Nosiglia, “il malato richiama la società alla difesa della vita”

Torino – «Il malato richiama l’intera comunità a dare segnali concreti di promozione e difesa della vita». È il messaggio che l’Arcivescovo ha lanciato sabato 9 febbraio al Santo Volto a conclusione del Convegno organizzato dall’Ufficio per la Pastorale della Salute in occasione della Giornata Mondiale del Malato. GALLERY

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«L’esperienza del malato ricorda che la vita va sempre amata e rispettata, curata e
accolta in ogni istante e in ogni situazione. Il malato richiama l’intera comunità a dare segnali concreti di promozione e difesa della vita e a riflettere sulla caducità di essa come realtà esistenziale per ogni persona». È il messaggio che l’Arcivescovo mons. Cesare Nosiglia ha lanciato sabato 9 febbraio al Santo Volto a conclusione del Convegno organizzato dall’Ufficio per la Pastorale della Salute in occasione della Giornata Mondiale del Malato.

I lavori, incentrati sul tema «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11, 28),  ha richiamato l’importanza dell’«essere custodi di salute e speranza», per poter stare accanto a chi soffre. La centralità del malato è stata più volte sottolineata da don Paolo Fini, direttore dell’Ufficio Pastorale della Salute che ha introdotto i primi relatori. Piero Secreto, geriatra presso il Fatebenefratelli di San Maurizio Canavese, parlando di persone con demenze, ha condotto l’attenzione sull’importanza della comunicazione, sulla forza della speranza nella sofferenza e nella malattia, sulla potenza dell’ascolto e della compassione. Ricordando poi che «la presenza che dà speranza è di per sé terapeutica», con dati correlati tra fede e medicina, ha evidenziato la dimensione sociale della speranza. «Non si spera mai da soli, ma insieme agli altri, verso la consolazione», ha concluso.

«Aprire la porta della relazione», ha detto suor Federica Benvegù, cottolenghina, medico anestesista presso l’ospedale Cottolengo, «vuol dire cedere all’altro, al malato, la possibilità di guidare il nostro incontro, e cedere all’altro la possibilità di essere lui il vero maestro. Ma maestro di cosa, ci possiamo chiedere? Maestro di vita con tutte le sue luci e le sue ombre».

suor Federica Benvegnù, cottolenghina

Don Carlo Chiomento, assistente religioso presso l’Istituto per la ricerca sul cancro di Candiolo, ha regalato ai convenuti cinque preparativi che compie quando si reca a far visita ai malati: «togliere l’orologio, mettersi un tappo in bocca, disporsi in atteggiamento di profondo ascolto, mettersi ‘una croce dentro’, ‘leggere’ il più bel libro sul malato: il malato stesso». «In ogni persona», ha evidenziato padre Adriano Moro, assistente religioso presso l’ospedale di Borgo Trento (Verona),  «c’è sia la ferita sia il potere di guarigione», due poli presenti nelle relazioni d’aiuto,  in processo di crescita. «Per essere un guaritore ferito», ha proseguito, «occorre fare pace dentro di sé con la dimensione notturna della vita: sofferenza o malattia, morte o peccato. Pertanto curare significa rivelare che i nostri dolori sono parte dell’esperienza di Cristo».

La seconda sessione, moderata da Ivan Raimondi, vicedirettore dell’Ufficio Pastorale Salute, ha ospitato testimonianze ed esperienze dalla realtà dell’autismo, dell’assistenza oncologica domiciliare, dell’accoglienza notturna e verso gli anziani.

«Va’ e anche tu fa lo stesso, ha concluso l’Arcivescovo, «l’invito con cui Gesù termina la parabola del Buon Samaritano risuoni nel cuore, nell’impegno di ogni operatore sanitario e di ogni comunità cristiana e civile».

L’intervento integrale dell’Arcivescovo

Di seguito pubblichiamo l’intervento integrale che l’Arcivescovo mons. Cesare Nosiglia ha tenuto sabato 8 febbraio presso il Centro Congressi del Santo Volto a Torino a conclusione del Convegno organizzato dalla Diocesi in occasione della Giornata Mondiale del Malato.  

