Nosiglia ai sacerdoti: “il servizio sta sempre al centro”

Messa del Crisma – Pubblichiamo l’omelia che l’Arcivescovo mons. Cesare Nosiglia ha pronunciato nell’Eucaristia crismale che ha presieduto la mattina del Giovedì Santo in Cattedrale con i presbiteri e i diaconi della Diocesi torinese. GALLERY

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Pubblichiamo l’omelia che l’Arcivescovo mons. Cesare Nosiglia ha pronunciato nella Messa del Crisma che ha presieduto la mattina del Giovedì Santo in Cattedrale con i presbiteri e i diaconi della Diocesi: 

«Voi sarete chiamati sacerdoti del Signore, ministri del nostro Dio sarete detti”. La profezia di Isaia ben si addice a tutti noi cari confratelli presbiteri in questa solenne celebrazione  crismale che vede tutto il presbiterio riunito attorno al suo Vescovo nella Chiesa madre, la Cattedrale della Diocesi di Torino.

Chiamati e scelti da Cristo per essere sacerdoti in questa santa Chiesa locale vogliamo rinnovare insieme quel “sì” di obbedienza e di unità, che ci vincola in modo indissolubile all’unico sacerdozio del Signore e all’unico presbiterio.

Questo anno  possiamo definirlo in Diocesi come il tempo della “vocazione”. Tutte le Veglie vocazionali che abbiamo svolto  finora e completeremo nel prossimo mese nelle unità pastorali  ci permettono di suscitare in tanti giovani e comunità la consapevolezza di essere chiamati in quanto cristiani e  secondo le specifica vocazione che Dio ha suscitato in ciascuno, a seguire Cristo e a conformare sempre piu’ la nostra vita alla sua . La pastorale vocazionale rappresenta  il problema di coscienza più impellente per ognuno di noi in questo momento storico. E ciò non solo per evidenti ragioni che derivano dalla carenza di vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, ma prima ancora per aprirci al dono gratuito di Dio che continua a chiamare là dove il terreno spirituale proprio della fede vissuta in  una comunità è fecondo e la santità dei suoi ministri manifesta la sua potenza anche  nelle loro debolezze.

Le vocazioni segnano la temperatura spirituale delle nostre comunità e ne manifestano il radicamento evangelico, ma segnano anche la nostra comunione presbiterale e ne testimoniano la sincerità e profondità umana, spirituale, ecclesiale. Parte dunque dal nostro rinnovamento spirituale la prima via della pastorale vocazionale e su questo si misura il comune impegno di favorirne la crescita e lo sviluppo.

È difficile che una vocazione al sacerdozio nasca senza un rapporto stretto con un sacerdote, senza contatti personalizzati con i ragazzi e giovani, senza amicizia e paziente accompagnamento spirituale. Se sperimentano in noi la gioia e l’entusiasmo di essere ministri di Cristo, la generosità nel servizio alla Chiesa, la prontezza nel farsi carico delle situazioni spirituali, umane e familiari della gente, soprattutto dei poveri, malati e sofferenti, saranno spinti a interrogarsi se non possa questa essere anche per loro la via migliore da seguire nella vita.

Ma oggi desideriamo riandare con la mente ed il cuore al momento in cui ciascuno di noi ha vissuto il suo cenacolo, quello dell’ordinazione, quando il vescovo e il collegio dei presbiteri hanno imposto le loro mani sul nostro capo, invocando, nel silenzio della preghiera, la discesa dello Spirito Santo, fonte prima di comunione e di fraternità. Risuonino in noi le stesse parole del profeta e di Gesù: «Lo Spirito del Signore è sopra di me». Ciascuno di noi si senta debitore: a Dio per la vocazione; alla Chiesa per aver accolto la nostra richiesta di ricevere la sacra ordinazione; al vescovo e ai presbiteri, che ci hanno offerto, insieme al Signore, quella pienezza dello Spirito, che ci ha uniti all’unico presbiterio diocesano, grembo della stessa comunione presbiterale.

“Sacerdote diventa ciò che sei: questo è il compito che il Signore ti affida. Pertanto, non preoccuparti di quello che devi fare ogni giorno, ma di quello che devi essere e di testimoniare la gioia di servire il Signore nei tuoi fedeli. Ricordati che non sei tu a sostenere la radice, che ti ha fatto sacerdote, ma è la radice a sostenere te e i tuoi impegni pastorali. Se vengono meno questa consapevolezza e la cura della radice, svanisce anche il frutto di tutto ciò che fai. Riandare al Cenacolo significa anche accogliere come una continua sfida e come un dono da attuare nel nostro ministero, il comandamento nuovo espresso mediante la lavanda dei piedi che Gesù compie come gesto di umiltà e di servizio ai suoi apostoli, invitandoli a fare altrettanto gli uni verso gli altri.

