L’Italia è ferma, “i conti non torneranno”

Economia – I dati Istat svelano un’ulteriore decrescita della produzione. L’allarme di Confindustria: “crescita zero, ripartiamo dal lavoro”. L’Ocse boccia Reddito di Cittadinanza e Quota 100: “il debito è destinato a salire”

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Il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia

La tesi sostenuta nell’autunno scorso da parte dei nostri governanti in sede di discussione con la Commissione europea per rientrare in un livello accettabile del deficit pubblico ovvero 2,04 invece del 2,4 per cento pomposamente annunciato dal balcone di Palazzo Chigi, era sostanzialmente fondata su una buona previsione di crescita dell’economia, quale si sarebbe generata dall’incremento della domanda per effetto dei due provvedimenti governativi del reddito di cittadinanza e della quota 100 per aprire la possibilità di anticipare il pensionamento.

A parte la constatazione che l’uno e l’altro provvedimento scontano la fatica del passare dall’enunciazione alla pratica e quindi stentano a divenire operanti anche perché la dimensione  della massa delle adesioni è per ora meno vasta del previsto, quella tesi pare per ora non avere riscontro.

Del fenomeno pare essersi reso conto lo stesso governo che di recente sembra essersi convinto della necessità di rendere concreta l’ipotesi di sbloccare i cantieri delle opere infrastrutturali al fine di generare concreti posti di lavoro e salari veri e duraturi. Necessità che tuttavia stenta nuovamente a divenire concreta, vista la difficoltà di addivenire ad un decreto condiviso e operante.

Di fatto gli ultimi impietosi dati Istat svelano un’ulteriore decrescita della produzione e l’entrata in una nuova fase pre-recessiva, di certo enfatizzata da un rallentamento generale dell’economia internazionale, in specie europea, dalla quale deriva una diminuzione delle esportazioni ovvero della nostra principale risorsa di sicurezza.

Si comprende quindi la portata delle considerazioni del presidente Confindustria Vincenzo Boccia secondo il quale il rallentamento dell’economia è maggiore di quello che s’immaginava, il che obbliga a reagire e a trovare soluzioni riportando l’attenzione al lavoro e all’occupazione, nella consapevolezza di cosa sta vivendo il tessuto produttivo italiano. Ne è seguito l’appello ai partiti di governo affinché superino la stagione delle tattiche e delle alleanze per passare dal contratto di governo a un patto per lo sviluppo e l’occupazione, elencando quali priorità per il Paese: «infrastrutture, credito e crescita», quest’ultima intesa come «riattivazione degli investimenti privati».

Non si è trattato di una «gufata», come qualcuno degli interlocutori ha definito questo grido di allarme, ma di un invito alla riflessione alla luce delle evidenze empiriche quali si vanno manifestando. Causa la minor domanda interna e internazionale, il tasso di sviluppo previsto nello 0,9 per cento va diminuendo fino allo zero, generando un aumento del deficit del 2,6 per cento, ben superiore quindi allo sperato livello 2,04 per effetto del quale il rapporto tra debito e Pil si avvia a raggiungere 133,4 con un incremento del 2,7 per cento rispetto alle previsioni.

In questo scenario, non incoraggiante, occorre tener presente che l’attuale governo s’è impegnato a non aumentare l’Iva pur in presenza di evidenti prospettive di lievitazioni di spesa stimate in circa 23 miliardi, ai quali vanno aggiunti altri 40 miliardi per fare fronte a quota 100 e reddito di cittadinanza, unitamente ad ulteriori 18 miliardi, nelle ipotesi dello scorso novembre reperibili mediante privatizzazioni delle quali non s’è vista l’ombra.

Ce n’è abbastanza per capire che il rapporto tra debito e Pil (come confermato di recente dall’Ocse) avrà ulteriori scossoni verso l’alto ricordando, come s’è detto in apertura, che lo sperato effetto combinato dei due capisaldi dell’attuale governo (quota 100 e reddito di cittadinanza), in termini di crescita è ben lungi da porre rimedio.

Nella situazione che si prospetta il governo appare privo di programmi convincenti orientati a generare la necessaria crescita della produzione: di recente il ministro dello Sviluppo e Attività produttive in un incontro pubblico ha indicato come possibili proposte elenchi di marchi storici e brevetti; molto poco a confronto della necessità di dotare il Paese delle ormai indispensabili infrastrutture.

Manca quindi in prospettiva la possibilità di operare in situazione di stabilità finanziaria: proprio il contrario di quanto chiede l’Europa che a tal fine intende avere rassicurazioni su come sia possibile perseguirla predisponendo il documento di Economia e Finanza (Def) in bozza entro il 10 aprile prossimo e, a fine mese, nella stesura del piano nazionale di stabilizzazione del rapporto tra debito pubblico e Prodotto interno lordo.

È difficile capire come tali documenti possano essere predisposti in forma convincente ed accettabile a differenza di quanto avvenne sul finire dell’anno passato quando, traccheggiando variamente, s’era strappato un assenso alla Commissione europea, probabilmente grazie ad un atteggiamento piuttosto comprensivo verso un governo neonato, con poca o nulla esperienza alle spalle, e nella condizione di doversi barcamenare tra passato e presente, alle soglie di scadenze troppo vicine.

Ora, non sembra verosimile la ripetizione della vicenda; può anzi delinearsi uno scenario nel quale l’aggravarsi della situazione finanziaria dello Stato possa spingere verso livelli di indebitamento raggiungibili solo con sensibili lievitazioni dei tassi di interesse, con perdita di credibilità sulla scena internazionale e scoraggiamento degli investimenti pubblici e privati, unica via possibile per una svolta positiva in termini di sviluppo.

Proprio sul piano della stabilizzazione finanziaria appare inoltre assai preoccupante l’approvazione della legge istitutiva di una commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema  bancario e finanziario che sulle prime poteva apparire volta a proseguire il lavoro della passata esperienza coordinata dall’onorevole Casini. In realtà in questo caso gli obiettivi appaiono ben diversi: non più limitati ad approfondire i casi limitati degli istituti bancari in crisi, ma indirizzati ad investire l’intero sistema bancario e finanziario investigandone l’intera gestione per tutta la durata della legislatura.

Non c’è chi non veda nell’intento il pericolo di porre in essere un’istituzione parallela, se non addirittura al di sopra di quelle già esistenti e ben funzionanti quali Banca d’Italia e Consob e, soprattutto di porre le premesse per l’altro pericolo, non meno serio, di un negativo intreccio tra politica e gestione della finanza con tutti i rischi facilmente ipotizzabili e non certo coerenti con le esigenze del difficile momento.

In tal senso le pregiudiziali poste dal Presidente Mattarella appaiono assai opportune essendo l’indipendenza della supervisione bancaria dalla politica sancita da «norme dell’ordinamento italiano e da disposizioni dell’Unione europea sulla base dei relativi trattati».

Si può affermare che i limiti imposti dal Presidente con una ben precisa lettera indirizzata al governo del Paese testimonino chiaramente la percezione di un rischio sicuramente inaccettabile.

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