Cari amici operatori sanitari,
anche quest’anno, l’11 febbraio, anniversario delle apparizioni della
Vergine Maria a Lourdes, siamo invitati a celebrare la Giornata
Mondiale del Malato.

Il tema che viene proposto, per riflettere e operare insieme, è molto
attuale e profondo. Si tratta di metterci tutti di fronte al fratello
e alla sorella ammalati, scoprendo di essere custodi di salute e
speranza che si può trovare solo in Cristo colui che ci dice: “Venite
a me voi tutti che siete affaticati ed oppressi, ed io vi darò
ristoro” (Mt 11,28).

Quando la malattia prende nell’intimo del cuore e tocca il proprio
corpo, sorgono domande fondamentali sul perché del dolore e della
sofferenza, sul come superarli, su quali speranze fondare la
guarigione. La debolezza, la fragilità e l’indigenza di chi si sente
(a volte gradualmente, a volte quasi all’improvviso) bisognoso di
tutto e di tutti, alla mercé di una situazione che sembrava lontana e
comunque rifiutata, suscita alla fine l’interrogativo più radicale sul
senso della vita e della morte.

La sofferenza svela chi si è veramente e quale è, in fondo, il fine di
tutta la nostra vita, come il dolore e la morte di Cristo in croce
svelano chi egli veramente e quale è stato il fine per cui ha vissuto,
amato e donato se stesso con amore. Alla luce di Cristo dunque anche
la sofferenza e la stessa morte acquistano un significato nuovo e
ricco di speranza. Queste realtà tragicamente negative si illuminano
di un calore umano e spirituale profondo e possono essere vissute con
la più grande serenità e abbandono fiducioso in Dio. Così lui si è
rapportato con tanti ammalati prendendo su di sé il loro dolore e
sofferenza e donando loro speranza.

Per chi è accanto al malato, si apre una scuola continua di vita vera
e dura, ma anche carica di prospettive positive che aiutano a
riscoprire se stessi e il significato più autentico del proprio
esistere, lavorare, operare e progettare.

Il confronto con il malato spazza via tutta quella vita irreale e
virtuale che si rovescia sulla gente attraverso i mass-media e pone di
fronte alla vera vita, quella che, prima o poi, tocca ogni persona di
questo mondo e investe valori profondissimi di umanità, di
spiritualità, di amore.

Allora il malato, da persona che deve ricevere, diventa persona che
può dare tanto, per chiunque sa ascoltarlo, accompagnarlo sulla via
del dolore e della speranza.

È una sfida che non può e non deve restare chiusa nel cuore del malato
e dei suoi parenti, degli operatori sanitari e volontari, dentro le
case o gli ospedali e case di accoglienza. Sono la comunità intera e
la società che devono lasciarsi interrogare e stimolare
dall’esperienza del malato sotto diversi aspetti.

1- CHE COSA SI PUÒ DARE IN CAMBIO DELLA PROPRIA VITA?
Che vale una vita? “Tutto il mondo, anzi ancora di più”, risponderebbe Gesù Cristo.
Nessuna ricchezza è paragonabile a una vita salvata. L’esperienza del
malato ricorda che la vita va sempre amata e rispettata, curata e
accolta in ogni istante e in ogni situazione.
Il malato richiama l’intera comunità a dare segnali concreti di
promozione e difesa della vita e a riflettere sulla caducità di essa
come realtà esistenziale per ogni persona.
Spesso si apprezza il valore e si scopre la ricchezza delle persone
che pure amiamo, proprio nel momento della loro più estrema debolezza.
Quando ci si ammala si comprende quanto il darsi da fare e
l’affannarsi sia insulso rispetto al dono della vita e, in essa, di
valori come il riposo, il tempo libero, l’amicizia, il sorriso e
l’amore verso gli altri. Si parla giustamente di umanizzazione del
sistema sanitario. Ma chiediamoci: come umanizzare il nascere, il
soffrire e il morire di ogni singola persona? È umano decidere di
sopprimere una vita che pulsa nel grembo di una donna o decidere di
interromperla quando cammina inesorabilmente verso la fine?
Spesso queste scelte estreme sono agevolate da un ambiente che di
umano ha molto poco e dove prevale solo l’efficienza o la ricerca
della via più facile, meno costosa per la società, meno faticosa per
tutti.
Ridare un’anima alla professione sanitaria e all’ambiente, significa
accompagnare ogni malato con un’efficace terapia, ma anche e, prima
ancora, con un più disteso e ampio prendersi cura e prendersi a cuore
sentirsene appunto custodi.