Dice Luca che dopo l’istituzione dell’Eucaristia nacque tra gli apostoli una discussione: chi di loro fosse da considerare piu’ grande (Lc 22,24). Paradossale che proprio dopo che Gesu’  ha spezzato il pane e lo ha dato loro  e ha versato il calice del vino, sangue della nuova alleanza versato per “voi”, i destinatari e partecipi primi del memoriale del suo sacrificio pasquale, discutano chi  tra loro sia il piu’ grande.

E altrettanto sorprendente è il fatto che Gesu’ non li rimprovera, ma li esorta a guardare il suo esempio: lui che è a capotavola sta in mezzo a loro come colui che serve …

Emerge qui tutta l’umanità debole e peccatrice di chi viene scelto per essere sacerdote e anche vescovo. Una umanità come quella propria di ogni uomo, orgogliosa e superba che ha una grande stima di se stesso e che tende sempre ad emergere sugli altri.

Per noi cari amici questo fatto dovrebbe essere di monito per tutte quelle volte che dimentichiamo che essere capitavola nella nostra comunità cristiana, non ci autorizza a considerarci primi e unici e dunque indipendenti da una relazione di servizio verso gli altri confratelli e gli stessi fedeli.

E questo non solo sul piano spirituale, ma anche umano e pastorale.

Vedo crescere questo impegno in molti presbiteri parrocchiali e di unità pastorale; ho sperimentato nelle visite pastorali il tanto bene che ogni presbitero fa e riceve dagli altri presbiteri. Crediamo, dunque, di più in noi stessi, abbiamo stima di quello che facciamo e, come Gesù ci insegna, riconosciamo i buoni esempi che i confratelli ci offrono e le cose belle che compiono, godendo per loro e con loro come fossero fatte da noi stessi.

Cari presbiteri, di fronte a una martellante svalutazione del sacerdote da parte dei media a causa  di pur gravissime mancanze di alcuni, io confermo oggi  con gioia a ciascuno di voi, anche a nome dell’intero popolo di Dio della nostra Chiesa locale, la stima, l’amicizia  e la riconoscenza per la coerente fedeltà e amore a Cristo e alla Chiesa e  l’indefesso lavoro pastorale  che testimoniate  a servizio delle vostre comunità, dei poveri e delle nuove generazioni, delle famiglie, degli anziani e dei malati. Chiedo per questo alle vostre comunità in occasione di questa Santa Pasqua di  manifestarvi la loro fraterna e familiare vicinanza, affetto e apprezzamento.

Desidero rivolgere, insieme al presbiterio, il più vivo augurio ai sacerdoti che celebrano particolari anniversari della loro ordinazione sacerdotale. Un caro saluto e ricordo ai sacerdoti anziani, ospiti delle Case del Clero o che operano ancora nelle parrocchie e a quanti non hanno potuto essere presenti oggi tra noi per malattia o disabilità.

Ai confratelli sacerdoti “fidei donum”, che celebrano oggi con i presbiteri e il vescovo delle  Chiese particolari dove svolgono il loro ministero, va l’assicurazione che li consideriamo parte integrante del nostro presbiterio e li ricordiamo sempre con affetto e amicizia al Signore. Un vivo grazie per la loro presenza lo rivolgo anche ai diaconi, che condividono con noi sacerdoti il grande dono del sacramento dell’Ordine e sono dunque partecipi di quel servizio ai fedeli  che tutti ci accomuna.

Cari amici,

questa sera, durante la celebrazione dell’Eucaristia nelle vostre comunità, ricordate questa celebrazione e invitate i fedeli a pregare il Signore, affinché susciti numerose  vocazioni al presbiterato, di cui ha tanto bisogno la nostra Chiesa, infonda nel cuore di ogni presbitero la gioia di essere stato scelto e la volontà di vivere il suo ministero con la testimonianza di una vita santa e di quella fraternità  sacerdotale, che lo unisce al Vescovo e agli altri confratelli nella Chiesa locale, di cui tutti siamo partecipi e servi.

+ Cesare NOSIGLIA, Arcivescovo di Torino

 

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