Mattarella in Giordania, “il Sermig è modello di convivenza”

Madaba – Il Presidente della Repubblica ha visitato l’Arsenale dell’Incontro di Madaba: «Questo luogo unisce la Giordania e l’Italia»

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«Questo luogo unisce la Giordania e l’Italia. Ma qui c’è qualcosa di molto più grande. Qui si vede quello che unisce tutte le donne e gli uomini del mondo: raccogliere il meglio dei sentimenti e della convivenza del mondo».

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è commosso. Lo accolgono bambini in difficoltà, le loro famiglie, i volontari: l’anima di quello può essere definito a tutti gli effetti un pezzo di Torino in Medio Oriente.

È l’Arsenale dell’Incontro di Madaba, dal 2003 la costola del Sermig nel regno hashemita. Progetto nato da un’intuizione, dalla consapevolezza che cristiani e musulmani possono dialogare solo se smetteranno di rinfacciarsi gli errori del passato. «In Giordania», spiega Ernesto Olivero, fondatore del Sermig, «abbiamo sperimentato che l’umanità e la sofferenza dei piccoli sono il banco di prova per coltivare amore, rispetto, aiuto reciproco. Per far incontrare le persone, al di là del loro credo e delle loro convinzioni. È difficile, per nulla scontato, ma anche qui qualcosa è germogliato».

L’Arsenale dell’Incontro è diventato così una casa che accoglie decine di bambini disabili, sia cristiani che musulmani. La scuola, la fisioterapia, le attività ricreative sono le occasioni per costruire, integrare, aiutare le persone a non avere paura della diversità. Un approccio per nulla scontato in un contesto che per certi aspetti fa ancora fatica a non considerare la disabilità una vergogna. Al contrario, come ha spiegato il Presidente della Repubblica, «le persone sono tutte diverse le une dalle altre e le diversità vanno capite e valorizzate». Ed è quello che l’Arsenale dell’Incontro prova a fare ogni giorno.

Sergio Mattarella lo ha visitato martedì 9 aprile, a margine della sua visita di Stato nel Paese Medio Orientale. L’apertura agli altri come filo conduttore di ogni momento. Non solo all’Arsenale, ma anche nel campo profughi di Zaatari, a 40 chilometri dalla Siria. Un mare di umanità: 80mila profughi in fuga dalla guerra civile e dall’Isis, di fatto la quarta città della Giordania. Lo spaccato di un Paese davvero in prima linea nell’accoglienza, in barba alle polemiche e all’incattivimento dell’opinione pubblica europea.

I numeri parlano da soli. Su quasi 10 milioni di abitanti, almeno 2,5 sono rifugiati, fra cui 700mila siriani (il 51 per cento bambini), 63.581 iracheni (32,9 per cento bambini) e oltre 2,1 milioni di palestinesi. «La Giordania riceve l’ammirazione dell’Italia per l’accoglienza generosa», ha detto il Presidente. «L’esperienza di questo campo è davvero straordinaria. È, appunto, una città con un’assicurazione di servizi e di assistenza di prim’ordine che ne fa, oltre che il campo più grande al mondo, un esempio di come va gestito un campo profughi».

Anche l’Arsenale dell’Incontro ha affrontato il problema, sostenendo negli ultimi anni i profughi di Iraq e Siria.

«Abbiamo raccolto tante storie», spiega Ernesto Olivero, «intere famiglie, nonni e nipoti, giovani, mamme e papà con i loro figli strappati alla loro vita, al loro lavoro, ai loro sogni. Nel cuore di una notte un altoparlante li ha svegliati: ‘O conversione, o andarsene, subito, con i vestiti che avete addosso e niente di più’. In appena una notte, la vita di centinaia di migliaia di persone, figli di popolazioni che abitavano quelle terre da migliaia di anni, è cambiata per sempre. Vivevano come noi e in una notte i loro amori, le loro amicizie, i loro sogni sono stati spezzati via. Ed è paradossale pensare che tanti di loro oggi si sentono fortunati per essere riusciti a fuggire ed per essere ancora vivi pur non sapendo cosa li attende, dove vivranno, cosa faranno».

Ma qual è il significato di tutta questa sofferenza? «Difficile rispondere. Posso solo dire che in Giordania, abbiamo capito che non ha senso confrontare i dolori, a maggior ragione quelli causati dalla storia. Se entriamo in questo campo, ognuno avrà una ragione, una rivendicazione, una briciola di verità. No, i dolori non si confrontano. Si condividono! Se impariamo a farlo e a costruire partendo da questo, non vedremo più nell’altro un musulmano, un ebreo, un ateo, un nemico, ma solo umanità che ci interpella, ci guarda negli occhi. Vedremo un volto, una storia, magari una lacrima che chiede di essere asciugata, una storia terribile che vuole essere ascoltata, una vita difficile che può ancora aprirsi alla speranza».

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