Natale con Gribaudi, il miracolo dei piccoli gesti

Memorie, ricordi, riflessioni ispirate dalla Natività – Dal «bastone del pastore», con cui il nonno lo accompagnava al presepio, l’editore e scrittore Piero Gribaudi rievoca quelle azioni quotidiane «tessuto che avvolge il mondo per dargli conforto»

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Mi è stato chiesto un pensierino natalizio. Non ne ho neanche uno. Ho però il vecchio bastone di mio nonno, di canna, col quale, sotto Natale, lui mi accompagnava verso il Presepio della vecchia villa, che ogni anno tappezzava di ‘pensierini’, memorie, riflessioni più o meno pie. Eccone alcune, che quel bastone, che il nonno chiamava «bastone del Pastore», srotolava per me.

Sete

Ma che cos’è questa sete che, quanto più ci abbevera, tanto più ci serra la gola? Che cos’è questa nostalgia che col passare degli anni cresce come un torrente sotterraneo nelle nostre arterie più segrete? È la malinconia. La sua storia fascia l’umanità dalla nascita, quando l’uomo si accorse subito, nell’inoltrarsi nelle terre e sui mari, di aver dimenticato qualcosa, di non essere solo ma di non sapere chi gli fosse compagno di cammino, di intravedere la bellezza e la maestà di ogni cosa soltanto da strette fessure o attraverso spazi ingombri.

Qualche ombra ci precede, ci affianca, ci segue. Qualche immensità ci contiene e vorrebbe cullarci. Qualche voce grida il nostro nome con tale potenza che la sua chiamata passa come il vento attraverso le nostre anime che non la sanno decifrare. È una storia antichissima, quella della malinconia e della sua sorella nostalgia. Non è mai stato facile convivere con loro. Intere civiltà hanno cercato in ogni modo di sondare in che cosa consistesse il loro richiamo, senza riuscirvi. Piccole persone, grandi idee, storie mediocri, neonati, morenti, malati, folli, innamorati, perdenti, giocatori, studiosi, anime stracciate e spiriti luminosi, tutti, prima o poi, devono giocare a scacchi con loro nella speranza di vincere e la certezza di essere sconfitti.

Eppure, teniamole strette, avvinghiate a noi, alle nostre disperazioni e alla nostra insignificanza, queste realtà nate con il nostro stesso fango ma quasi nostre proiezioni di diversa natura. Dal nostro primo vagito ad oggi, nulla s’è potuto fare per scuotercele di dosso. Tanto vale invitarle al nostro desco, proprio oggi che è Natale e cogliere tra le loro ciglia, insieme alla rugiada di lacrime che stilla dai loro occhi, quel sorriso che esse pure irradiano, in chi le accetta e dice loro un «sì» d’amore.

Fili d’oro

Se avessimo vista più acuta, potremmo vedere l’intero globo terrestre avvolto da un viluppo di sottilissimi fili d’oro. Tutto è collegato, quaggiù, e ogni realtà si sostiene e ne sostiene un’altra tramite sottilissimi fili d’oro. È una storia, questa, già nota ai popoli antichi. Essi sapevano di essere tessitori, e non lasciavano nulla che rimanesse sospeso e senza senso. Il collegare ogni cosa con cura e armonia li rendeva ogni giorno più fieri di essere uomini e riconoscenti di esserlo.

Nulla di più semplice, per capire che cosa mai sia questa delicatissima, e insieme robustissima sfera, che decifrare, in un brano di musica, le decine di echi che le note si rimandano le une alle altre, e il loro intrecciarsi e il frutto che ne nasce. Anche in una grande cattedrale è possibile cogliere appieno questo mirabile disegno di fili che si attirano, compongono, scompongono, uniscono, formando l’impressionante consonanza dell’insieme e riempiendoci gli occhi di intensità e luce.

Le arti sono state donate all’uomo proprio perché attraverso di loro egli potesse afferrare un filo di sé e cominciasse a tessere anch’egli se stesso, prima con sé, poi con gli altri e infine col mondo. Le mani dei bambini intrecciano, di questa tela lucente che pochissimi vedono ma che è assolutamente reale, migliaia di nodi. Poi le dita, col passare del tempo, pasticciano, si stancano, s’arrestano. E nella immensa tela di luce appaiono brutte fessure.

