Nel 2019 uccisi 29 missionari e operatori pastorali

24 marzo – Nell’anniversario dell’assassinio di san Óscar Romero in tutto il mondo si è pregato per i laici e i consacrati ammazzati in terra di missione. Secondo i dati dell’agenzia Fides dei 29 martiri nel 2019 sono stati uccisi 18 preti, 1 diacono permanente, 2 religiosi, 2 suore e 6 laici

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Missionari martiri: la 28ª Giornata di preghiera e digiuno nel nome di Romero. Quarant’anni fa, il 24 marzo 1980, a San Salvador, durante la Messa, gli «squadroni della morte» assassinavano l’arcivescovo Óscar Arnulfo Romero, voce contro le ingiustizie del mondo. Oggi ci sono troppi martiri e troppe persecuzioni di cristiani.

ROMERO E LA SUA OFFERTA – L’iniziativa è promossa dal Movimento giovanile delle Pontificie Opere missionarie, nell’anniversario dell’uccisione di Romero, beatificato il 23 maggio 2015 e canonizzato il 14 ottobre 2018. La causa del suo assassinio «in odium fidei» è il suo impegno nel denunciare le violenze della dittatura militare. La sua figura generò subito una grande devozione tanto che un anno dopo la morte il popolo lo proclamò «santo de América». Il suo messaggio ha due significati: il primo descrive coloro che, ardenti di amore per Dio e per le sue creature, investono la totalità della loro vita e del loro tempo per prendersene cura; il secondo è un vero e proprio imperativo: l’eredità che i martiri, di ieri e di oggi, hanno ricevuto dal Signore la trasmettono ai cristiani del terzo millennio.

29 MISSIONARI UCCISI NEL 2019 – Secondo l’agenzia di stampa «Fides», nel 2019 sono stati uccisi nel mondo 29 missionari, per la maggior parte sacerdoti: 18 preti, 1 diacono permanente, 2 religiosi non sacerdoti, 2 suore, 6 laici. Dopo otto anni consecutivi in cui il numero più elevato di missionari uccisi si era registrato in America – specie del Sud, specie in Messico e in Colombia – nel 2018 e 2019 è l’Africa al primo posto di questa tragica classifica con 15 vittime; poi nelle Americhe 12; in Asia con una vittima (una laica), l’Europa con una vittima (una suora). In questo contesto si usa il termine «missionario» per tutti i battezzati che, consapevoli del Battesimo e in quanto membri del popolo di Dio, sono «discepoli», cioè «missionari». L’elenco annuale di «Fides» ormai da tempo non riguarda solo i missionari «ad gentes» in senso stretto, ma registra i battezzati impegnati nella vita della Chiesa morti in modo violento, non espressamente «in odio alla fede». Il termine «martiri» è nel significato etimologico di «testimoni» e non entra in merito al giudizio che la Chiesa potrà eventualmente dare. Nel 2018 gli operatori pastorali morti erano stati 40: 35 sacerdoti, 4 laici, 1 seminarista.

LA «GLOBALIZZAZIONE DELLA VIOLENZA» – Mentre in passato i missionari uccisi erano per buona parte concentrati in una nazione o in continente, nel 2019 il fenomeno appare più generalizzato e diffuso. Sono stati bagnati dal sangue dei missionari 10 Paesi dell’Africa, 8 dell’America, 1 dell’Asia e 1 dell’Europa. Sempre più spesso la vita di molti è stroncata durante tentativi di rapina o di furto, in contesti sociali di povertà e degrado, dove la violenza è regola di vita, l’autorità dello Stato latita o è indebolita dalla corruzione e dai compromessi. Questi omicidi non sono espressione diretta dell’odio alla fede, bensì di una volontà di «destabilizzazione sociale» in una «globalizzazione della violenza». Alessandro Monteduro, direttore per l’Italia di «Aiuto alla Chiesa che soffre», osserva: «Il virus della persecuzione non ha vaccino e si espande rapidamente». Ricorda l’esempio prezioso di professione della fede fino al dono della vita di Romero e mette in luce come e quanto le persecuzioni non sono frenate neanche dalla crisi sanitaria che miete vittime in tutto il mondo: «Trecento milioni di cristiani vivono in terre di persecuzione, questo vuol dire che un cristiano ogni sette la subisce. Parliamo di 21 Paesi di persecuzione catalogabile come “estrema”: dalla Corea del Nord all’Eritrea, dalla Nigeria al Burkina Faso. Sono forme aggressive di odio» che fanno stragi in particolare nell’Africa occidentale.

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