Martin Luther King, l’incontro con Papa Paolo VI

Ricordo – Il 18 settembre 1964 Luther King incontrò Papa Montini in Vaticano. Dopo l’udienza King spiegò ai giornalisti che Paolo VI gli aveva promesso di denunciare pubblicamente la segregazione razziale assicurandogli che il mondo cattolico avrebbe appoggiato la lotta non-violenta contro il razzismo

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L'incontro fra Martin Luther King e Papa Paolo VI

«I have a dream. Io ho un sogno» di Martin Luther King inizia il 28 agosto 1963 con il discorso pronunciato a Washington davanti a migliaia e migliaia di persone: «Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere». Il 14 ottobre 1964 il Parlamento norvegese dichiara King vincitore del Premio Nobel per la pace.

Il 7 marzo 1965 passa alla storia come la «Bloody Sunday. Domenica di sangue»: 600 attivisti, guidati dal pastore luterano King,  marciano su Selma in Alabama nel profondo Sud degli Stati Uniti per i diritti sociali e politici dei neri e sono violentemente attaccati dalla polizia dei bianchi con manganelli e gas lacrimogeni. Le marce di protesta Selma-Montgomery sono tre e segnano la storia del Movimento per i diritti degli afro-americani.

Il 4 aprile 1968 (un giovedì) alle 18,01 il campione dei diritti ai neri è ucciso con un colpo di fucile di precisione, calibro 30-06 alla testa mentre è da solo sul balcone al secondo piano del motel «Lorraine» di Memphis.

America violenta. In quattro anni vengono assassinati tre campioni dei diritti: il 22 novembre 1963 il presidente John Fitgerald Kennedy a Dallas in Texas; il 4 aprile 1968 a 39 anni King a Menphis in Tennessee; il 6 giugno 1968 Robert Kennedy, candidato alla presidenza, a Los Angeles in California. Trascorrono altri mesi di violenze e molte faide politiche – i repubblicani americani sono ferocemente contrari ai diritti dei neri – prima che il presidente Lyndon Johnson firmi il 6 agosto 1965 lo storico «Voting Rights Act» con il quale assicura il diritto di voto alla popolazione afroamericana.

Pochi sanno che King il 18 settembre 1964 volle incontrare il Papa. Fu lui a raccontare ai giornali cosa gli disse Montini. Dopo la visita in Terra Santa, King visita Berlino e poi Roma. Venticinque anni prima, nel 1939, durante il viaggio in Germania, il padre, Michael King senior, volle cambiare il proprio nome e quello del figlio, Michael junior, in Martin Luther in onore di Martin Lutero, il riformatore tedesco.

L’incontro tra il pastore protestante e il papa di Roma è un evento storico, nonostante le critiche e un maldestro tentativo dell’Fbi per impedire l’abboccamento, che accresce la fama di King a livello mondiale. All’udienza partecipa mons. Paul C. Marcinkus, che lavorava in Segreteria di Stato e che faceva da interprete, per l’inglese pronunciato all’americana, come aveva già fatto il 2 luglio 1963 quando il neoeletto Paolo VI ricevette Kennedy. Dopo l’udienza King spiega che Paolo VI gli ha promesso di denunciare pubblicamente la segregazione razziale e gli ha rassicurato che il mondo cattolico appoggerà la lotta non-violenta contro il razzismo.

Tre giorni dopo l’assassinio di King, il 7 aprile 1968, domenica delle palme, il Papa all’Angelus lo ricorda con nobilissime parole: «Noi abbiamo ricevuto in udienza, anni fa, questo predicatore cristiano della promozione umana e civile della sua gente negra in terra americana. Sapevamo dell’ardore della sua propaganda; e anche noi osammo raccomandargli che essa fosse senza violenza e intesa a stabilire fratellanza e cooperazione fra le due stirpi, la bianca e la negra. Egli ci assicurò che il suo metodo di propaganda non faceva uso di mezzi violenti e che il suo intento era quello di favorire relazioni pacifiche e amichevoli tra i figli delle due razze. Tanto più forte è perciò il nostro rammarico per la sua tragica morte e tanto più viva è la nostra deplorazione per questo delitto. Siamo sicuri che voi, con tutta la comunità cattolica di Roma e del mondo, condividete questi sentimenti. Come da tutti saranno condivisi i voti che questo sangue spiritualmente prezioso ci ispira: possa l’esecrando delitto assumere valore di sacrificio; non odio, non vendetta, non nuovo abisso fra cittadini d’una stessa grande e nobile terra si faccia più profondo, ma un nuovo comune proposito di perdono, di pace, di riconciliazione nell’eguaglianza di liberi e giusti diritti si imponga alle ingiuste discriminazioni e alle lotte presenti. Il nostro dolore si fa più grande e pauroso per le reazioni violente e disordinate, che il triste fatto ha provocate; ma la nostra speranza cresce altresì vedendo che da ogni parte responsabile e dal cuore del popolo sano cresce il desiderio e l’impegno di trarre dall’iniqua morte di Martin Luther King un effettivo superamento delle lotte razziali e di stabilire leggi e metodi di convivenza più conformi alla civiltà moderna e alla fratellanza cristiana. Piangendo, sperando. Noi pregheremo affinché così sia».

