A Torino il Museo sotto il Duomo fa 10 anni, scommessa riuscita

Nella cripta – Dieci anni del Museo Diocesano di Torino: decine di migliaia di visitatori fra i resti delle basiliche paleocristiane. Le Chiese locali, in tutt’Italia, stanno imparando a valorizzare la memoria e l’arte sacra, gli archivi, il patrimonio storico degli arredi liturgici

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«I musei sono la dimensione in cui durano e vanno avanti i sogni con cui uomini simili a noi hanno cercato di dare un senso alla realtà, di innalzare valori nel deserto del Niente. Nel museo la Bellezza si manifesta in modo chiaro, distinto, indubitabile». Così scrive il pittore e saggista Emilio Tadini, per sottolineare che anche i grandi musei, strutturati in senso istituzionale, conservano il loro carattere originario di luoghi della meraviglia e dell’immaginazione, quali erano le cosiddette Wunderkammer, raccolte favolose di oggetti naturalistici e stravaganti, antenati dei musei odierni.

Il museo si afferma progressivamente come servizio alla collettività, capace di suscitare curiosità e di promuovere cultura, educazione, accoglienza. Il museo ‘ideale’ viene tratteggiato efficacemente dall’Icom (International council of museums, associata all’Unesco di Parigi), che lo definisce un’istituzione stabile, al servizio della società, aperta al pubblico, che conserva i beni, li approfondisce e condivide le conoscenze per fini di studio, di educazione e di diletto.

Nel caso dei musei diocesani, oltre ai compiti di tutela e valorizzazione del patrimonio storico-artistico comuni a ogni istituzione museale, va presa in considerazione la loro identità specifica; secondo la Lettera circolare sulla funzione pastorale dei musei ecclesiastici (Pontificia commissione per i beni culturali della Chiesa, 2001) questa è legata principalmente al contesto (ecclesiale) di cui sono espressione e parte integrante.

Si tratta, quindi, di istituzioni della Chiesa che si pongono al servizio della Diocesi di appartenenza per valorizzarne il patrimonio; l’allestimento e la gestione esprimono, attraverso i suoi beni culturali, la peculiare fisionomia della Chiesa locale e la sua storia. L’obiettivo primario è di restituire agli oggetti esposti la memoria della loro funzione originaria, ricuperando i legami con la comunità cristiana cui il bene apparteneva e con le forme della vita ecclesiale cui era destinato.

Il patrimonio dei beni ecclesiali, infatti, è stato costituito in vista della liturgia, della catechesi, della cultura, della carità. Con il mutare nel tempo delle esigenze pastorali, sorge la necessità di conservare manufatti non più in uso, al fine di custodirne il valore storico e artistico. In particolare, la riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II ha favorito un grande rinnovamento nel campo degli arredi e delle vesti liturgiche, con conseguente accantonamento di numerosissimi oggetti di culto. L’espansione del mercato antiquario e il rischio di sottrazione di un patrimonio spesso esposto a precarie condizioni di sicurezza e di conservazione hanno reso urgente predisporre un contesto idoneo per la tutela e la fruizione.

«Il museo ecclesiastico non è semplice raccolta di oggetti desueti: esso rientra a pieno titolo tra le istituzioni pastorali, poiché custodisce e valorizza beni culturali un tempo posti al servizio della missione della Chiesa ed ora significativi da un punto di vista storico-artistico. Esso si pone quale strumento di evangelizzazione cristiana, di elevazione spirituale, di dialogo con i lontani, di formazione culturale, di fruizione artistica. Luogo di conoscenza, godimento, catechesi, spiritualità» (Lettera pastorale 2.1.1).

La scelta di esporre opere in un contesto diverso da quello originario può essere legata a varie ragioni, come la distruzione degli edifici di provenienza, la necessità di esporle in condizioni più favorevoli alla loro conservazione; ancora, offrire una maggiore visibilità o stabilire un dialogo con altre opere presenti in museo. I musei diocesani sono, in generale, recenti: nel 1971 erano 37; circa 230 nel 2009. Oggi sono più di mille, compresi quelli genericamente ecclesiastici, e costituiscono una rete di musei, a volte piccoli o anche piccolissimi, che offrono una presenza capillare sul territorio, con un panorama di tipologie e contesti di indubbio valore.

