L’Agorà del Sociale sul welfare, “così la Chiesa è concreta”

Centro congressi Santo Volto – L’Assemblea generale sabato 17 novembre ha presentato l’esperienza del mondo cattolico e ha lanciato una richiesta alla Regione Piemonte: “riconosca la Diocesi di Torino come interlocutore unitario e istituzionale” GALLERY

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La Diocesi di Torino chiede di essere riconosciuta dalla Regione Piemonte come «interlocutore unitario e istituzionale» sulle politiche sociali, al di là dei contatti operativi che l’ente pubblico intrattiene da sempre con le parrocchie, con gli istituti religiosi e le associazioni. La Chiesa – con il vasto mondo del volontariato, degli ospedali cattolici, delle innumerevoli strutture di assistenza – ritiene di avere le carte in regola per contribuire all’elaborazione delle decisioni di interesse collettivo. La richiesta di maggiore coinvolgimento è stata avanzata pubblicamente sabato 17 novembre durante l’Assemblea Generale dell’Agorà Sociale, celebrata al Centro Congressi Santo Volto alla presenza dell’Arcivescovo Nosiglia, dei vertici delle istituzioni locali, delle strutture sanitarie e assistenziali, del volontariato.

Si discuteva del futuro del Welfare torinese nella difficile stagione politica che stiamo vivendo, fatta purtroppo di tagli ai bilanci pubblici e nuove emergenze sociali (disoccupazione, invecchiamento della popolazione, migrazioni). Significativamente l’Assemblea voluta dall’Arcivescovo per favorire lo scambio di esperienze è stata celebrata alla vigilia della Giornata Mondiale dei Poveri, animata domenica 18 novembre dalla Caritas diocesana, dal Cottolengo e dalla Comunità di Sant’Egidio.

Il messaggio dell’Agorà.  Parlando a nome della Cabina di Regia dell’Agorà, che in preparazione dell’Assemblea ha condotto 6 mesi di consultazioni, il direttore della Caritas diocesana Pierluigi Dovis ha descritto il problema odierno delle politiche pubbliche di assistenza: la loro frammentazione, la scarsa capacità di fare sistema. Vale anche per le opere sociali della Chiesa e per la loro interlocuzione con l’ente pubblico. Di qui la richiesta forte ed esplicita: «Sembra urgente – ha detto Dovis – che la Regione giunga ad un riconoscimento formale e fattuale della Chiesa di Torino e della rete di soggetti plurali da essa coordinata, a partire della parrocchie, come interlocutore unitaria ed istituzionale».

Rivolgendosi al presidente della Regione Chiamparino e al Sindaco Appendino (intervenuti al dibattito insieme al prefetto Palomba, al direttore dell’Asl Torino Alberti, al presidente dell’Unione Industriale Gallina e al presidente della Fondazione Crt Quaglia) Dovis ha chiesto «la costituzione di percorsi permanenti con capacità di indirizzo, di carattere istituzionale e circolare, anticipatori e non solo consultori, incarnati in un gruppo di lavoro stabile cui prendano parte Regione, Arcidiocesi, Città di  Torino e adeguate rappresentanze del territorio extra urbano».

La creatività della Chiesa. Nosiglia è intervenuto due volte, in apertura e in chiusura dell’Assemblea, per chiedere di mettere in rete l’azione delle istituzioni, della Chiesa e del privato sociale, attori di un nuovo «Welfare di comunità». Don Paolo Fini, responsabile diocesano dell’Area Sociale, ha evidenziato la vivacità dei territori, la creatività ricchissima delle comunità cristiane nell’ambito sociale, presentando attraverso brevi video documentari (clips sociali) 4 esperienze esemplari: l’ambulatorio medico per indigenti Camminare Insieme; il Progetto Comunità pratica e delle Valli di Lanzo e Ciriacese per il sostegno allo sviluppo; il laboratorio della Pastorale del Lavoro per i giovani Neet; la residenza transitoria Lasallette per migranti e rifugiati.

Dai territori salgono idee, iniziative, molta energia e voglia di fare, su cui don Fini ha rilasciato una lunga intervista a «La Voce e il Tempo» dell’11 ottobre.

