Nell’Avvento 2020 cambierà il Padre Nostro

Liturgia – Mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, il 29 gennaio 2020 ha annunciato l’entrata in vigore della nuova versione del Padre Nostro a partire dalla prima domenica di Avvento del 2020 (29 novembre)

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Sabato 28 novembre 2020: «Padre nostro… non ci indurre in tentazione». Domenica 29 novembre 2020: «Padre nostro… non abbandonarci alla tentazione».

Mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, il 29 gennaio 2020 annuncia un evento storico: dalla prima domenica di Avvento (29 novembre 2020) non si dirà più: «Non ci indurre in tentazione» ma «Non abbandonarci alla tentazione» perché – spiega – «Dio ci ama e non ci tende trappole per farci cadere nel peccato».

Il Messale con la nuova versione del «Padre nostro» uscirà dopo Pasqua» (12 aprile). Spiega il vescovo-teologo: «Bisogna essere fedeli alla preghiera insegnata da Gesù. Il verbo greco significa “portarci, condurci”; il latino usa “inducere”; la traduzione italiana è “indurre, spingere a”. Non possiamo dire a Dio “non spingerci nella tentazione”», una traduzione fedele dal punto di vista lessicale, ma assurda dal punto di vista sostanziale. Il problema riguarda tutte le lingue  del mondo: lo spagnolo dice «Fa’ che noi non cadiamo nella tentazione»; il francese «non lasciarci entrare in tentazione». Dunque, «il nostro Dio, che è un Dio buono e grande nell’amore, fa in modo che noi non cadiamo in tentazione. Dato che nella Bibbia Cei la traduzione è “Non abbandonarci alla tentazione” i vescovi hanno scelto questa versione per rispettare la corrispondenza tra testo ufficiale e liturgia».

Il cambiamento provocherà qualche problema ai fedeli? – Intervistato da «Radio Vaticana», Forte risponde: «Non credo che ci saranno grossi problemi. Dobbiamo aiutare le persone a capire che non si tratta di un cambiamento fine a sé stesso ma per pregare in maniera più vicina alle parole di Gesù». La decisione della Cei è del 15 novembre 2018, ma c’è voluto un po’ di tempo perché la nuova traduzione è inserita nel nuovo «Messale romano» che sarà consegnato alla Chiesa italiana dopo Pasqua ma che si utilizzerà dal 29 novembre. «Tutto ciò per un motivo molto semplice: dare a tutti il tempo di acquistare il volume del nuovo Messale».

Per questo cambiamento ci sono voluti 55 anni – Dal 7 marzo 1965 si celebra la Messa in italiano e in tutte le altre lingue del mondo. Paolo VI parlò di «data memorabile nella storia della Chiesa perché la lingua parlata entra ufficialmente nel culto liturgico. La Chiesa ha sacrificato tradizioni di secoli per arrivare a tutti». Era un grande passo che metteva i credenti in contatto diretto con il divino. Erano piacevolmente sorpresi, molti attoniti, parecchi impacciati, ma alla fine tutti contenti gli italiani che andarono a Messa il 7 marzo 1965. Potevano pregare, cantare, rispondere in italiano. Mi si perdoni un ricordo personale. Avevo 19 anni e nella mia parrocchia a Torino – un quartiere operaio, allora dominato dalle Ferriere Fiat e dalla Michelin, demolite da tempo – la Messa delle 9 era frequentata da frotte di ragazzini e ragazzine, rigorosamente separati. Ricordo la sorpresa, la gioia, l’entusiasmo e anche l’impaccio per le letture, le risposte e i canti in italiano. La riforma rappresenta il primo e tangibile frutto del Concilio Vaticano II (1962-1965). Un abbozzo di riforma (1948-1955) con Pio XII riguarda la Settimana Santa, mentre Giovanni XXIII cancella dalle preghiere del Venerdì Santo quella «per i perfidi ebrei».

La Cei il 21 dicembre 1964 introduce i primi spezzoni di riforma – L’italiano nelle letture e in alcune parti della Messa; la recita o il canto tra celebrante e fedeli di «Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Agnus Dei»; negli anni successivi le preghiere dei fedeli, le nuove preghiere eucaristiche, i nuovi canti, la Concelebrazione, lo scambio del segno di pace; l’altare verso l’assemblea; la riforma di Sacramenti, dei sacramentali e della «Liturgia delle ore» (breviario); la riorganizzazione dell’anno liturgico e delle feste del Signore, della Madonna e dei Santi; l’introduzione dei laici, uomini e donne, nei ministeri: lettori della Parola di Dio e delle preghiere dei fedeli, ministri straordinari dell’Eucaristia distribuita in chiesa e recata ai malati, diaconi permanenti (solo maschi). Novità anche per l’architettura, l’arte sacra e la musica.

Nel 1969 Paolo VI promulga il nuovo «Messale romano» che recepisce il Concilio. Poi escono il «Lezionario», le «Norme dell’anno liturgico», il «Calendario romano generale», i «Lezionari» della domenica, della settimana, delle feste, dei Sacramenti. Gli episcopati provvedono alle traduzioni e «calano» la riforma nella sensibilità e nella cultura della gente. Un lavoro immane. La riforma nasce dalla costituzione sulla liturgia «Sacrosanctum Concilium» (4 dicembre 1963). Definisce la liturgia «il vertice verso cui tende l’azione della Chiesa e la sorgente da cui scaturisce la sua forza». Un plebiscito la votazione con il più elevato numero di consensi fra i 16 documenti conciliari: 2.159 «placet» (compreso il contestatore di destra Marcel Lefebvre), solo 5 «non placet».

Papa Francesco dice: «”Non ci indurre in tentazione” è una cattiva traduzione» – Anche i francesi «hanno cambiato il testo con la traduzione “Non lasciarmi cadere nella tentazione”. Sono io a cadere, non Lui che mi butta nella tentazione per vedere come sono caduto. Un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito. Quello che induce in tentazione è Satana». Inoltre, al posto di «Rimetti a noi i nostri debiti», bisognerebbe dire «Rimetti a noi le nostre colpe»; l’inizio dell’«Ave Maria» andrebbe cambiato da «Ave» (che è un saluto romano) a «Rallegrati, Maria», come dice l’angelo Gabriele nell’Annunciazione. La ragione dei «piedi di piombo» della Chiesa nel cambiare sta nel fatto che le preghiere «Padre nostro» e «Ave Maria» da secoli sono insegnate dalle nonne e dalle mamme e per moltissimi adulti sono le uniche preghiere ripetute a memoria.

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