L’umiliazione del Teatro Regio commissariato

Torino – Dopo due anni di polemiche sulla gestione «grillina» del Regio, il Comune si è arreso ai debiti accumulati dall’ente lirico e ne ha chiesto il commissariamento: una triste umiliazione per il Teatro subalpino

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Teatro Regio Torino

Non è un’opera buffa quella che si rappresenta in questi giorni al Teatro Regio, o meglio ‘sul’ Teatro Regio, ma neppure un’opera seria. Lo diciamo con tutto il rispetto per gli oltre duecento dipendenti dell’ente lirico torinese, che lunedì 1° giugno hanno protestato davanti a Palazzo civico, contro il commissariamento chiesto tre giorni prima dalla sindaca Chiara Appendino.

Non si può dire che l’annuncio sia scoppiato come un fulmine a ciel sereno. Il Regio si dibatte da tempo in una pesante crisi, culminata un anno fa, durante l’annuale conferenza stampa sulla prossima stagione, nella pubblica e durissima contestazione del sovrintendente uscente Graziosi, imposto nel 2018 dalla sindaca e dai Cinque Stelle, come successore del dimissionario Walter Vergnano. Una vera sollevazione contro la riconferma di questo personaggio ora indagato, cui si pose rimedio in extremis, con la nomina di Sebastian Schwarz, figura internazionale, professionalmente inattaccabile, che si era assunto anche il ruolo di direttore artistico.

Ma il problema non è solo la gestione artistica o manageriale. A sbarrare il cammino resta il macigno del passivo di bilancio e di un deficit strutturale di circa due milioni l’anno. Strutturale vuol dire che nella situazione data, qualunque cosa si faccia, ogni anno lo squilibrio tra entrate e spese è pari a quella cifra. Il guaio più immediato sembra essere il passivo di bilancio, che l’altro giorno ha indotto Appendino a dichiarare la situazione non più sostenibile. Recita il suo comunicato: «In presenza di una situazione finanziaria di eccezionale gravità, resa ancora più difficile dalle conseguenze dell’emergenza Covid-19, il Consiglio di indirizzo del Teatro Regio di Torino si accinge ad approvare, con profondo rammarico, un bilancio consuntivo del 2019 che presenta un passivo di 2,3 milioni di euro. La crisi è tale che non si procederà al ripiano delle perdite, richiedendo al Ministro per i Beni e le Attività culturali la nomina di un commissario ministeriale per operare il necessario e improcrastinabile risanamento strutturale dei conti».

Si potrebbe osservare che 2,3 milioni di euro di passivo su un bilancio totale di 36-37 milioni non sarebbero una catastrofe. Altre fondazioni liriche hanno situazioni ben più pesanti. A questo si deve però aggiungere che il Regio è in ritardo di due anni sui pagamenti di cantanti, secondo Assolirica è il teatro più insolvente d’Italia. Finora a ripianare questi debiti urgenti provvedevano le fondazioni bancarie, Compagnia di San Paolo e Crt. Ma ora la musica, passateci il gioco di parole, è cambiata. Compagnia e Crt si dichiarano infatti «d’accordo con l’azione coraggiosa della Città, siamo convinti che ciò possa facilitare, in tempi ragionevolmente contenuti, una pianificazione strategica pluriennale di attività e di investimenti, come base fondamentale e duratura per un suo rilancio e rafforzamento nel tempo».

Insomma, il problema è appunto strutturale. Difficile non essere d’accordo: l’emergenza Covid vede le Fondazioni,  fino a ieri così generose con il nostro ente lirico, impegnate per loro stessa ammissione «su molti fronti urgenti e con bisogni crescenti del territorio». Questo è il punto di rottura, le Fondazioni devono provvedere alle emergenze sociali e non possono più farsi carico dei debiti del Regio, come prevedibilmente di altre analoghe realtà. Resta da chiedersi se gli oltre trecento lavoratori del Regio, e le decine, forse centinaia di artisti che non incassano un centesimo da mesi non siano già anche loro un’emergenza. E tutti gli altri operatori dello spettacolo dal vivo ugualmente colpiti dal blocco Covid?

I dipendenti accusano la Appendino di aver chiesto il commissario per vendetta contro le contestazioni, accusa forse fin troppo pesante. È un fatto che il risanamento del bilancio del Regio era il compito esplicito affidato dalla sindaca, nella primavera del 2018, a William Graziosi, e se il risanamento non c’è stato le responsabilità ricadono anche su di lei, è oggettivo. Non bastasse, proprio il giorno precedente all’annuncio del commissario, l’ex-Sovrintendente, nell’inchiesta condotta dalla Procura di Torino, è stato iscritto nel registro degli indagati, insieme con il corista ed ex-candidato5 Stelle Roberto Guenno, che Graziosi aveva innalzato al ruolo di suo diretto collaboratore, e un paio di imprenditori. Anche abbandonandosi al candore più angelico, è difficile non vedere un legame tra i due fatti, indagine Procura e richiesta di commissariamento, e la sequenza temporale che li lega.

Per carità, il Regio non è il primo teatro italiano a conoscere l’onta del commissario, ci sono passati l’Opera di Roma, in primis, ma anche il Massimo di Palermo, il Carlo Felice di Genova e via dicendo. Nel 2016 persino l’Arena di Verona. Ma forse è bene sottolineare che il commissariamento è tutt’altro che una procedura indolore, che punta a un solo scopo, il risanamento dei conti, senza, almeno in teoria, guardare in faccia nessuno, tagliando dove c’è da tagliare, riducendo dove c’è da ridurre. Si profilano dunque giorni ancora più difficili per il Regio e il personale dipendente, la cui pianta organica è probabilmente a rischio, per non parlare della programmazione artistica, che cade nel limbo dell’incertezza più totale.

L’iniziativa di Chiara Appendino trova una sponda politica nel ministro Pd della cultura, Dario Franceschini, noto come principale teorico di un’alleanza organica del suo partito con i 5 Stelle. Si può quindi immaginare che il commissario verrà nominato in temi brevi, di sicuro consultando anche la sindaca. Toccherà a un tecnico, esperto di gestione di enti lirici, che resterà in carica sei mesi, rinnovabili per altri sei. Qualche nome circola già, di sicuro non sarà l’attuale sovrintendente Schwarz, forse la più incolpevole vittima di questo sconquasso, che dalla sua nomina non è riuscito a toccare palla. In teoria potrebbe restare come consulente artistico, ma pare di capire che si voglia azzerare tutto. Il risultato di tutto questo, comunque lo si voglia guardare, non è brillante per Torino, che per la prima volta dalla rinascita nel 1973 vede messo seriamente a rischio il suo amato teatro lirico. Come racconterà anche questa storia Chiara Appendino ai suoi elettori tra un anno?

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