La risposta delle istituzioni non può limitarsi ad accordare o negare finanziamenti: dev’essere una risposta di coinvolgimento e corresponsabilità. «Questa è la strada – ha concluso Dovis – per costruire una vera alleanza locale per l’inclusione sociale e la riduzione delle diseguaglianze che possa interagire positivamente con le policy pubbliche e private, sociali ed economiche e con la governance dei processi di sviluppo, proponendo una forma alta di responsabilità partecipata e capace di integrare e sussidiare l’offerta di welfare pubblico e di welfare plurale». La prospettiva è stata ripresa con accenti diversi da ulteriori brevi interventi tenuti in Assemblea  da Gian Paolo Zanetta (Ospedale Cottolengo), Marco Salza (Ospedale San Camillo), Marco Demarie (Compagnia di San Paolo), Domenico Lobianco (Cisl), Carlo Olmo (Politecnico), Annalia Giliberti (Forum Volontariato) e Anna Di Mascio (Forum Terzo Settore).

Di seguito pubblichiamo i due interventi che l’Arcivescovo Nosiglia ha tenuto sabato 17 novembre al centro congressi Santo Volto all’assemblea dell’Agorà del Sociale sul welfare di inclusione:

IL SALUTO INTRODUTTIVO

Signori e Signore e cari amici un breve saluto, prima di tutto per dire grazie della vostra presenza qui, così qualificata, ricca e variegata. Il primo motivo e il primo significato dell’Agorà si ritrova proprio in questo essere insieme. Viviamo nello stesso territorio, parliamo la medesima lingua: ma è l’esperienza della condivisione quella che ci cambia, che da individui ci fa diventare cittadini. Stare insieme, convenire è anche lo stile con cui la Chiesa intende essere presente nella storia.

Torno spesso al ricordo di quella Lettera pastorale, intitolata appunto «Camminare insieme», che il mio predecessore cardinale Michele Pellegrino offrì alla gente di questo territorio ormai quasi 50 anni fa, nel 1972. Ci torno perché, se confronto le situazioni dello scenario torinese di allora con quello nostro di oggi c’è una differenza che balza immediatamente agli occhi: a quel tempo il contesto era di piena occupazione e tutti gli indicatori erano orientati sullo sviluppo, se pure con gli squilibri tipici di una crescita non sempre consapevole. Oggi invece proprio la penuria di lavoro è l’elemento centrale che caratterizza il nostro orizzonte. E, in questi decenni, abbiamo scoperto amaramente cosa significa e quanto pesa la scomparsa del lavoro. Significa condizioni di vita più difficili per molti; ma significa anche meno opportunità per tutti. Viviamo oggi in una società dove le prospettive di crescita, inclusione, riscatto, integrazione sono per tutti – per tutti! – più difficili e più lontane. Tanto che è ripresa con forza la tendenza ad emigrare, nell’Europa vicina o in altri continenti, in cerca di occasioni che qui non sono presenti o che i nostri giovani non sono in grado di cogliere perché non hanno maturato quelle caratteristiche che i mondi del lavoro, della ricerca, delle nuove tecnologie richiedono.

La carenza di lavoro, la grande difficoltà a innescare sviluppo ci dicono, in una parola, che tutti siamo più poveri.

È da qui che siamo chiamati a ripartire.

La povertà non è la miseria irriducibile e disperata; è, anzi, una condizione che ci obbliga e ci incoraggia a essere realisti, a risparmiare, a non sprecare materiali ed energie, ad affrontare insieme le difficoltà. La povertà ci spinge a valorizzare tutte le nostre risorse; e oggi infatti siamo qui anche per scoprire come si riesca a trasformare in risorsa la fragilità delle persone, che è il nome vero della nostra povertà oggi.

Continuiamo a essere convinti che solo attraverso il lavoro si costruisce la piena dignità sociale di ogni persona, unica via per rendere anche la società degna di se stessa. Ma sappiamo bene che oggi il lavoro si conquista prima di tutto con una formazione di base qualificata, e con la consapevolezza che non possiamo più replicare gli stili di vita del passato. Però siamo sicuri che è dal lavoro e dalla formazione – civile prima che professionale – che dobbiamo ricominciare; e che questo cammino ci deve vedere uniti, determinati, concordi. L’esperienza delle Agorà, i metodi confronto e di ascolto che abbiamo maturato sono un patrimonio che non andrebbe disperso.

