«Mi licenzio perché ho figli»

Occupazione femminile – Uno studio Ismel Piemonte fotografa la difficoltà di far quadrare il lavoro e la vita familiare. Il 40% delle donne è assunto a part-time contro il 7,3% degli uomini. L’indagine si propone in particolare di verificare se e in quale misura siano venute meno le «differenze di genere» tradizionalmente a svantaggio delle donne

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Nonostante i progressi e l’impegno profuso in tutti questi anni per le donne piemontesi, il cammino verso le pari opportunità nel mondo del lavoro è ancora lungo e irto di ostacoli. Giunge a questa conclusione un recente studio promosso dall’Ismel (Istituto per la Memoria e la Cultura del Lavoro) sulla condizione lavorativa delle donne nel mercato del lavoro in Piemonte. Lo studio si propone in particolare di verificare se e in quale misura siano venute meno le «differenze di genere» tradizionalmente a svantaggio delle donne.

Le lavoratrici. In Piemonte secondo l’Istat (2° trimestre 2019) sono occupate 819 mila donne, il 44,7% del totale dei lavoratori piemontesi. Negli ultimi 15 anni la «quota rosa» è cresciuta di 2,7 punti percentuali (da 42 a 44,7%) per effetto di un aumento consistente dell’occupazione femminile che ha resistito meglio di quella maschile agli effetti della crisi. Sempre nel 2° trimestre di quest’anno le donne in cerca di occupazione sono state circa 70 mila con un tasso di disoccupazione pari al 7,9%, 1,3 punti percentuali sopra quello degli uomini. Alla «forza lavoro» femminile, costituita da quasi 900 mila donne, se ne deve aggiungere circa 59  mila (60% del totale) che l’Istat classifica fra i soggetti «potenzialmente disponibili a lavorare», ma scoraggiati. Sommando i tre universi femminili (donne occupate, disoccupate e  scoraggiate ) si evince che in Piemonte metà delle donne (poco meno di 1 milione, pari al 47% delle residenti) è in qualche modo aggrappata al mondo del lavoro; l’altra metà ne è fuori perché ha più di 64 anni, oppure sta ancora studiando, oppure non studia ma neppure cerca lavoro.

L’ultimo caso –  delle donne che non studiano ma neppure lavorano – rientra nella cosiddetta categoria Neet. Nei confini della Città Metropolitana di Torino i giovani che versano in questa condizione tra i 15 e i 29 anni sono 63.300, il 58% costituito da ragazze.

Tendenza del 2019. Lo studio dell’Ismel, oltre a fornirci una fotografia della condizione lavorativa delle donne piemontesi, ci dice anche come esso sta evolvendo sulla base dei dati forniti delle consuete rilevazioni trimestrali Istat. Un po’ a sorpresa, gli ultimi dati riferiti al 2° trimestre di quest’anno segnalano un deciso aumento dell’occupazione ed un altrettanto deciso calo della disoccupazione. Le donne occupate sono cresciute di 22 mila unità (+2,8%), quelle in cerca di occupazione sono diminuite del 23,8%; il tasso di disoccupazione è sceso al 7,9%, è un miglioramento sensibile, di cui non possiamo che gioire, pur sapendo che in Piemonte il trend dell’occupazione femminile è discontinuo. I miglioramenti registrati nel 2° trimestre giungono dopo 4 trimestri continui di cali che hanno coinvolto circa 50.000 donne e nei quali il tasso di disoccupazione è salito fino al 10,1%. Considerato che da noi le buone notizie sono merce rara, possiamo godere questo momento augurandoci che possa essere l’inizio di una duratura inversione di tendenza.

Prevale il terziario. Lo studio mette a fuoco alcune peculiarità dell’occupazione femminile che ci aiutano a capire meglio la condizione delle donne nel mondo del lavoro piemontese. Veniamo a sapere che l’82% delle donne lavora nel terziario, il 15,4% nella manifattura e il 2,6% nell’agricoltura; che l’80% delle occupate ha più di 34 anni e che solo il 6% ha meno di 24 anni.

Apprendiamo che le donne occupate sono più istruite degli uomini: il 27,3% ha la laurea o titolo superiore contro il 17,5% degli uomini. Un successo che fa onore alle ragazze ma che agevola solo in parte la loro rincorsa verso il posto di lavoro. Le donne infatti incontrano maggiori difficoltà nel trovare un lavoro adeguato al titolo di studio conseguito. Ci troviamo di fronte alla piaga della «sovra istruzione» cioè della mancata corrispondenza tra il livello di istruzione raggiunto e la professione svolta. In Piemonte un quarto delle giovani con meno di 34 anni si trova in questa condizione.

