Maradiaga spiega la marcia dei disperati verso gli Usa

Intervista – Il cardinale Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa, fra i più stretti collaboratori del Papa, interviene sulla carovana dei disperati che hanno lasciato l’Honduras, il Salvador, il Guatemala e si stanno dirigendo a piedi verso gli Stati Uniti d’America in cerca di vita

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Non mancano certo le domande al card. Oscar Andrés Rodriguez Maradiaga, qui a Tegucigalpa, capitale dell’Honduras, un Paese che ritorna dolorosamente alle cronache, al centro dell’attenzione internazionale per le dimensioni e le modalità  davvero inedite e imprevedibili delle migrazioni nel mondo.

Il cardinale Maradiaga

Da anni e a migliaia lasciano soprattutto Salvador, Guatemala, Honduras verso il ‘sogno americano’, non di rado mettendo a rischio tutti i risparmi di una vita. E la stessa vita. Ma le carovane ora in marcia verso le frontiere degli Stati Uniti si presentano così determinate e programmate da sollevare più di una domanda. Una, preliminare: perché proprio ora e con tale forza? La risposta del cardinale è altrettanto determinata: «Non c’è lavoro, dilaga la violenza, cresce la disperazione. I poveri sono senza protezione e coloro che dovrebbero proteggerli, polizia e governo, sono travolti e talora conniventi con la violenza del contesto. Piccole imprese familiari sotto minaccia di estorsione o di morte da parte di bande criminali non hanno altra alternativa se non la fuga. Chi sgarra è eliminato senza pietà. In questo quadro, già di per sé drammaticamente torbido, si aggiunge l’aggravante della criminalità legata alla droga e alla spartizione del territorio per bande armate. Di fronte a ciò, le risposte sia della politica sia della società civile sia anche della Chiesa sono per ora inadeguate».

Questi fenomeni, comunque, erano presenti da tempo. Come mai solo ora si sono trasformati in movimenti organizzati e motivati idealmente, mentre prima prevaleva la fuga dei singoli o a piccoli contingenti dove regnava la logica spietata dei coyotes?

Domanda legittima che molti si pongono, a cui non è facile dare risposta. Personalmente ritengo vi sia una regia, anche se al momento non si riesce a capire quale mai essa sia. Ipotesi si fanno, ma finora non certe e provate.

I cristiani come reagiscono a questa emergenza?

Vediamo una grande solidarietà. Particolarmente in Messico, sia pure in presenza di leggi restrittive in materia di migranti. Ampia generosità, con i vescovi che sollecitano le comunità a prestare aiuti.

E in Honduras?

Temiamo il peggio. Non solo che respingano chi si aggrega alle carovane, ma anche coloro che sono in possesso di temporaneo ma regolare permesso di soggiorno negli Usa perché là stanno lavorando. Un rientro a decine di migliaia creerebbe situazioni esplosive e potenziali rivolte per disperazione. La fame è cattiva consigliera. Tornerebbero a mai vuote avendo investito tutto nella partenza e a mani vuote resterebbero anche le famiglie che vivevano delle loro rimesse dagli Usa. Il loro destino potrebbe essere di ingrossare le fila della delinquenza già dilagante. Chi fra i politici promette oggi con facile retorica rientri garantiti e larga accoglienza lo fa per interessi momentanei e inganna la gente. Come del resto fanno i media quando passano le informazioni sulle carovane quasi fossero un evento spettacolare. Purtroppo il laicato cattolico non si impegna a sufficienza in politica. Questo sarebbe certamente un tempo di risposte politiche e sociali all’altezza della situazione.

Che cosa hanno da temere gli Usa da queste ondate migratorie?

Non sono prima di tutto un motivo di timore. Gli Usa hanno immensi spazi agibili per una larga ospitalità. Ovviamente creando condizioni di inserimento attivo dei migranti. Non, invece, agitando solo argomenti di ostilità se non di odio ed erigendo muri. L’episcopato statunitense già a partire dal secolo scorso aveva indicato orientamenti assai propositivi sulle emigrazioni.

