che siano youtuber, muser o star di Facebook e Instagram, da tutte le persone famose che circolavano prima dell’avvento dei social. Un influencer ha molto potere sui suoi follower.

Potere che ovviamente non è passato inosservato. Esistono infatti alcune agenzie che aiutano gli influencer a far fruttare, anche in termini economici, il loro potere facendo in modo che mantengano quella spontaneità che è il segreto del loro successo. Con questo non intendo giudicare chi fa questo lavoro, solo sottolineare che il successo di queste nuove figure professionali è la testimonianza diretta della capacità che la rete ha di influenzare le decisioni delle persone. Non potrebbe essere altrimenti. La rete è fatta di uomini, di gruppi e di comunità ed è normale che si resti influenzati dai comportamenti delle persone con più popolarità all’interno del gruppo. Solo, nessuno poteva immaginare che i gruppi sarebbero stati così vasti, immateriali e veloci nel far girare informazioni.

Da questo punto di vista YouTube ha fatto bene a rimuovere alcuni video e a rendere più stringente alcune norme di utilizzo della piattaforma. In qualche modo è come se riconoscesse una propria responsabilità in questo meccanismo molto pericoloso. Il buon utilizzo dei social network dipende certamente dall’uso che gli utenti ne fanno. Ma è altrettanto corretto riconoscere a tutte le reti, anche quelle non digitali, il peso che hanno nell’influenzare le persone. Chiedere di non condividere certi video è quindi un modo corretto per mandare messaggi positivi.

Allo stesso tempo, però, non basta. Qui finisce la responsabilità delle piattaforme e inizia quella dell’essere umano. In fondo, chi mette in atto un comportamento pericoloso, chi rischia la vita, chi non si rende conto dei guai a cui potrebbe andare incontro per poter rispondere a una sfida su un social o per cercare maggiore popolarità, è sempre e soltanto un essere umano, non un algoritmo. Perché si fa tutto questo? Per un like, per un follower, perché si vuole diventare popolari? Non c’è solo una risposta. Spesso, soprattutto quando parliamo di ragazzi, manca una vera e propria consapevolezza di quello che si sta facendo. L’adolescente, specialmente se spinto dal gruppo, non si ferma più di tanto a ragionare sulle conseguenze dei suoi atti. In più, l’idea che si possa diventare importanti, famosi, popolari e influenti attraverso la rete e con il minimo sforzo è particolarmente attraente. Da questo punto di vista servirebbe una riflessione seria, fatta soprattutto dagli adulti, sui valori che la nostra società sta passando ai giovani. Se a contare sono solo il successo e il denaro, è normale che si cerchi la via più breve per raggiungerla.

C’è poi un ultimo aspetto non secondario da mettere a fuoco. I social network rappresentano almeno in parte uno specchio della nostra società. Su YouTube, in tutte quelle ore di video caricate ogni secondo, ci sono infinite rappresentazioni del mondo, punti di vista di persone così lontane ma nello stesso tempo vicine tra di loro. Le troviamo tutte nello stesso luogo, sulla medesima piattaforma, ma parlano da prospettive e culture differenti. Sui social network incontriamo dunque il mondo in tutte le sue pieghe, quelle belle allo stesso modo di quelle brutte. Pensare di poter eliminare il male dal mondo, di avere una rete che censura il brutto per far vedere solo le cose belle, non può e non deve essere la soluzione. Da questo punto di vista la rete è innocente. Una delle caratteristiche più interessanti dei social network è infatti la capacità di unire persone anche estremamente lontane tra di loro, rendendole più vicine. Se non vogliamo perdere questo aspetto che può effettivamente renderci più umani, dobbiamo evitare che la censura ingabbi ed elimini le differenze. Dobbiamo cioè imparare a non andare a cercare il marcio, evitare di dargli spazio, non condividerlo per puro gioco. Sappiamo che c’è, dentro e fuori ciascuno di noi. Sappiamo che nessun social network, al di là degli ideali di libertà che promette, potrà mai eliminarlo del tutto. Spetta a ciascuno di noi il compito di non renderlo virale, lasciando che resti relegato da qualche parte della rete. Questa è forse la sfida più grande.

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