Luca Jahier: “l’Italia è sull’orlo del precipizio”

Intervista – Il presidente del Comitato economico e sociale europeo (Cese), torinese, lancia l’allarme sui conti pubblici: le promesse “insostenibili” del Governo, il rischio delle sanzioni, i timori per un “possibile fallimento”

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Il torinese Luca Jahier, 57 anni, esponente di spicco delle Acli, è Presidente del Comitato economico e sociale europeo (Cese), l’organo consultivo dell’Unione europea in rappresentanza delle parti sociali e delle realtà produttive dei 28 Paesi membri. Viene dal mondo della cooperazione internazionale, in Italia è stato fra i fondatori del Forum del Terzo Settore oltre che presidente del Focsiv. Nel suo ufficio di Bruxelles, dopo l’ennesima Lettera d’allarme della Commissione europea sui conti dell’Italia, Jahier sta seguendo «con immensa preoccupazione», ci ha detto lunedì 3 giugno, «lo scontro fra la Commissione e il Governo italiano: i conti del nostro Paese purtroppo non quadrano, versano in condizioni catastrofiche (debito pubblico al 132% rispetto al Prodotto interno lordo). Le famiglie italiane stanno avvicinandosi all’orlo di un precipizio vertiginoso, senza che il Governo dia la minima impressione di volersene occupare».

Secondo lei di cosa sta occupandosi il Governo?

Dà l’incredibile impressione di lavorare per andare a sbattere contro il muro dell’Europa.

A cosa servirebbe finire nel precipizio?

Credo che nessuno voglia finire davvero nel precipizio. Semplicemente, il nostro Governo sta raccogliendo consenso fra gli italiani con promesse insostenibili dal punto di vista dei conti dello Stato (Reddito di cittadinanza, Flax tax). Non se ne preoccupa perché sta preparandosi anche a uscire di scena: quando sarà necessario correre ai ripari con l’aumento delle tasse o con il taglio dei servizi, il Governo avrà già fatto in modo di passare la palla ad altri. Nel frattempo lo scontro con l’Europa funzionerà come slogan per la successiva campagna elettorale: l’Europea è il nostro problema, l’Europa blocca tutte le nostre iniziative, etc…  Purtroppo gli italiani stanno mostrando di credere a tutto quello che gli si dice.   La condotta del nostro Governo è però ad altissimo rischio, perché non è affatto detto che l’Italia abbia margini di manovra per restare a galla.

Nel senso che è possibile un fallimento dell’Italia?

Certo che è possibile, anche se nessuno lo vuole, anzi tutti faranno l’impossibile per evitarlo. Se accadesse l’Europa sarebbe trascinata in un disastro di dimensioni incalcolabili. Nessuno lo vuole, ma dobbiamo anche dirci che nessuno sa come risolvere i problemi di un gigante come l’Italia (non siamo la piccola Grecia) se il Governo di questo nostro paese non collabora. La verità è che l’Italia rappresenta un terribile punto interrogativo per il futuro dell’Unione europea.

Come immagina i prossimi mesi?

La sceneggiata pubblica del litigio continuo fra Lega e Cinque Stelle è sotto gli occhi di tutti. Mi sembra facile che il Governo cada presto e volontariamente, in modo che altri si incarichino di rimediare ai problemi irrisolti. Abbiamo una spesa pubblica insostenibile, che l’Italia trascina da decenni ma che negli ultimi 12 mesi (dopo due anni di ripresa sotto Renzi e Gentiloni) è tornata ad inasprirsi senza tentativi di controllo.

Insomma, nello scontro fra Europa e Italia, secondo lei ha ragione l’Europa?

Non è questione di avere torto o ragione. È questione di rispettare le regole di stabilità che l’Unione europea si è data con chiarezza (e volontariamente) molti anni fa per cercare di essere solida, per potersi permettere la moneta comune, per evitare che il cedimento finanziario di un Paese possa trascinare gli altri. Ci siamo dati regole comuni per evitare che l’economia europea sia schiacciata dalla concorrenza crescente degli altri continenti.

Quale regola è stata calpestata dall’Italia?

