Nosiglia a Valdocco, “nessun ragazzo è mai considerato perduto”

31 gennaio – L’Arcivescovo nella Messa per la festa di san Giovanni Bosco ha ricordato come il santo dei giovani non abbia mai considerato nessun ragazzo o ragazza così difficile da non tentare un ricupero, da non concedergli fiducia, da non dirgli con forza: “Alzati dalla tua situazione e prendi in mano la tua vita con gioia e coraggio!” GALLERY

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Pubblichiamo l’omelia che l’Arcivescovo mons. Cesare Nosiglia ha pronunciato nella serata di venerdì 31 gennaio durante  la concelebrazione nella Basilica di Maria Ausiliatrice a Torino nella festa liturgica di san Giovanni Bosco.

Il Vangelo ci ha messo davanti un’adolescente e le preoccupazioni,
in particolare del padre, per la grave situazione in cui la figlia si
trova (cfr. Mc 5,21-24.36-43). Questo fatto può essere esteso a tante
situazioni di ragazzi e ragazze giudicati scapestrati per il loro
comportamento, che allarma genitori ed educatori.Sono gli stessi che
si è trovato ad affrontare San Giovanni Bosco, del quale oggi
celebriamo la festa. Si tratta di “ragazzi difficili”, come vengono
chiamati, ma pur sempre ragazzi, che attendono da noi segnali concreti
di prossimità, di amore nella verità e di dialogo sincero e attento
alle loro esigenze più profonde, che manifestano a volte anche con
modi, linguaggi, scelte e comportamenti giudicati paradossali e
trasgressivi da noi educatori.

Don Bosco ci insegna che questi ragazzi parlano con noi sempre,
anche quando sembrano assenti e indifferenti; lo fanno con linguaggi
inusuali, forse, ma molto chiari per chi sa interpretarli e se ne fa
carico. Solo accogliendo ed intercettando questi linguaggi possiamo
sperare di entrare nel loro mondo interiore e stabilire un contatto
non solo esteriore ma profondo ed amicale. Il problema è non lasciarsi
fermare o scandalizzare dalle loro volute e cercate provocazioni verso
il mondo degli adulti e verso tutto ciò che contestano. Nel profondo,
restano ragazzi in ricerca del senso della vita, di affetti sinceri,
di gioia e speranza per il futuro. Ci mettono alla prova per vedere se
dalle belle parole sappiamo passare ai fatti, se oltre a parlare di
amore, di rispetto e di tolleranza sappiamo esercitare queste virtù
verso di loro, accettandone i comportamenti non come “difficili o da
giudicare” secondo i nostri schemi adulti, ma da comprendere nelle
loro cause più profonde e da gestire con serenità, pazienza e fiducia.
L’educazione – diceva Don Bosco – è una questione di cuore, prima che
di regole decise dagli adulti.

Voglio invitarvi a prendere esempio da un grande educatore, anche dei
ragazzi, che Don Bosco ha seguito possiamo dire alla lettera, per
imparare l’arte del dialogo e della comunicazione verbale e non
verbale verso di loro: Gesù Cristo. L’episodio della figlia di Giairo
ce ne offre l’esempio. Quella ragazza di dodici anni, creduta morta e
dunque perduta per sempre, Gesù la considera solo addormentata, si fa
vicino, la prende per mano e le dice: «TalitàKum, alzati ragazzina».
Ed ella si alza subito dal letto. Gesù la consegna ai genitori,
dicendo: «Datele da mangiare». Così pure fa con il figlio della vedova
di Nain, che risuscita da morte e lo ridà a sua madre disperata.

Nessun ragazzo e ragazza è dunque considerato “morto”, perduto per
sempre, da parte di Gesù. Nessuno è considerato così difficile da non
tentare un ricupero, da non concedergli fiducia, da non dirgli con
forza: “Alzati dalla tua situazione e prendi in mano la tua vita con
gioia e coraggio!” Così, Don Bosco non ha mai considerato un ragazzo
irrimediabilmente perduto, tanto da non tentare un ricupero,da non
concedergli fiducia, da non dirgli con forza: «TalitàKum», alzati e
cammina. Per lui però Gesù Cristo resta non solo modello insuperabile
di educazione, ma è anche il fine ed il contenuto, per ogni educatore.
In effetti, la conoscenza di chi sono i ragazzi e di come interpretare
le loro ansie, problemi e situazioni di vita è importante, ma non è
tutto. Occorre scendere poi nel concreto della proposta da fare.
L’educatore deve rapportarsi con loro, sapendo bene che cosa dire e
come dirlo, perché passino contenuti ed esempi di vita.

Così, è importante fare esperienze con i ragazzi, ma è anche
importante saper riflettere con loro sulle esperienze fatte e cogliere
in esse i valori positivi o critici. Quello di cui siamo oggi più
carenti sono proprio le convinzioni ed i contenuti che dobbiamo
comunicare ai ragazzi. Essi se ne accorgono subito, quando siamo
incerti nella proposta e timidi nell’offerta di valori e messaggi
convincenti.Gesù Cristo resta il contenuto centrale di ogni
educazione, perché solo Lui può veramente affascinare e interessare
fino in fondo i ragazzi. Tra Gesù ed ogni ragazzo c’è un rapporto
profondo ed intenso, che non dobbiamo mai sottovalutare. La sua
persona, il suo messaggio ed i suoi esempi vanno dunque posti a
fondamento di ogni azione educativa, che voglia veramente intercettare
le attese e i bisogni più veri e profondi dei ragazzi.

Le tecniche e le metodologie sono certamente utili, ma, come ci
insegna Don Bosco, che di ragazzi di strada e “perduti” o difficili ne
incontrava tanti, quel che più conta sono la verità del Vangelo e
l’amicizia con Gesù proposta con amore, insieme alla gioia del
rapporto interpersonale di amicizia con ciascuno di loro. Eppure, Don
Bosco non aveva a disposizione tutti gli studi psicologici, pedagogici
e sociologici che abbiamo noi oggi e che ci descrivono a puntino chi è
il ragazzo, cosa pensa di sé, che cosa desidera. Aveva però quello che
vale per affascinarli: la santità della sua stessa vita, la forza
trascinante del suo stesso esempio.

In effetti, oggi al capezzale di tanti ragazzi giudicati difficili e
bisognosi di cura si affollano esperti di ogni genere, che scrivono
libri su libri e sentenziano in modo assoluto su questo o quel metodo
per risuscitarli alla vita. Gesù – e chi lo segue – sa bene che sta
nei ragazzi stessi la fonte prima del loro risveglio e fa leva sulle
loro risorse interiori, per ridare loro la voglia di vivere, di amare,
di gioire. Sia questa la convinzione profonda che ci anima: non ci
sono solo ragazzi difficili; ci sono, e siamo noi, adulti difficili e
complicati, incerti nella nostra testimonianza, indecisi e tiepidi
nella fede e paternalistici nell’amore. Solo l’educatore che sa
mettersi in crisi, a partire da se stesso, può trovare nell’umiltà la
via che apre all’incontro con i ragazzi e comunicare con il loro mondo
interiore.

Mi auguro che anche questo semplice richiamo al grande padre e amico
dei giovani susciti in tutti i genitori ed educatori questa umiltà di
farsi discepoli dell’unico maestro di vita che è Cristo. Discepoli
insieme agli stessi ragazzi, per camminare con loro sulla via che
conduce al Signore e trovare in Lui le risposte più vere ed attese dal
proprio cuore.

+ Cesare Nosiglia
Arcivescovo di Torino

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