Commemorazione dei defunti, mai più morire da soli

2 novembre – La commemorazione dei defunti e l’inasprirsi dell’emergenza sanitaria: una riflessione sull’accompagnamento alla morte e sulle cerimonie funebri, pratiche che appartengono al Dna testimoniale della religione cristiana

309

La ricorrenza della memoria dei defunti e l’inasprirsi dell’emergenza sanitaria riporta alla memoria le esperienze tragiche dei mesi più difficili segnati dal coronavirus. Sono esperienze che ci hanno offerto alcune ‘istantanee’ sull’esperienza del morire e dell’accompagnare alla morte che interpellano la pratica cattolica dell’accompagnamento dei moribondi, della sepoltura dei defunti e della consolazione degli afflitti: pratiche che appartengono al dna testimoniale della religione cristiana. Sono istantanee che si posano su dimensioni essenziali, rivelatesi nient’affatto garantite: non morire da soli, poter salutare i propri cari, celebrare l’ultimo addio. Sostare brevemente su di esse può essere utile, per verificare il nostro grado di attenzione a queste dimensioni nei tempi ‘normali’ della vita sociale ed ecclesiale.

Morire, non da soli

Il primo aspetto è relativo alla necessità di non morire da soli. Questo virus che ha isolato i morenti nei reparti di terapia intensiva piuttosto che nelle Rsa impedite ad ogni contatto ci ha fatto parlare di crudeltà, brutalità e oscenità della morte: il fatto di non potersi più salutare, tenersi per mano, accompagnarsi, guardarsi negli occhi, è come un morire prima della morte. Ai più fortunati è stato possibile congedarsi con una videochiamata, che ha consegnato alla tecnologia – normalmente accusata di disincarnare le relazioni – la capacità sorprendente di umanizzare l’evento del morire, donando un momento di conforto, nel cuore dello strazio.

Questo virus, che nasconde i volti dietro mascherine e caschi di ventilazione, ha nascosto in molti casi anche il corpo stesso del defunto. Quando è andata male, i familiari non hanno più visto neppure la salma: la salma non era vestita, ma avvolta in un tessuto disinfettante e immediatamente chiusa nel feretro. L’isolamento si è amplificato con l’impossibilità della cerimonia funebre. Anche in questo caso, la tecnologia ha cercato di ovviare in qualche modo all’avvilimento totale: qualche agenzia funebre ha proposto di accompagnare il distacco al cimitero con la ripresa diretta delle immagini. Altri si sono attrezzati per offrire veri e propri funerali sui social: ricordi del defunto, un commiato preparato dal sacerdote, preghiere condivise. Alcune pagine dei giornali – soprattutto nella cronaca locale – hanno iniziato a dedicare una pagina quotidiana per ricordare i volti, i nomi, le vite dei deceduti di Covid-19, a contrastare la freddezza delle statistiche e dei numeri offerti dai bollettini della protezione civile.

Che cosa abbiamo imparato da tutto questo, che cosa abbiamo offerto in risposta a tanto strazio? Nonostante la morte da tempo, soprattutto nelle grandi città, non sia più ‘quella di una volta’, ci siamo confermati di quanto sia disumanizzante isolare la morte e impedire il lutto, di quanto siano necessari i riti per manifestare l’affetto e ricercare un senso, di quanto sia importante accompagnare le diverse tappe del morire e delle esequie nel segno della pietà e nella cura verso ogni singola persona, e di quanto tutto questo non sia affatto scontato anche nella normalità della vita, al riparo dal virus. A partire da queste considerazioni, possiamo soffermarci in modo particolare su alcune problematiche pastorali relative all’accompagnamento del morire e alla celebrazione delle esequie.

