L’Etiopia sull’orlo della guerra civile

Corno d’Africa – La parabola del premier etiope: dallo storico accordo di pace e con l’Eritrea all’offensiva militarie nello Stato del Tigran. La testimonianza di Ephrem Tadesse, da sei anni in Italia, studente a Torino in Morale sociale

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«In Etiopia non c’è un governo che cerca il bene del popolo. Alla gente purtroppo importa solo che chi è al potere appartenga alla propria tribù e a chi è al potere interessa solo conservarlo più a lungo possibile, questo è il problema del nostro Paese e per questo ora non credo che la situazione possa migliorare…».

A parlare è Ephrem Tadesse, etiope, da sei anni in Italia, studente a Torino in Morale sociale. Commenta così l’escalation di violenza che sta insanguinando l’Etiopia – nella notte tra il 3 e il 4 novembre il primo ministro etiope Abiy Ahmed ha annunciato l’inizio delle operazioni militari nello Stato settentrionale del Tigrai, poi ha cambiato i capi dell’esercito e sostituito il ministro degli Esteri;  i pochi media locali che non sono stati chiusi dichiarano già centinaia di morti negli scontri – attribuendola sia ad un odio tribale antico, riemerso in vista delle elezioni che si sarebbero dovute tenere nei mesi scorsi e che sono state rinviate per la pandemia, sia ad un sempre più marcato tentativo del premier Abiy Ahmed di conservare la leadership.

Abiy Ahmed, capo del governo federale etiopico dal 2018, insignito del Nobel per la Pace per l’Accordo di riconciliazione con l’Eritrea siglato l’anno successivo, è il primo capo di governo della storia dell’Etiopia di origine Oromo. «Gli Oromo», spiega Tadesse, «sono l’etnia più numerosa del Paese. Dal ‘91, quando cadde la dittatura di Menghistu Haile Mariam, erano sempre stati i Tigrini al potere e lo avevano mantenuto cercando di sottrarre terre e risorse alle altre etnie, come gli Amhara, da cui proveniva la classe dirigente del Paese. Con l’elezione di Abiy la situazione si è ribaltata: il premier inizialmente ha fatto rientrare i leader che erano scappati dal Paese, liberato tanti prigionieri, avviato riforme importanti, ricevuto il Nobel per la pace per l’accordo con l’Eritrea, ma con il tempo ha perso consensi e questo ha fatto peggiorare la situazione».

Una situazione già aggravata da un contesto di estrema povertà (47 per cento della popolazione vive sotto la soglia della povertà) legata alla carestia e poi agli effetti della pandemia «e in cui, a poco a poco, ci si è resi conto che solo chi appoggia dichiaratamente il governo viene aiutato, così i poveri si sono ancora più impoveriti e i dipendenti delle istituzioni arricchiti. Questo ha acceso ancora di più gli animi». «Nello Stato del Tigrai», prosegue Tadesse, «il Fronte popolare di liberazione del Tigrai (Tplf) non ha accettato il rinvio delle elezioni e si sono svolte ugualmente, ma immediatamente sono state dichiarate non valide da Abiy. Di fatto molta gente del Paese non crede che la causa del rinvio sia la pandemia, ma piuttosto una scusa, perché il premier ha capito di non avere in questo momento sufficiente consenso per essere rieletto. La gente, infatti, guarda oggi piuttosto con fiducia a Mohammed Jawar, Oromo, che lo stesso premier aveva fatto rientrare dall’esilio, ma poi l’ha incarcerato e accusato di essere antigovernativo».

La stessa uccisione, nel giugno scorso, ad Addis Abeba, del cantante e attivista Oromo, Hachalu Hundessa, ha scatenato violenze e sospetti sul governo e un rimbalzo di accuse. «Anche la pace con l’Eritrea ora è considerata con sospetto», dice Tadesse, «come un accordo con un governo che non è democratico…» ed è al confine con la regione degli oppositori Tigrai.

«Ormai la situazione è grave: la speranza è solo che il Paese riscopra il valore della legalità, del rispetto, che la gente capisca che è importante essere governati da chi non viola le leggi per i propri interessi, la pace non si costruisce dividendo».

Sul rischio di guerra civile proprio nel Paese nel Nobel per la pace si sono levate negli ultimi giorni le voci della comunità internazionale: il 10 novembre il presidente della commissione dell’Unione africana (Ua), Moussa Faki Mahamat, ha chiesto la «cessazione immediata delle ostilità» nella regione dei Tigrè, e ha anche esortato il governo centrale e le autorità dello Stato regionale dei Tigrè a impegnarsi per un dialogo teso alla ricerca di una soluzione pacifica, esprimendo la disponibilità dell’Unione africana per la risoluzione del conflitto.

Già il 3 novembre il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres aveva espresso «la grave preoccupazione per gli attacchi con obiettivi civili in Etiopia» e aveva fatto appello «a passi urgenti per calmare le tensioni attraverso un dialogo inclusivo e pacifico». Così anche Papa Francesco al termine dell’Angelus dell’8 novembre: «Seguo con preoccupazione le notizie che giungono dall’Etiopia. Mentre esorto a respingere la tentazione dello scontro armato, invito tutti alla preghiera e al rispetto fraterno, al dialogo e alla ricomposizione pacifica delle discordie». Due giorni prima i Vescovi cattolici dell’Etiopia avevano dichiarato: «Se i fratelli si uccidono, l’Etiopia non guadagnerà nulla. Invece ciò porterà il Paese al fallimento e non gioverà a nessuno».

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