Mirafiori Sud, il Centro San Luca compie 30 anni

Sette mila accoglienze – L’opera per le persone straniere senza tetto, avviata il 12 febbraio 1990 da don Matteo Migliore, celebra trent’anni con due appuntamenti: venerdì 21 una Tavola rotonda e domenica 23 la Messa

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Oltre 7 mila persone accolte, 113 i paesi di provenienza. Sono il «bilancio» di trent’anni del centro di accoglienza nel cuore di Mirafiori Sud. Il «bilancio» del Centro San Luca, contiguo alla chiesa parrocchiale (una quarantina di posti letto e servizio di mensa serale), in via Negarville, espressione di una comunità che abita il territorio cercando risposte, mettendosi in gioco, guardando, dopo 3 decenni di attività, ai cambiamenti che il quartiere  ha attraversato e alle nuove sfide che ora si pongono.

Un quartiere che si va impoverendo di risorse: la posta e l’anagrafe  sono state chiuse, c’è una mobilitazione che riguarda anche il trasferimento degli uffici di zona della Polizia municipale, e non mancano le richieste di aiuto da parte di famiglie che si trovano senza lavoro, di italiani e stranieri senza più casa.

Ma non manca nemmeno la voglia di aiutare, di condividere le risorse che si hanno, di cercare nuovi modi per sostenere chi fatica e per questo i festeggiamenti per il trentennale del Centro che ricorreva il 12 febbraio scorso sono stati pensati in due momenti: una tavola rotonda, il 21 febbraio nel salone parrocchiale alle 21  alla quale interverranno don Matteo Migliore (già parroco di San Luca, fondatore del Centro), Sonia Schellino (assessore alle politiche sociali), Pierluigi Dovis (direttore della Caritas diocesana), Luisa Bernardini (presidente circoscrizione 2), Pasquale Ciavarella (responsabile del Centro di accoglienza). Secondo momento domenica 23 alle 10 la visita guidata al Centro di accoglienza, con lo scoprimento della targa del trentennale, alle 11.30 la Messa e alle 13 il pranzo.

«Il trentennale», sottolinea il parroco di San Luca, don Corrado Fassio, «è stato infatti organizzato non solo come occasione celebrativa di tanti anni di servizio, ma soprattutto come momento di riflessione sulle modalità di aiuto rispetto ai bisogni e per promuovere la partecipazione all’impegno per chi è più povero. L’opera avviata trent’anni fa può affrontare le nuove sfide della povertà quanto più coinvolgerà anche forze nuove e giovani. Celebrare il trentennale significa accogliere la sfida di rinnovare le energie e di trovare anche risposte nuove ai cambiamenti in atto».

Un’attenzione ai cambiamenti che i volontari del Centro (una trentina che si alternano su turni settimanali) che hanno costituito l’associazione «I tralci» per migliorare la gestione delle attività hanno ben chiara: «All’inizio», spiega il responsabile Pasquale Ciavarella, «negli anni ’90 il centro è nato per far fronte all’ondata di migranti Albanesi che cercavano fortuna qui e non avevano nulla. C’erano i locali dell’ex scuola professionale che aveva avviato don Paolo Gariglio, predecessore di don Migliore che erano inutilizzati e tanti stranieri che non avevano altro posto che la strada dove dormire. Talmente tanti che don Migliore utilizzava ance il sottochiesa, le aule di catechismo, non diceva mai di no a nessuno che bussasse alla sua porta.  Oggi ci sono tanti italiani, poi abbiamo avviato anche un progetto con il carcere e 12 dei nostri posti sono riservati al piano dell’emergenza freddo del Comune di Torino. Per il servizio mensa ci siamo appoggiati al Banco Alimentare, utilizziamo grazie alle nuove norme contro lo spreco alimentare quello che non viene consumato da alcune mense aziendali, cerchiamo di fare il più possibile rete con il territorio». E ancora: «dalla semplice accoglienza notturna», prosegue Ciavarella, «abbiamo ‘lavorato’ sulla responsabilizzazione degli ospiti, che devono mantenere pulito il proprio spazio e adoperarsi perché il centro sia sempre accogliente». Ecco dunque che ad esempio negli anni passati il rifacimento della cappella feriale della chiesa parrocchiale, contigua alle stanze del dormitorio è stato effettuato anche grazie al contributo degli ospiti. Una responsabilizzazione, unita all’accoglienza sperimentata nell’incontro con i volontari, che ha consentito a molti anche di recuperare fiducia in loro stessi «e tanti sono poi riusciti a inserirsi nel mondo del lavoro, a crearsi una famiglia, c’è chi torna ancora a trovarci».

Trent’anni sono migliaia di notti e di pasti, ma anche di viaggi con il furgone a recuperare cibo o vestiti o quanto necessario agli ospiti. «Così il nostro regalo per il trentennale», spiega  Ciavarella, «sarebbe quello di trovare un nuovo mezzo di trasporto che rimpiazzi il vecchio e usato furgone, che è anche un simbolo nel nostro quartiere di un aiuto che passa nella quotidianità delle vite di ciascuno, per le strade che tutti noi frequentiamo e che per molti sono luogo di abbandono e isolamento».

L’appello a un gesto concreto, ma soprattutto a rinnovare la sensibilità e la disponibilità: «per noi tutti», conclude, «sono le parole del Vangelo di Matteo al capitolo 25 ‘ero forestiero e mi avete ospitato,  ho avuto fame…’ che sono anche  rappresentate nelle vetrate della cappella, che ci hanno animato nel servizio in tutti questi anni, parole che crediamo valgano ancora oggi per tutti…».

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