Direi un po’ tutte le regole dell’Unione, a partire dai tetti sul debito pubblico. Come ho già detto, i debiti accumulati dall’Italia (nei confronti degli investitori internazionali, degli altri Governi e dei risparmiatori di casa nostra) hanno raggiunto dimensioni mastodontiche: da quest’anno superano il 132% del Prodotto interno lordo, quando il tetto massimo consentito dall’Europa sarebbe 60%. La totale assenza di provvedimenti per invertire la tendenza dimostra che l’Italia non intende far nulla per evitare le sanzioni economiche dell’Unione. Se poi consideriamo che il Parlamento ha appena votato un documento che vieta al Governo di inasprire l’Iva portandola al 25%, comprendiamo fino in fondo la gravità della situazione. Come cittadini potremmo forse tirare un respiro di sollievo per il blocco dell’Iva, ma dove andremo a finire se spendiamo denaro a fondo perduto, facciamo promesse impossibili alla popolazione, facciamo tutto questo senza recuperare denaro da nessuna parte?

Perché l’Europa accetta che altri Paesi forzino i limiti?

Può capitare che i Paesi escano dai parametri.  A suo tempo l’Italia di Renzi trattò con la Commissione europea per alleggerire la pressione e allungare i tempi di adeguamento agli standard europei. Ai Paesi che chiedono trattamenti «morbidi» Bruxelles chiede però che i Governi imbocchino quanto meno una via di risalita, non perseverino nella discesa in caduta libera come stiamo vedendo accadere in Italia. I segnali che vengono da casa nostra sono purtroppo tutti negativi: non c’è una ripresa economica che incoraggi a dare credito (siamo a crescita zero); non si vedono riforme strutturali della finanza pubblica; non ci sono rilevanti investimenti pubblici, solo l’inseguimento delle spese ordinarie. Un anno e mezzo fa l’Italia aveva ottenuto condizioni di flessibilità nell’applicazione del patto di stabilità della zona Euro, e queste si erano tradotte in un tesoretto di 60 miliardi  da spendere in tre anni… Ebbene, questa somma è stata spesa quasi tutta per la spesa corrente, non sono scaturiti investimenti di rilievo, come avrebbe potuto accadere per esempio avviando opere pubbliche.

Cosa accade quando l’Unione europea dice basta?

Occorrono un po’ di mesi, ma alla fine arrivano sanzioni salate e programmi di riparazione obbligatoria. In Grecia arrivò la famosa Troika di commissari europei: si aprirono anni di durissima austerità, pagata dalla popolazione con i Bancomat a singhiozzo, potere d’acquisto ridotto, costo della vita molto pesante.  Anche il Portogallo era stato messo sotto controllo dalla Troika, ma quel Paese ha avuto la capacità di darsi un Governo molto solido e determinato: nel giro di due anni ha praticato le necessarie politiche di austerità ed è tornato a crescere. La disoccupazione in Portogallo è scesa al 7%, nella media europea. In Italia la disoccupazione resta invece al 10,6%, (30% quella giovanile), siamo l’unico Paese europeo che non ha agganciato la ripresa.

Se l’Europa torna a crescere, come verrà  trattata l’Italia?

Buona domanda. Risposta: l’Europa ridurrà gli strumenti salvagente, sta già cominciando a farlo. Ci troveremo più soli. È un grosso problema, perché siamo l’unico Paese rimasto fermo a dieci anni fa. Negli anni della durissima crisi economica mondiale la Banca centrale, guidata dall’italiano Mario Draghi, ha immesso nei mercati risorse finanziarie per 2 mila miliardi di euro, ma non lo farà più. E l’incarico di Draghi è in scadenza, sta per arrivare un altro governatore, di un altro Paese.

Draghi ha lavorato per l’Italia?

Ha lavorato per l’Europa, quindi anche per l’Italia. Il nostro Paese ha attinto abbondantemente agli investimenti compiuto dalla Banca europea a tasso zero. Si può tranquillamente dire che la politica di Draghi ha salvato l’Europa. Ora le immissioni di denaro vanno riducendosi perché l’Europa è tornata in salute discreta; presto o tardi torneranno a salire anche i tassi d’interesse. Le famiglie e le imprese italiane non impiegheranno troppo tempo per accorgersene: avremo mutui più cari, meno denaro in circolazione, flessione dei consumi, povertà…

Conclusione?

In conclusione c’è da chiedersi se e quando gli italiani si sveglieranno. Se e quando cesseranno di credere alla promessa di denaro regalato dallo Stato in cambio di nulla (tranne i voti nella cabina elettorale). Se non cambiamo strada, e non stiamo affatto cambiando, siamo destinati a pagare un prezzo altissimo. Anche nell’ultima settimana, facendo spallucce ai richiami dell’Unione europea, abbiamo mostrato di non voler sentire.

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