2- UNA CASA AMICA È DOVE ABITA DIO
Si afferma che prevenire è sempre meglio di curare.
La scienza medica cerca di affrontare, con percorsi sempre più
appropriati, diagnosi e terapie per debellare le malattie e i
risultati sono sorprendenti.
Ma spesso ci si accorge che la causa di tante malattie deriva da una
scarsa responsabilità personale e collettiva. Si diffondono stili di
vita che portano o estendono il diffondersi di malattie anche gravi. È
il sistema delle relazioni umane che viene messo in crisi
dall’affannosa corsa all’avere, da una vita convulsa, aggressiva e
priva di ideali morali e di “anima” e interiorità.
Tutto ciò crea stress e disagi anche psichici, fa crollare la speranza
nei più deboli, stempera la gratuità del dono di se stesso agli altri,
rende egoisti e chiusi nel proprio mondo di cose e di beni, gestiti
solo in funzione della propria utilità e soddisfazione.
Si perde il senso del limite e della provvisorietà della vita umana,
che il malato ci ricorda continuamente e con cui ogni persona è
“costretta” in precisi momenti a fare i conti.
La sofferenza apre un varco nell’orgogliosa sicurezza con cui si
gestisce la vita e tante false affermazioni di invincibilità crollano
e vanno in crisi. È il tempo della sosta forzata ma salutare; è il
tempo del recupero di una tensione spirituale per troppo tempo
soffocata dentro il cuore.
Può un sistema sanitario tenere conto di tutto questo e aiutare le
persone a recuperare se stessi non solo sul piano della salute fisica,
ma anche umana, relazionale e spirituale?
La risposta è negativa se tutto viene considerato sotto il profilo
dell’efficienza produttiva propria di un’azienda, per cui la salute è
un prodotto, il malato un cliente, l’operatore un dipendente.
La risposta è positiva se si riafferma la centralità delle persone,
del malato, di ogni operatore sanitario e si imposta anche l’aspetto
economico e gestionale a partire da questo “cuore”. Di conseguenza, la
dignità e la promozione di ogni singola persona e la creazione di
ambienti ricchi di umanità sono perseguiti come obiettivi primari. E
quando c’è posto per l’uomo, c’è posto anche per Dio, perché “la sua
gloria è l’uomo vivente” (Ireneo di Lione, Contro le eresie).
Allora, ogni ambiente di sofferenza, ogni struttura di cura e di
salute diventa veramente una casa amica, dove la presenza di Dio si fa
sentire attraverso relazioni ricche di amore e di fede.

3- VA’ E ANCHE TU FA LO STESSO
Ogni malato è un testimone di valori profondi e veri di umanità, di
comunione e di amore. Va dunque valorizzato e reso cosciente di
questo, evangelizzato, perché diventi missionario di amore e di
salvezza per tutti.
In Cristo, ogni malato può trovare luce e forza per trasformare il
tempo della sofferenza in tempo di grazia e di redenzione, dando senso
al dolore, come l’ha dato il Signore alla sua croce. Allora, anche
questa fase di prova della vita diventa produttiva di beni
inestimabili.
Accanto al malato sono testimoni quanti si adoperano per accompagnarlo
nel tempo difficile della malattia e della sofferenza. Come buoni
samaritani, medici, infermieri, parenti e volontari, comunità, sono
chiamati a intessere una rete che attua i cinque verbi della comunione
e solidarietà ricordati da Gesù, nella parabola (Luca 10, 29-37).

Compatire insieme: parole consolatorie o invito alla rassegnazione non
servono: occorre con-soffrire insieme, partecipare alla condizione del
malato. Di questo egli sente la necessità e comprende quando chi lo
avvicina lo fa con sentimenti sinceri e profondi di condivisione.