Non parole di circostanza, ma un elogio molto lungo. Le Poste Vaticane gli dedicano una cartolina postale con la data di domenica 7 aprile 1968, che riproduce la visita di King a Paolo VI.

Quasi un anno dopo, il 15 gennaio 1969 il Papa riceve la vedova Coretta Scott King. Giovanni Battista Montini – che è uomo straordinario, che riflette e prega molto, e non è affatto un Papa «amletico» come a certa stampa piaceva (e piace tuttora) definirlo – è assillato dalla guerra in Vietnam che incendiava la penisola indocinese con sconvolgenti crudeltà: gli americani annientavano i villaggi con il napalm, i vietcong compivano atrocità di ogni genere, anzitutto contro la stessa  popolazione vietnamita. Sono gli anni della «guerra fredda», della costruzione del Muro di Berlino (1961), del riarmo atomico, delle innumerevoli «guerre regionali» combattute per procura in un mondo diviso in due sfere: Stati Uniti e Unione Sovietica, con la Cina terzo incomodo.

Montini è convinto che la Chiesa «è pacificatrice più che pacifista» grazie ai viaggi internazionali che gli fanno toccare con mano i tremendi rischi che l’umanità corre per colpa della povertà: il 4-6 gennaio 1964 in Terra Santa; il 2-5 dicembre 1964 a Bombay per il Congresso Eucaristico internazionale vede la miseria dell’India; il 4-5 ottobre 1965 a New York dalla tribuna delle Nazioni Unite con accenti vibranti e drammatici rivolge il suo grido ai potenti: «Jamais plus la guerre! Jamais, jamais plus! Mai più la guerra! Mai, mai più». Istituisce la Pontificia Commissione Justitia et pax; il 26 marzo 1967 promulga l’enciclica «Populorum progressio. Il progresso è il nuovo nome della pace»

Spinto anche dagli incontri prima con Kennedy e poi con King, l’8 dicembre 1967, con un messaggio istituisce la «Giornata mondiale della pace», celebrata per la prima volta il 1° gennaio 1968: «Ci rivolgiamo a tutti gli uomini di buona volontà per esortarli a celebrare, il 1° gennaio di ogni anno, la “Giornata della pace” come augurio e promessa che sia la pace a dominare lo svolgimento della storia». Montini si fa interprete «delle aspirazioni dei popoli, dei governanti, degli enti internazionali; delle istituzioni religiose tanto interessate alla promozione della pace; dei movimenti culturali, politici e sociali che della pace fanno il loro ideale; della gioventù in cui più viva è la perspicacia delle vie nuove della civiltà; degli uomini saggi che vedono quanto la pace sia necessaria e minacciata».

La proposta – precisa il Pontefice bresciano – non è «esclusivamente religiosa e cattolica» ma «vorrebbe incontrare l’adesione di tutti i veri amici della pace», nella speranza che abbia un largo consenso, che trovi «promotori molteplici, abili e validi» capaci di imprimerle «un sincero e forte carattere d’umanità». Parla esplicitamente di «dovere» per i cattolici e ne indica i motivi: 1) la necessità di difendere la pace dai pericoli che sempre la minacciano; 2) la prevalenza degli egoismi nei rapporti tra Nazioni; 3) il pericolo di violenze tra le popolazioni «per la disperazione nel non vedere riconosciuto e rispettato il loro diritto alla vita e alla dignità»; 4) «il pericolo del ricorso ai terribili armamenti atomici e sterminatori di cui alcune Potenze dispongono» e nei quali le superpotenze sprecano «enormi mezzi finanziari»; 5) la certezza che le controversie «siano risolvibili con la ragione e le trattative e non con forze micidiali».

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