Eminenza, mi permetta di voltare momentaneamente pagina e di entrare in un ambito ecclesiale a sua volta di primaria importanza. Lei sin dai primissimi passi di questo Pontificato fu chiamato a collaborare  strettamente con Papa Francesco che lo volle coordinatore della Commissione dei 9 cardinali per la riforma della Curia. A che punto siamo? Quali risultati si sono raggiunti e a quando le conclusioni che dovrebbero essere tratte dal Papa?

Per precisa scelta del Papa le prime sezioni furono riservate ai problemi economici. Il tutto si concluse nel 2014 con l’istituzione del Segretariato per l’economia. Seguì poi la riforma e l’accorpamento dei vari organismi della comunicazione, che presentavano diverse e talora vistose ipertrofie oltre a inutili sovrapposizioni. Il Papa chiese che si procedesse per ricollocamento e razionalizzazione, senza licenziare nessuno. Anche questo ambito della riforma si è concluso con l’istituzione di un dicastero unificato per la  comunicazione. La presente e ultima fase sta procedendo ad accorpare ulteriormente altri dicasteri. Il Papa ha poi accompagnato il nostro lavoro con dei motu proprio che validavano via via le conclusioni già concordate.

Lungo questo percorso della Commissione, al di là e all’interno di situazioni certamente complesse e irte anche di comprensibili contrarietà, quale ispirazione ha guidato il vostro lavoro?

In estrema sintesi due linee di fondo, per non perdere mai di vista che di riforma di strutture religiose si tratta. Primo: la Curia non deve degenerare in percorsi automatici di sistemazione e di carriera personale. Secondo: essa non è un filtro tra vescovi e Papa, la comunicazione deve essere piena fra Papa, vescovi e Curia: non piramidale ma circolare. In definitiva, la Curia dovrà portare a compimento l’istanza di sinodalità così caldamente espressa dal Vaticano II.

È questo forse il punto sul quale si concentrano anche alcune opposizioni al Papa.

Certo. E attraverso il Papa direttamente e principalmente al Concilio. Se in un primo tempo lo si attaccò sul piano dogmatico, poi si accentuò il piano etico-morale. Ma in realtà è la svolta pastorale-evangelica del Vaticano II che si respinge, e la visione di Chiesa che ne consegue. Ma la grande maggioranza dei vescovi, del clero e del popolo di Dio coglie e sostiene in lui il richiamo alla genuinità evangelica del suo messaggio in parole e in opere.

Il Papa come reagisce a queste critiche?

Non ne è turbato. Si augura e prega Dio che col suo ministero riesca a rendere irreversibili le riforme in atto.

Quali passaggi attendono i risultati del vostro lavoro in Commissione? Entro fine anno la bozza dovrebbe passare al vaglio di un canonista nominato dal Papa. Poi sarà sottoposta alla valutazione delle Conferenze episcopali. Quindi, si spera per la Pasqua 2019, dovrebbe essere promulgata dal Papa con un motu proprio definitivo.

Tornando all’Honduras e a questa cara Chiesa locale, come la valuta lei che da molti anni la vive a la presiede?

È una Chiesa che alimenta in me grande speranza. Nell’87 eravamo dieci diocesani di cui tre vescovi. Le diocesi sei. Ora il clero diocesano conta 87 preti e dieci sono le diocesi. Abbiamo molte vocazioni. Tanti battesimi e movimenti che si stanno formando in vista di una progettualità pastorale comune. Incombono certo anche i problemi gravi di cui si parlava all’inizio. Deve ancora crescere l’urgenza della responsabilità politica e sociale nel nostro laicato. Grave poi rimane la situazione delle famiglie. Non fa parte della cultura tradizionale di questo Paese la percezione cristiana del matrimonio. Spesso la famiglia è costituita dalla sola donna-madre. Dunque, molto da fare e molto da sperare.

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