Per me, per la Chiesa di Torino l’Agorà è una scommessa sulla speranza. Speranza non vuol dire sedersi e aspettare un aiuto dal cielo ma piuttosto darsi da fare, con l’intelligenza di tutte le nostre forze, per essere più felici e vivere, insieme, in una società più giusta.

LE CONCLUSIONI

Siamo abituati a pensare il nostro territorio in termini di sistemi, di reti e di connessioni, di strutture, di servizi. Certo è così ed è su questi terreni che occorre misurare la nostra capacità di creare futuro. Ma io credo, al termine del nostro lavoro comune di questa mattinata, che sia essenziale pensare la città anche in termini di persone, e di cuori. Cioè di volontà, di entusiasmo, di passione. Il valore che mi sento di assegnare a questa Agorà si trova anche nella possibilità che ci siamo offerti di creare uno spazio in cui le persone che vivono qui e coloreo che rappresentano istituzioni, agenzie educative, forze sociali possano incontrarsi, anche al di là delle competenze istituzionali.

Siamo all’interno di una «crisi complessa». Ma questo è un  motivo in più per creare momenti di confronto ad ogni livello: voglio ricordare, con orgoglio, che dietro la nostra Assemblea di oggi c’è il lavoro durato molti mesi che ha coinvolto migliaia di persone sul territorio, e che si è cercato di documentare nelle sintesi presentate a inizio mattinata. Il mio grazie va anche a tutte queste persone, ai gruppi e alle associazioni che hanno lavorato con noi, che hanno pensato con noi.

La nostra città è uno spazio aperto. Per crescere, e non soltanto secondo gli indicatori economici più ovvi, ha bisogno di relazioni, di connessioni, di reti efficaci. E ha bisogno di generazioni nuove: gente nuova che arriva da fuori, giovani che crescono dentro. Per questo dobbiamo portare avanti in modo coordinato una accoglienza che richiami chi cerca qui qualificazione professionale di livello, e insieme chi arriva magari con pochi mezzi da situazioni esistenziali difficili ma è ricco di iniziativa, motivato a migliorare la propria condizione economica come la propria posizione sociale.

Mi si consenta un ragionamento forse non scientifico ma basato sull’esperienza. A volte guardiamo con costernazione e preoccupazione certe situazioni obiettivamente pericolose, dove occorre intervenire con tutti i mezzi della legge. Ma quante sono le famiglie provenienti dall’Europa orientale, dall’Africa del Nord o dall’Asia che qui si sono integrate, lavorano, mandano a scuola i figli? E, senza polemizzare con nessuno, non dovremmo ricordare che fenomeni come droga, prostituzione, criminalità diffusa erano purtroppo presenti e radicati nel nostro territorio ben prima delle ondate migratorie?

L’accoglienza che chiediamo, l’accoglienza che pratichiamo come diocesi, non è un contributo a fondo perduto ma un investimento sul futuro della città intera. Ed è per la Chiesa una testimonianza indispensabile di carità, perché su quelle che il Vangelo chiama «opere di misericordia» noi giochiamo il senso della nostra vita e della nostra presenza nella storia.

La nostra città è anche una pagina bianca. In questi anni abbiamo attivato, e a volte anche subìto, trasformazioni fondamentali nel  tessuto urbano e nelle dinamiche economiche, demografiche e sociali. Oggi siamo alla soglia di un «progetto di futuro» che abbiamo la possibilità di costruire insieme, con il metodo della condivisione e della responsabilità. Il Welfare che l’Agorà ha messo al centro del proprio orizzonte è la parola che meglio di altre concentra e raccoglie ciò di cui abbiamo bisogno: si tratta infatti non solo di recuperare prospettive occupazionali, economiche e produttive soddisfacenti ma anche di individuare percorsi condivisi di giustizia e di solidarietà, con l’obiettivo, come è stato ricordato, di trasformare le nostre fragilità in «risorsa» al servizio di tutti.

Molti interventi di questa mattinata sono andati, mi pare, in questa direzione: credo che si possa interpretare questa tendenza come il segnale di un «sentire comune» che è anche il modo in cui vogliamo continuare e dare concretezza al percorso che ci ha visti riuniti qui.

Grazie a tutti, e a presto

+ Cesare NOSIGLIA, Arcivescovo di Torino

 

 

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