Farsi vicino: non aver paura di toccare il malato e di instaurare un
rapporto sanante, fatto di gesti, di dialogo sereno e coinvolgente, di
prossimità ricca di sguardi, amorevolezza, sintonia di cuori che si
incontrano.

Fasciare le “ferite”: promuovere un servizio efficace e competente,
sempre pronto a rispondere ai bisogni che la malattia comporta, quelli
fisici e quelli morali e spirituali, perché anche queste ferite sono
parte integrante della malattia.

Prendersi cura: senza fretta e con continuità. L’esigenza di limitare
al massimo i costi della sanità non deve andare a discapito del tempo
che occorre per sanare e curare nel modo migliore. Lo stesso va detto
per le visite ai malati nelle case da parte dei sacerdoti e ministri
ausiliari dell’Eucaristia: il tempo dedicato a questi incontri è tanto
più produttivo di grazia quanto è più attento alle esigenze di ascolto
e di compagnia di cui il malato necessita.

pagare un prezzo “oltre” il dovuto: le risorse umane e finanziarie nel
campo della sanità e della cura della salute appaiono sempre molto
alte e per questo si tende a ridurle, ottimizzando meglio i servizi e
le prestazioni. Combattere lo spreco e lo sciupìo di risorse, a volte
orientate su binari morti rispetto alle vere esigenze del malato e del
personale sanitario, è un dovere primario di ogni dirigenza e persona
responsabile. Altra cosa è invece mettere al primo posto la questione
del bilancio da far quadrare ad ogni costo, a scapito di un servizio
di qualità e di attenta cura di ogni singola persona. Scaricare sulle
famiglie un prezzo alto e, a volte insostenibile, non è giusto. I
costi sociali della cura della malattia vanno considerati priorità che
non possono essere disattese ed esigono, da parte di tutta la
collettività, un rilevante e adeguato investimento di risorse e di
sacrificio, se necessario.

Va e anche tu fa lo stesso: l’invito, con cui Gesù termina la parabola
del buon samaritano, risuoni nel cuore nell’impegno di ogni operatore
sanitario e di ogni comunità cristiana e civile.

Le parrocchie in particolare considerino la cura dei malati come via
privilegiata di evangelizzazione anche delle famiglie e suscitino in
tutti quella necessaria attenzione e disponibilità a farsi carico
della loro condizione di vita. Colgano in ogni persona malata un segno
di grazia e di salvezza per tutti, mettendosi alla sua scuola per
imparare a impostare la vita sui valori del Vangelo: povertà, umiltà,
pazienza nella prova, amore fraterno. Aiutino anche la società a
superare l’idea che il malato è solo “un peso”, dati i costi che
comporta, quando invece è anche una risorsa di bene immenso e
contribuisce a dare all’intera vita comunitaria la giusta direzione,
per valorizzare i più importanti e indispensabili beni morali e
spirituali di cui ha estremo bisogno.

4 – C’È UN TEMPO…
Cari amici per ogni esperienza bella o faticosa o dolorosa c’è un suo
tempo sotto il sole. C’è dunque un tempo per gioire e uno per
soffrire. Uno per stare bene e uno per stare male, uno per vivere e
uno per morire. Ogni tempo è preziosa scuola di vita e apre a Dio
sommo bene, felicità e vita per sempre.
Al di sopra di tutto c’è l’amore che tutto sopporta e tutto copre,
scusa, soffre e spera. Ci sono momenti in cui le cure mediche, le
medicine, le terapie e ogni assistenza sembrano palliativi limitati e
incompleti: solo l’amore li rende efficaci.
L’amore si fa vicino a chi soffre e ne porta il peso.
L’amore dona coraggio e speranza con segni e gesti e non solo parole.
L’amore conduce ad accettare la propria condizione offrendola a Cristo
che per amore ha sofferto per noi.
L’amore fa sì che ci si abbandoni alla provvidenza di Dio e alla sua
volontà con fiducia.
L’amore apre all’incontro e al dialogo fatto di sentimenti, di
sguardi, di strette di mano, di cura serena e forte anche negli ultimi
istanti della morte.
Tutto passa, anche la vita, ma l’amore dato e ricevuto dura in eterno.

+ Cesare NOSIGLIA

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