Siamo tutti come api. Con la differenza che gli insetti d’oro e di miele sanno quel che fanno e noi crediamo di saperlo, specialmente adesso che è tempo di Nascita, realtà, ma abbiamo occhi troppo poco profondi per contemplare la luce che, in mille fili a volte sottilissimi, ci fa vivere ogni giorno, piovendo oro sulle nostre anime.

Futuro

Il futuro non ha storia. Ne vorrebbe avere, poveretto, conscio della propria importanza. Ma non appena si veste di un atomo di storia, è già passato. Il futuro è infatti irreale. È l’ipotesi per eccellenza. Immane lastra d’acciaio contro la quale si frantuma ogni sguardo, si consumano sogni, speranze, decisioni, propositi, velleità e desideri, è tuttavia il tempo preferito dall’uomo e dalla sua progenie.

A ben vedere, il futuro non solo non esiste ma non è mai esistito. Il suo svolgersi è quasi sempre stato diverso da ogni attesa. Divenuto storia, ha preso strade sempre impreviste, così come i nostri Natali, strade sovente oscure, smentendo profezie o divinazioni, previsioni o attese, quasi sia stato un aratro continuamente tratto su terreni ignoti, di compattezza e consistenza sempre diversi da ogni ipotesi.

Non è strano che di fronte a questo muro, che ogni giorno ci si para davanti inespressivo e impenetrabile, l’uomo continui a coltivare sogni, stendere i suoi panni al sole e il suo animo a miliardi di attese? Il futuro è di una immane debolezza, di una dolente fragilità. Ogni imprevisto ne mina l’esistenza, ogni novità lo insidia. Basta un microscopico embolo che occluda un vaso sanguigno per annientarlo. Un terremoto per mutarne il volto al cospetto di intere popolazioni. Un colpo di follia per capovolgere vite e distorcere destini.

Ma allora che cos’è che ci incalza, fa sgorgare desideri, sorgere bisogni, progettare, immaginare, inventare, resistere in modo tanto ostinato, cocciuto, in una parola sperare? Il domani è sempre incerto. L’imprevedibile tende trappole. L’inaspettato ci aspetta con pazienza. L’esistenza è quasi impalpabile. La vita fugge. Eppure… Chi ha dato questa spinta? Chi attrae e chiama dalle viscere di questo futuro? Che cosa vuole? Che cosa attende?

Non lo sappiamo. Ma sia lode all’uomo, al suo coraggio e alla sua follìa! Lo stesso futuro lo guarda con ammirazione e stupore. Forse perché tra Lui e l’umanità c’è un qualche grado di parentela.

Storia di quel momento

Quel momento viene per tutti, e l’unico a non accorgersene è colui per il quale viene. Tutto quanto si è vissuto, sofferto, pensato, fatto, amato trova in quel momento l’apice e la conclusione. Il ruscello della nostra esistenza giunge al mare, o forse al deserto. Il canto delle nostre lacrime e speranze ammutolisce. I nostri stessi silenzi cessano. Non è certo la pace sperata, quel momento. Forse non è neppure il cancello per altri prati o la chiave per altre serrature. È più probabile che quel momento ci raccolga come siamo nati, nudi di tutto tranne che del nostro corpo; e il nostro corpo, che ha temuto tanto quel momento ed ha lottato per allontanarlo, ora guardi quel che resta di noi stupefatto della nostra povertà. E non veda nulla, oltre a quella, cieco com’è.

Eppure in quella nostra povertà che diventerà, nel turbine del tempo, rapidamente polvere, risiede il senso di quel momento, la sua breve ma intensissima comunione di pena con il mondo intero e il suo contatto col mistero. Qui sta realmente, carnalmente il tempo di Natale, e il Sangue di Cristo comincia a irrorare la nostra vita. Quel momento non è mistero. Ma forse ci congiunge col mistero, ci presenta a lui con un inchino di pietà o compassione. Non è neanche vita, come pensano gli ottimisti ad oltranza. Ma forse ha un suo legame con quella sorta di esistenza che ci ha inquietato o consolato per l’arco intero della nostra vita.