Veniamo a sapere infine che la condizione delle donne straniere residenti in Piemonte è più problematica di quella delle italiane a causa dell’alto tasso di disoccupazione (18,7% ) e del loro impiego in lavori poco qualificati. La conferma viene dall’Istat che classifica l’82% delle straniere occupate tra gli «operai e assimilati»; tra le occupate italiane questa quota scende al 30,9%.

Domanda: i cambiamenti intervenuti negli ultimi 15 anni e i progressi messi a segno con impegno e preparazione sono sufficienti a sostenere che le «differenze di genere», tradizionalmente a svantaggio delle donne, sono venute meno e siamo alla vigilia della «rivincita» della forza lavoro femminile nei confronti di quella maschile? La risposta cui giunge lo studio Ismel è in chiaroscuro: in Piemonte le differenze di genere si sono ridotte, ma non abbastanza e questo è dovuto a una serie di motivi che qui di seguito proviamo a sintetizzare.

Meno dei maschi. Le donne lavorano meno degli uomini. Tra il 2004 e il 2.018 il divario tra i tassi di occupazione è diminuito di 4,7 punti percentuali, ma è sempre un divario alto e sfiora i 15 punti percentuali. Equivale a dire che in Piemonte lavorano 211 mila uomini più delle donne. Il divario è da mettere in relazione con la maggior difficoltà delle donne di trovare un impiego e di conciliare i tempi di lavoro con quelli di vita a causa degli impegni famigliari ancora molto sbilanciati a carico delle donne.

In questa situazione non deve stupire se nel 2018 il 73% delle dimissioni volontarie ha riguardato le lavoratrici madri per «l’incompatibilità tra occupazione lavorativa e le esigenze di cura della prole», dovuta a tre fattori in ordine di importanza: l’assenza di parenti di supporto; l’elevata incidenza dei costi di assistenza al neonato; il mancato accoglimento al nido.

Lavoro part-time. Il minor impiego delle donne è dovuto anche alla diffusione del part time (molto spesso involontario) e del lavoro precario. Nel 1° trimestre 2019 il 40% degli avviamenti femminili è avvenuto con contratti part time (7,3% per gli uomini); il 73% con contratti a tempo determinato. Nel 2018 il 60% delle donne ha dichiarato di svolgere un part time in mancanza di occasioni di impiego a tempo pieno. Le più «scontente» (82%) sono le giovani tra o 15 e i 29 anni. Come era prevedibile il minor impiego delle donne si è riflesso sui livelli retributivi. Le donne guadagnano meno degli uomini. La differenza è in media del 14,6%.

Nel mondo del lavoro femminile le più penalizzate sono le nuove generazioni, che fanno più fatica a trovare lavoro in assoluto e nei confronti dei loro coetanei. Ce lo dicono i risultati di un focus che lo studio ha svolto sulla condizione lavorativa delle giovani tra i 15 e i 29 anni residenti nella Città Metropolitana di Torino. Da questa analisi si evince che a Torino sono 32 mila (11 mila più dei coetanei maschi) le ragazze più a rischio, accumunate dalla difficoltà di realizzare un normale progetto di vita.  Al pari delle donne più «anziane» queste ragazze subiscono i primi contraccolpi delle differenze di genere. Pur essendo più istruite, guadagnano meno dei loro coetanei con differenze che possono arrivare in media al 15%:

Lavoro di qualità. Se la condizione lavorativa delle donne piemontesi è migliorata, ma non abbastanza, cosa occorre fare per consolidare i miglioramenti ottenuti e ridurre le «differenze di genere»? Lo studio condotto dall’Ismel propone una sua ricetta. Dal momento che la stragrande maggioranza delle donne lavora nel terziario, una maggior equità di genere può essere ottenuta accrescendo il livello qualitativo del settore per offrire occasioni di lavoro nuove, qualificate, meglio retribuite e con maggiori prospettive di crescita professionale. L’equità di genere può essere ottenuta anche per altre vie rendendo ad esempio obbligatoria per legge la parità di genere nelle retribuzione come vorrebbe fare il Governo. Tutto bene, purché si faccia presto. Il lavoro è troppo importante per mantenere in vita le disuguaglianze.

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