Lo storico Maida: «Il cardinale Fossati salvò molti ebrei»

Shoah in Piemonte – L’azione della Chiesa locale fu capillare, in prima linea la Curia torinese con l’Arcivescovo e il segretario mons. Vincenzo Barale

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liberazione torino 25 aprile 1945

«Essenziale è l’aiuto delle istituzioni ecclesiastiche che forniscono agli ebrei risorse e rifugi, come la Curia torinese guidata dal cardinale Maurilio Fossati, coadiuvato dal segretario mons. Vincenzo Barale. È indiscutibile il ruolo svolto dai religiosi nella salvezza di un gran numero di ebrei. Si rivolgono a loro perché sanno che non li denunceranno e possono garantire le risorse per sopravvivere. I sacerdoti dispongono di autorevolezza e hanno rapporti con la burocrazia e con le altre organizzazioni. Sono uomini e donne coraggiosi che fanno onore alla loro vocazione. Conventi, monasteri, chiese e canoniche accolgono persone in fuga senza alcuna distinzione: antifascisti, ebrei, militari. L’opera di soccorso coinvolge l’intera comunità e l’autorità dei parroci contribuisce a costruire un silenzio collettivo che rappresenta l’arma più efficace. Istituti votati alla preghiera e alla clausura sono violati per dare priorità alle persone e alla loro salvezza».

Questo scrive lo storico Bruno Maida nel bel volume «La Shoah in Piemonte». Un’aperta testimonianza sull’opera svolta da Fossati. Contro di lui c’è stato un colpo giornalistico che si è rivelato un grave infortunio di Ariela Piattelli con accuse gravi e infondate. «La Stampa» del 7 ottobre 2016 pubblicò l’articolo «Il cardinale Fossati: niente aiuti agli ebrei, sono turbolenti e hanno già fin troppo». Finora non c’è stata alcuna retromarcia né riparazione.

La «Giornata della memoria» consente  di ristabilire la verità. Scrive Piattelli: «Il 31 marzo 1946 Fossati rispediva al mittente, al Vaticano, un assegno di 100 mila lire per gli aiuti a i mille ebrei scampati ai campi di sterminio e ospitati nel campo profughi di Grugliasco. I sopravvissuti non erano considerati degni della carità perché “in massima parte soggetti turbolenti, trattati troppo bene e che abusano vendendo al mercato nero quello che sovrabbonda, che lasciano molto a desiderare quanto a moralità, donne in soli calzoncini succinti”».

La fonte sarebbe – continua Piattelli – «un documento straordinario, ritrovato per caso dalla ricercatrice Giulietta Weisz. Nella lettera Fossati spiega a mons. Ferdinando Baldelli, presidente della Pontificia Commissione Assistenza, le ragioni del rifiuto dell’assegno, riporta parole durissime e di disprezzo nei confronti degli internati. Il comandante del campo, maggiore Brunnel, aveva convinto il cardinale che i sopravvissuti erano trattati fin troppo bene e che non era necessario altro denaro. È bastato poco per convincere Fossati: Brunnel era andato da lui con due crocerossine, “persone mature, di molto criterio, ottime cristiane. Parrebbe che dalla strage degli ebrei siano sopravvissuti i meno degni: ungheresi e rumeni sono i più cattivi” scrive Fossati, riportando le parole di una delle accreditate sorelle. Aggiunge che è inutile che “il Santo Padre sprechi denaro per i sopravvissuti”. Il documento è stato ritrovato per caso da Weisz: “Sono andata in Curia e ho visto sporgere un foglio ingiallito da una cartella. Era la lettera di Fossati. Mi sono subito resa conto della portata storica del documento. Si trattava di una dichiarazione di puro antisemitismo. Ogni parola sui sopravvissuti è durissima. La suora crocerossina sui “meno degni” mi ha colpito di più”».

«La ricercatrice – aggiunge «La Stampa» – è andata a verificare se la lettera era conservata nell’Archivio segreto vaticano. “Ho trovato una cartella sulla corrispondenza, ma era vuota. È presumibile che qualcuno abbia ritenuto il documento scomodo”». Aggiunge con sicumera Angelo Pezzana: «Questo terribile documento è una goccia in un mare nel sommerso degli archivi secretati che il Vaticano si rifiuta di rendere pubblici, impedendo agli storici di conoscere e studiare quanto avvenuto durante la Shoah e negli anni successivi».

Don Giuseppe Tuninetti – storico della Chiesa subalpina, autore tra l’altro di «Clero, guerra e Resistenza nella diocesi di Torino (1940-1945). Nelle relazioni dei parroci del 1945» – interpellato dal sottoscritto – smentisce: «Nell’archivio arcivescovile la ricercatrice ha trovato l’originale o la copia? Se l’originale è stato veramente spedito, non poteva essere a Torino. Se non è stato spedito, non può essere in Vaticano o nell’archivio della Pontificia Opera Assistenza. Per cui tutte le allusioni e conclusioni della ricercatrice e di Pezzana… senza dimenticare la possibile creatività della giornalista. Qualcosa puzza! Interessava il colpo giornalistico e mettere in croce l’arcivescovo. La malafede emerge con evidenza dalla mancanza di qualsiasi accenno all’enorme opera di aiuto di Fossati agli ebrei. Certo, se l’ha scritto, ha sbagliato e si è lasciato turlupinare dalle  informatrici. Poi la ricercatrice chiama “suora” la crocerossina. Mi pare una forzatura».

«L’Osservatore Romano» difende la memoria di Fossati che – se anche fosse vero -, in un singolo caso sarebbe stato molto critico verso internati: «Le frasi incriminate e tacciate di antisemitismo non sono di Fossati ma delle crocerossine che a lui riferivano sulla moralità degli ebrei e sul mercato nero, pratica questa accertata in diversi campi profughi».

Aggiunge il vescovo Sergio Pagano, prefetto dell’Archivio segreto vaticano: «La ricercatrice Weisz non fornisce mai la fonte archivistica da cui avrebbe tratto la lettera; asserisce di aver verificato il documento anche nell’Archivio segreto vaticano: una improvvida invenzione, quest’ultima, perché risulta positivamente a chi scrive che la dottoressa Weisz non si sia mai recata né all’Archivio segreto vaticano, né all’Archivio storico della seconda sezione della Segreteria di Stato (già Congregazione per gli Affari pubblici della Chiesa), ove unicamente poteva trovarsi documentazione simile. E poi un fondo “Corrispondenza” neppure esiste nei due archivi sarebbe, archivisticamente, quasi un mostro».

«L’Osservatore» aggiunge che «Susan Zuccotti, storica certo non indulgente verso la Chiesa, racconta nel libro “Il Vaticano e l’Olocausto in Italia” che nel settembre-ottobre 1943 Fossati si dichiarò disponibile a far sì che la diocesi torinese distribuisse i fondi della Delasem agli ebrei e incaricò il segretario Vincenzo Barale, che si mise in contatto con la Delasem e con don Francesco Repetto, segretario del cardinale Pietro Boetto di Genova, e organizzò una rete di aiuti agli ebrei». Don Barale fu poi arrestato dai nazisti, con altri cinque sacerdoti per l’attività in favore degli ebrei, fu  liberato grazie al cardinale arcivescovo di Milano Ildefonso Schuster, fu proclamato «Giusto fra le nazioni».

 

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