L’Amei (Associazione musei ecclesiastici italiani) nasce nel 1996 per valorizzare gli specifici contenuti di fede e di religiosità popolare di tali istituzioni, a cui offre anche strumenti per migliorarne la gestione. Nel 2016 ha stipulato un accordo con il ministero per i Beni e le attività culturali (Mibact) che riconosce il ruolo dei musei ecclesiastici, impegnandosi a valorizzarli, anche attraverso progetti mirati e investimenti, in vista di un maggiore inserimento nel sistema museale nazionale.

In una riflessione del 2017 su «Thema», magazine di architettura e arte sacra, la presidente dell’Associazione Domenica Primerano declina per i musei ecclesiastici un’identità «multipla» su quattro linee, che ogni realtà museale interpreta in base alle sue possibilità concrete: musei del territorio, che conservano e valorizzano beni della locale comunità ecclesiale; musei accessibili, luoghi di inclusione e di accoglienza; musei in dialogo, luoghi di confronto, scambio, dialogo interculturale e interreligioso; musei laboratori per il contemporaneo, di incontro con l’arte contemporanea per dire la fede nell’oggi.

Sulla scia di questi obiettivi, il Museo diocesano di Torino, inaugurato dieci anni fa, l’11 dicembre 2008, dal cardinale Poletto e riallestito (progetto di Studio Momo e collaboratori) nel marzo 2010 per la XV Ostensione della Sindone, si pone come luogo vitale di testimonianza della storia culturale e religiosa della comunità torinese.

Al recupero dei suggestivi spazi di impianto rinascimentale nella chiesa inferiore della Cattedrale si è accompagnato un progetto di integrazione dell’allestimento con gli straordinari resti delle tre basiliche antiche rinvenute sotto il Duomo; lo «spazio-contenitore» dialoga con i capolavori di pittura, scultura, oreficeria e arte tessile provenienti da vari luoghi della diocesi, con un’articolazione in diverse sezioni che richiamano l’esperienza ecclesiale e la vita liturgica. Il museo non si limita qui alla sua funzione di contenitore, ma si fa contenuto, quasi un «museo di se stesso»; deve tuttavia, come suggeriva l’architetto Mario Roggero, che tanto ha operato nella diocesi torinese, mettersi a servizio delle opere come «museo dell’ombra», in secondo piano rispetto agli oggetti che contiene, senza sovrastarli.

Dopo la recentissima riorganizzazione della biglietteria e dello spazio-incontri, si procederà a qualche necessario aggiornamento dell’allestimento e sostituzione di opere, conservando la fisionomia e l’ampio respiro che caratterizzano il grande spazio sotto il Duomo. Il direttore don Carlo Franco precisa alcune prossime novità: incrementare le opere di arte contemporanea, mettendole in dialogo con il resto della collezione; al di là della mostra temporanea attualmente dedicata alla Sindone, allestire una sezione permanente sul tema e approfondire la relazione di complementarità con il museo della Sindone; a partire da alcune opere, allestire un breve percorso sulla spiritualità francescana. Con uno sguardo di più ampio respiro, impostare una collaborazione sistematica con l’archivio arcivescovile, attraverso esposizione temporanea (a rotazione, così da rispettarne le esigenze conservative) di alcune opere cartacee molto significative, dei veri tesori, attualmente non esposte al pubblico.

Va citata, ad esempio, una copia antica del De re aedificatoria di Leon Battista Alberti che si spera potrà essere oggetto nel prossimo futuro di uno specifico progetto di valorizzazione. Ancora, sarebbe interessante dare visibilità a beni posseduti da singole parrocchie attraverso brevi esposizioni temporanee, che siano magari occasione per micro-interventi di restauro e manutenzione. La collocazione del museo incoraggia in modo naturale la collaborazione con i Musei reali; si auspica che gli ottimi rapporti di ‘vicinato’ e comunicazione, interessante e virtuoso esempio di equilibrata relazione tra una realtà statale e una ecclesiastica, possano giungere a qualche concreta forma di collaborazione, cominciando da un coordinamento nelle riduzioni alla biglietteria.

Il direttore spende infine una parola di vera riconoscenza per tutti coloro che a vario titolo mettono le loro energie al servizio del museo: i membri del Comitato scientifico, le associazioni che propongono programmi educativi e itinerari rivolti a scuole, parrocchie e gruppi di catechismo. Infine, la preziosissima risorsa rappresentata dall’esercito dei volontari, organizzati da 15 collaboratori che di fatto gestiscono l’accoglienza, conditio sine qua non, senza i quali quasi nulla sarebbe possibile.

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