Migrazioni e sicurezza, le priorità dell’Europa

Unione Europea – Nel bilancio Ue 2012-2017 sono stati stanziati più fondi ai Paesi che accolgono i profughi: 35 miliardi di euro per la gestione delle frontiere, un segnale di attenzione e sostegno in particolare a Italia e Grecia, lasciate finora sole a gestire l’emergenza degli sbarchi

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Il bilancio dell’Unione europea, che nel periodo 2014-2020 rappresenta l’1% della ricchezza europea, si svilupperà come in passato su un periodo di sette anni dal 2021-2027: la Commissione europea, lo scorso 2 maggio, ha proposto di alzarne la percentuale sul Pil a un sempre modesto 1,11%, pari a un importo di 1.279,4 miliardi di euro, in progressione di quasi 200 miliardi sul settennato scorso.

Per raggiungere questo importo l’Ue ricorre prevalentemente ai contributi nazionali, proporzionati alla ricchezza dei singoli Paesi membri con il complemento di risorse proprie, derivanti in particolare dalle imposte nazionali sul valore aggiunto (Iva) e sui dazi percepiti su importazioni provenienti dall’esterno dell’Unione, in attesa di poter ricavare ulteriori risorse da entrate fiscali proprie.

Inutile dire che quest’ultimo apporto resta problematico in un’Unione che non dispone di una propria capacità di imposizione fiscale e impedisce sviluppi futuri, non solo per le quantità disponibili ma anche per la loro diretta dimensione comunitaria.

Senza troppo addentrarsi nei dettagli tecnici di questa procedura complessa e, per molti aspetti, non facilmente leggibile per i non addetti ai lavori – un limite non banale per una democrazia partecipativa – non stupirà nessuno il tentativo di sottrarsi a questi contributi, a cominciare da quei Paesi che, sotto la guida dell’Olanda, hanno annunciato di voler congelare la dotazione attuale e quelli, come i Paesi di Visegrad (Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca), che temono i vincoli dello Stato di diritto e quelli della solidarietà (come nel caso dell’accoglienza dei migranti), imposti dall’Ue per l’accesso alle risorse disponibili.

Sul versante della ripartizione delle risorse disponibili non si è fatto attendere il fuoco di fila dei destinatari del bilancio, in particolare per la sua articolazione interna che prevede una forte riduzione dei capitoli relativi dei Fondi strutturali destinati all’agricoltura e alla coesione sociale e territoriale, decurtati il primo del 5% e il secondo del 7%, con una dotazione rispettivamente di 379 miliardi di euro e di 442,4 miliardi. Seguono in ordine di quantità decrescente i capitoli destinati al mercato unico, innovazione e digitale (187,4 miliardi), alla politica di vicinato e nel resto del mondo (123 miliardi), all’amministrazione pubblica europea (85,3 miliardi), all’immigrazione e alla gestione delle frontiere (34,9 miliardi), e alla sicurezza e difesa (27,5 miliardi).

L’aridità di queste cifre, da analizzare peraltro disaggregate al loro interno, non deve impedirne una lettura politica nel contesto complessivo delle politiche europee, se si vuole capire in quale direzione cerca di muoversi l’Unione in futuro.

Balzano agli occhi le priorità a monte di questa proposta che continua a privilegiare un settore – quello agricolo – già ampiamente sostenuto in passato con misure troppo spesso ‘assistenziali’ e a discapito di produzioni di Paesi in difficoltà di sviluppo e penalizza pesantemente l’intervento in favore della coesione territoriale e sociale in un’Europa segnata da profonde e crescenti diseguaglianze che ne minano la coesione e il processo di integrazione faticosamente in corso.

Queste prime annotazioni sarebbero però monche se mancasse un riferimento a tre novità di significativo rilievo economico e politico: il forte incremento di risorse per la ricerca e l’innovazione e le nuove dotazioni per due capitoli aperti sul futuro dell’Ue: quello della sicurezza e difesa e quello a sostegno dell’immigrazione e della gestione delle frontiere.

Chi crede in una svolta per l’Unione di domani potrebbe trovare qui le prime tracce di un cammino lungo e difficile, ma che potrebbe evitare all’Ue di avvitarsi su se stessa e rinunciare al suo futuro.

Nel contesto geopolitico attuale un segnale importante di novità, insieme all’avvio di una politica della sicurezza, risiede nella dotazione finanziaria destinata ai problemi posti all’Ue dai recenti flussi migratori. Il capitolo di quasi 35 miliardi di euro, destinato a «Immigrazione e gestione delle frontiere», rappresenta una dotazione significativa anche se, spalmata su sette anni e con la previsione di una possibile pressione migratoria crescente, non può certo dirsi sufficiente. E resta ancora da valutare il peso delle risorse destinate all’accoglienza e quelle ai controlli alle frontiere, in assenza di una politica migratoria comune che consente a ciascun Paese di muoversi a difesa dei propri interessi immediati, senza iniziative comunitarie di solidarietà, come sperimentato in questi anni.

Nelle condizioni attuali la proposta della Commissione europea ha piuttosto il valore di un segnale di attenzione e un messaggio di sostegno a Paesi, come l’Italia e la Grecia, lasciati finora soli nell’affrontare quella che ormai non è più un’emergenza, ma un problema strutturale. Né va dimenticato che a queste risorse si affiancano quelle destinate alla politica di vicinato e nel resto del mondo (123 miliardi), uno sforzo rilevante per sostenere l’avvio di una politica estera dell’Ue, che si intreccia in molti casi con i problemi all’origine delle migrazioni. In particolare va qui ricordato che su questo versante, a fianco del Bilancio Ue propriamente detto, si affiancano altri strumenti come il Fondo europeo di sviluppo (Fes) cui contribuiscono separatamente i singoli Paesi membri, contribuendo a fare dell’Ue il primo donatore al mondo in favore di Paesi in difficoltà di sviluppo.

Come si vede una pluralità di strumenti che nell’Europa di domani dovrebbero convergere verso politiche commerciali che non penalizzino in particolare i Paesi africani e sostenere l’avvio di una politica estera e di cooperazione allo sviluppo comune europea, nel segno anche di quella futura «sovranità europea» sulla quale si è impegnato Emmanuel Macron, per la verità accolta senza grandi entusiasmi da molti (e l’Italia del dopo 4 marzo lo sta dimostrando) e ancora troppo contraddetta dallo stesso Presidente francese.

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