Morire di freddo, il caso di Grugliasco

La morte di un senza tetto in un parco pubblico di Grugliasco, la notte del 30 novembre, ha riacceso i riflettori sul dramma della solitudine e sull’emergenza freddo, che gli enti locali e la Caritas diocesana di Torino affrontano con accoglienze straordinarie

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hanno trovato domenica mattina nel parco Moro di Grugliasco, la sua casa una panchina. Forse il freddo la causa del decesso di Ezio, 53 anni, senzatetto, conosciuto da quasi tutti i residenti del quartiere San Giacomo.

«Una vittima della povertà e del freddo che deve farci riflettere», commenta Pierluigi Dovis, direttore della Caritas di Torino, «Non è sufficiente la moltiplicazione delle strutture per affrontare il problema. Ezio non è morto per mancanza di posti letto – anche se qualche struttura in più nelle città della cintura non farebbe male – o perché fosse sfuggito all’attenzione dei cittadini di Grugliasco che nei giorni scorsi si erano attivati perché gli venisse offerta una alternativa alla panchina del giardino. Ezio è morto perché intorno a lui non si è creata una rete che lo facesse sentire persona desiderata, importante. Viene prima il bisogno di relazione rispetto a quello i servizi.

È attraverso la relazione che poi la persona arriva ad accettare l’aiuto, che legge nell’offerta di un ricovero per la notte un atto di fiducia, un riconoscimento della propria dignità. È una morte che interpella dunque anzitutto la qualità della nostra relazione umana». Qualità che viene esplicitamente ricercata nelle modalità in cui la Caritas diocesana anche quest’anno si è messa a disposizione, con il Comune di Torino e vari enti ecclesiali per l’«Emergenza freddo», ampliamento della accoglienza notturna per il periodo invernale di chi non ha un posto dove dormire. Se la relazione l’ospitalità va posta al centro non si dovrebbe realizzare allestendo ricoveri per grandi numeri.

«Abbiamo messo a disposizione», prosegue Dovis, «110 posti. Il dormitorio più grande accoglie 25 persone, gli altri meno, anche solo 6 ospiti, in modo che in ognuno si possa creare una relazione positiva sia tra gli operatori e i senza dimora, ma anche tra gli stessi accolti. Ne è una prova l’accoglienza femminile al Carlo Alberto, dove si sono stabiliti rapporti di amicizia e sostengo reciproci che hanno consentito di proseguire l’esperienza anche in estate». Altra caratteristica  dell’accoglienza predisposta dalla Caritas è la durata e la continuità, non solo il mesi più freddi o qualche notte ‘di passaggio’, ma tutto il periodo invernale, un tempo sufficientemente lungo per approfondire la conoscenza degli ospiti e cercare di individuare possibilità di accompagnamento verso situazioni migliori.

«Grazie ai tempi di permanenza più lunghi e di un arrivo non per via diretta ma tramite un percorso di accesso mediato dai servizi pubblici della città inoltre la persona acquista una ‘visibilità’ per gli enti e può auspicare la presa in carico che va oltre il garantire la sopravvivenza ai rigori di un inverno». La prova di una attenzione più lungimirante è che negli ultimi due anni 15 senza dimora passati dall’accoglienza notturna sono riusciti ad avere un lavoro e a riconquistare fiducia nel futuro e dignità. Relazione per ritrovare la dignità.

Un percorso che può portare dalla strada al dormitorio ad una occupazione e che può passare anche attraverso altre iniziative come quella intitolata «Noi insieme: Natale 2019, che domenica 1° dicembre è stata realizzata da Intesa Sanpaolo con la collaborazione della Caritas diocesana. 300 ospiti, persone e famiglie in situazioni difficili, individuati in una ventina di centri caritativi di Torino e prima cintura sono stati accolti dal presidente di Intesa Gian Maria Gros-Pietro e da circa 40 dipendenti della banca al grattacielo Intesa Sanpaolo dove hanno trascorso una giornata diversa pranzando nella mensa ipogea, visitando la serra bioclimatica ai piani più alti, incontrando Pepper, il robot umanoide di Intesa Sanpaolo Innovation Center. «Inizialmente», ammette Dovis «ero un po’ scettico di fronte all’idea di proporre alle persone in difficoltà che aiutiamo di partecipare ad una iniziativa da una realtà bancaria che per molti è considerata una entità ostile.

Invece è stata accolta e apprezzata proprio come un riconoscimento di dignità. Per un giorno si è reso accessibile per loro un edificio come il grattacielo che è un po’ il simbolo della città. Hanno avuto un pranzo servito dai ragazzi della formazione professionale salesiana nel settore della ristorazione che li hanno accolti con la spontaneità e la disponibilità che hanno i giovani. Hanno avuto un pranzo di qualità che qualcuno ha definito ‘di nozze’ e anche questo li ha fatti sentire importanti».

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