«Adesso e nell’ora…»: la piccola preghiera cristiana alla Madonna ha da sempre intuito che, usciti da un grembo materno, la nostra povertà estrema e la nostra fine quaggiù potrebbero unirsi solo a quella povertà e a quel nulla che furono giudicati degni di accogliere la sua parola per noi. È Natale. Ne siamo degni?

Mia moglie

Mi vive accanto una donna piccola, bruna anche se è bianca, profonda anche se un po’ smemorata, che tutti mi invidiano con ferocia. Naturalmente, io faccio finta di niente. Anche se è furba come una volpacchiotta e ha il fiuto di un levriero, e quindi in grado di leggermi come un libro stampato, cerco di farle una corte svogliata, di camuffarmi in molte guise, di nascondermi sotto molti tappeti.

Perché mi comporto così? Per evitare eccessi d’entusiasmo, irruenti dimostrazioni sensibili, delicatezze squisite e un innamoramento che secondo me non ha ragione ma che lei insiste a provare per me. Non vorrei provasse delusioni, non vorrei farla soffrire, desidererei soltanto che sorridesse di una gioia offerta da me. In realtà l’ho delusa, l’ho fatta soffrire e il suo sorriso non è fatto di me, ma di sé per me.

È molto semplice, mia moglie, come è semplice la natura e sono semplici le creature dell’oltre. Viene infatti da lontano, da molto lontano. E arriva ogni giorno a bussare con tutta la sua tenerezza all’amore di cui lei è la tessitrice, mentre io sono, caso mai, il telaio. Un solo giorno con lei farebbe impazzire di gioia, stupore ed incanto qualsiasi uomo. Ma io non sono un qualsiasi uomo. Sono molto peggio. E per questo lei si stupisce che possa esistere uno come me. Ama il mio mistero, il mio non-essere, le mie miserie. Poi, dato che per lei l’ordine, l’armonia, la pulizia sono sorsi di vita, guarda il golfino che indosso e mi dice: «Hai una macchia». Solo allora mi accorgo che devo ancora cominciare ad amarla.

Gesti natalizi

I piccoli gesti sono il tessuto che avvolge il mondo per dargli conforto. Accoccolati ai piedi del grande fante di bronzo del Duca d’Aosta incombente sul viale, due fidanzatini paiono due grilli che si proteggono dalla pioggia sotto la cappa di un maestoso fungo. Un vecchietto, che cammina stortignaccolo per il male ai piedi e la schiena gigia, li vede, li guarda e li saluta. E loro rispondono agitando le braccia. E il vecchietto quasi casca a terra per l’emozione.

Un cane fissa pensoso l’orizzonte. Immobile, serio, concentrato. Un bimbo passa e lo vorrebbe distrarre, ma non lo fa. Lo fissa anche lui con somma attenzione. Il cane filosofo e il bimbo rispettoso hanno stima uno dell’altro.

Passa un papà spingendo una carrozzella con un bimbo che riposa. Anche il papà, dall’andatura pesante, vorrebbe riposare su qualche panchina, ma il bimbo ha sete di aria pulita, e le foglie che cadono si posano col loro fremito su entrambi, tenendo desto il papà e quieto il bimbo. Di mamma non c’è ombra, ma a fare ombra è la sua assenza.

Il nonno ha invitato la nonna, un po’ giù di corda, al Museo dell’automobile. La nonna detesta le automobili. Il nonno detesta i musei. Poco per volta si lasciano avvolgere dalla magica atmosfera della multimedialità museale: voci, luci, buio con lampi, antiche carrozze, rombo di motori. E c’è perfino un trenino che li porta qua e là. All’uscita, il nonno offre alla nonna una stupefacente coupé gialla, dalle forme slanciate. La nonna accetta ed entrambi prendono il tram più leggeri, sereni e pacificati. «Scusi…», «grazie», «permette?», «ma si figuri» s’intrecciano nel parco giochi fra un avvocato, il barista dell’angolo, la nonna senza nipoti e un nipote senza nonna. Cani festosi sventolano code e azzannano palloni. La pazienza fa la sua lunga passeggiata. I ricordi delle teste bianche fanno la corte alle ultime rondini. Gesti talmente da nulla che è impossibile non comunichino qualcosa, tali e tanti significati garbati diffondono intorno a sé. È questo il vero miracolo del Natale.

 

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