Insieme, per non lasciare soli

Nella sua proposta rituale (2007), la Chiesa italiana non ha rinunciato a proporre, pur nei mutati scenari sociali, il progetto di un rito disposto a tappe, per accompagnare i diversi momenti del morire: nei tre luoghi simbolici della casa, della chiesa e del cimitero siamo invitati a valorizzare la triplice dimensione familiare, ecclesiale e sociale dell’accompagnamento spirituale e rituale. Di fronte a questa proposta si avvertono alcune fatiche: quella di chi non riesce a garantire la presenza orante della comunità nelle diverse tappe, soprattutto nei momenti particolarmente delicati della chiusura della bara o l’ultimo addio al cimitero, che nel caso della cremazione trova altri riti con altri cerimonieri; quella di coloro a cui è stato impedito il passaggio in chiesa o alla sala della cremazione, a motivo delle disposizioni anti-covid. Un’altra fatica che la pandemia ha evidenziato è quella di chi registra – soprattutto nella grande città – un crescente disinteresse da parte dei parenti verso le diverse tappe dell’accompagnamento cristiano, così da passare, ad esempio, direttamente dalla camera mortuaria dell’ospedale o dalle nuove case funerarie al cimitero, senza la sosta in chiesa. L’emergere di nuovi luoghi, come le case funerarie e i luoghi del commiato prima della cremazione, attesta una progressiva perdita del monopolio dei riti funebri da parte della Chiesa, rispetto alla quale sono diverse le reazioni: chi lamenta l’allontanamento dalla pratica cristiana delle esequie e dal legame comunitario; chi rileva con un certo sollievo la possibilità di un rito più scelto e meno subìto.

Una ministerialità allargata

La situazione di emergenza sanitaria ha riproposto con una certa urgenza la questione della presenza di una ministerialità allargata nei diversi tempi e luoghi del morire. Medici e infermieri – anche non credenti – che si sono premurati di farsi da tramite per la richiesta di una benedizione; parenti che non hanno potuto contare sulla visita del sacerdote nell’ora della morte dei propri cari: sono situazioni che hanno evidenziato la necessità di ampliare le figure di accompagnamento spirituale. Se negli ospedali e nelle case di riposo questo servizio può essere opportunamente organizzato dalla cappellania, che in questi ultimi anni ha coinvolto non solo preti, ma pure diaconi, religiosi e religiose, laici ministri straordinari della comunione, si pone la questione di garantire nel territorio la presenza e il servizio di persone preparate che sappiano accompagnare, per chi lo desidera, i diversi tempi e spazi del morire, dalla casa al cimitero, passando per gli ospedali e le case di riposo; al limite e in casi eccezionali, con tutte le attenzioni e gli accordi del caso, anche nelle sempre più numerose case funerarie. Per questo scopo, possono essere istituite équipes di accompagnamento (di consolazione, di lutto, delle esequie: la terminologia varia) in grado di accompagnare, e nel caso, guidare i diversi momenti rituali.

Le forme celebrative

L’accoglienza e l’accompagnamento delle diverse situazioni ha evidenziato in questi mesi quanto sia sconveniente pensare ad un ‘pacchetto’ celebrativo fisso, uguale per tutti, che non intercetti la varietà delle situazioni personali e familiari. Lo hanno compreso con lucidità i vescovi italiani, là dove invitano a valutare l’opportunità – e in alcuni casi il dovere – di «tralasciare la celebrazione della Messa e ordinare il rito esequiale in forma di Liturgia della Parola» (Precisazioni Cei, n. 2). In alcuni casi, si avverte addirittura l’esigenza di un adattamento ulteriore alla situazione di persone e assemblee nelle quali non è scontata neppure l’appartenenza della fede, quasi a immaginare una terza forma rituale, che nella logica del primo annuncio non rinuncia al senso cristiano delle esequie, pur essendo più sciolta rispetto ai testi e più disponibile nell’adattare i gesti del commiato e della benedizione alle singole storie di vita e di fede. Nei casi in cui la celebrazione eucaristica è ancora ricercata e apprezzata per il suffragio e la comunione con il defunto, bisognerà fare i conti non solo la disponibilità dei sacerdoti, ma anche con le misure di sicurezza che impongono norme di igienizzazione e impediscono una partecipazione più numerosa. Nel caso dell’ultimo commiato prima della cremazione, ci attende un lavoro di dialogo con le imprese di pompe funebri e le società di cremazione per garantire a chi lo desidera gesti, parole e al limite spazi esplicitamente cristiani, anziché genericamente laici.

Una parola infine sulle crescenti situazioni in cui, nelle camere ardenti degli ospedali piuttosto che nelle case funerarie, si domanda alla Chiesa una semplice benedizione dei defunti, anziché le esequie. A questo proposito, ci si dovrà muovere con discernimento e senso di obbedienza alle regole che ci si sarà dati, fermo restando il divieto di celebrare le esequie in questi luoghi. Là dove non c’è l’intenzione e l’interesse per custodire il legame con la preghiera della comunità cristiana, non sono esclusi momenti di benedizione, che tuttavia andranno valutati con molta attenzione per non appaltare alle imprese funebri la preghiera della Chiesa, con tanto di ministri prezzolati e gesti che scimmiottano quelli del funerale.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome

cinque + 12 =