Campi Rom, scrivono le suore: “non li abbiamo abbandonati”

Via Germagnano – Dopo la lettera inviata la scorsa settimana dall’Arcivescovo Nosiglia ai cittadini in seguito alla richiesta di un incontro per discutere sul superamento degli insediamenti Rom alcuni giornali locali hanno riportato “come anche le suore abbiano abbandonato i campi per la disperazione”. Di seguito il messaggio delle religiose impegnate ogni giorno a tutto campo accanto alle famiglie nomadi

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Campo nomadi via Germagnano

Dopo la lettera inviata la scorsa settimana dall’Arcivescovo Nosiglia ai Comitati spontanei delle Circoscrizioni V e VI in seguito alla richiesta di un incontro per discutere sul superamento dei campi Rom torinesi alcuni giornali cittadini hanno riportato “come anche le suore abbiano abbandonato i campi per la disperazione”.

Di seguito la lettera delle religiose impegnate ogni giorno a tutto campo accanto alle famiglie nomadi degli insediamenti della periferia nord di Torino:

“Siamo le suore citate nell’articolo di Massimiliano Peggio apparso su La Stampa di domenica 18 marzo. L’articolo fa seguito ad una lettera inviata ai Comitati spontanei delle circoscrizioni 5 e 6 dall’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia. Titolo dell’articolo è ”Non demonizzate i rom, imparate ad ascoltare”. Nell’articolo sono riportate le parole di Federica Fulco: “ Da via Germagnano, l’anno scorso, sono andate via anche le suore dopo aver vissuto per 38 anni nei campi nomadi di Torino…hanno lasciato la loro casetta per disperazione. Anche loro si sono arrese.”                                                                      Prendiamo le distanze da ogni tipo di strumentalizzazione della nostra uscita dal campo. Noi non ci siamo arrese, né tanto meno abbiamo lasciato il campo per disperazione ma con molto dispiacere a motivo della salute, dell’età e dell’abbandono da parte delle istituzioni che ha contribuito a causare disagi e conflitti; tuttavia riconosciamo la complessità dei problemi sorti nel campo, negli ultimi anni, tra le famiglie e la crescente difficoltà di convivenza con conseguente degrado ambientale.

E’ vero, “abbiamo lasciato la casetta al campo” ma non la frequentazione del campo e non i Rom. Noi continuiamo le nostre relazioni, se pure con una diversa modalità, e, in particolare, proprio nel campo di via Germagnano dove andiamo regolarmente con nostalgia e dove siamo accolte con molta simpatia.                                                        Concordiamo con le parole del vescovo riportate nell’articolo che richiama tutti “ad ascoltare anziché demonizzare” e sulla necessità di “lavorare all’interno del campo”, sollecitata dalla circoscrizione 6, per un possibile cambiamento”.

Rita e Carla Viberti  

L’arcivescovo di Torino mons. Cesare Nosiglia la scorsa settimana ha inviato una lettera ai Comitati spontanei delle Circoscrizioni VI e V nella periferia nord di Torino, che è stata letta lo scorso giovedì 15 marzo in apertura della riunione del Coordinamento dei Comitati a cui ha preso parte Sergio Durando, direttore della Pastorale Migranti diocesana.

«La lettera – ricorda Durando – fa seguito alla richiesta dei cittadini di incontrare l’arcivescovo per presentare una proposta di deliberazione di iniziativa popolare sul superamento dei Campi nomadi nell’area Stura e sulla lotta all’inquinamento. La risposta di mons. Nosiglia è stata colta come un segnale di attenzione e vicinanza della Chiesa Torinese ad problema molto sentito dalla popolazione residente nei territori delle circoscrizioni 5 e 6».

Durando sottolinea anche come il documento dell’arcivescovo inviti tutti a non fermarsi ai singoli problemi ma ad affrontarli nel contesto complessivo di «crescita» della città intera, in uno spirito di autentica corresponsabilità.

Di seguito pubblichiamo il testo integrale della lettera di mons. Nosiglia:

Cari cittadini delle Circoscrizioni VI e V,

ho letto con attenzione il vostro documento, inviato al Consiglio comunale e relativo ai campi Rom. Voi sapete bene che più volte mi sono recato a visitare e incontrare i Rom che li abitano, constatando tanti problemi di cui voi stessi parlate e per i quali giustamente siete preoccupati. Già nel 2012 avevo voluto sollevare l’attenzione su questi problemi con la mia Lettera «Non stranieri ma concittadini e familiari di Dio», indirizzata non solo ai credenti ma a tutti gli abitanti del territorio torinese.

Vi posso assicurare che non mancano nei campi Rom famiglie che vorrebbero vivere in modo civile e dignitoso, ma ne sono impedite da un ambiente dove dominano i violenti, in un clima che favorisce l’assenza di regole e l’illegalità.

Mi ha sempre colpito, inoltre, il fatto che la maggior parte della popolazione dei campi è costituita da minori o giovani: sono loro a subire, prima e più degli altri, le conseguenze del degrado ambientale e civile del territorio. E il degrado delle discariche abusive è provocato non solo dagli abitanti dei campi, ma anche da altre persone e famiglie italiane, che abitano magari anche in località distanti, ma che usano questi terreni pagando a chi gestisce questo commercio abusivo, a scapito degli stessi abitanti dei campi. A completare il degrado ci sono poi i topi, che nella sporcizia diventano ancor più temibili portatori di malattie.

E sono, ancora, i bambini e i giovani ad essere più esposti e più penalizzati: la scuola, che dovrebbe essere un diritto e insieme un’opportunità di promozione umana e sociale, per molti di loro rimane un «sogno lontano», sia per le difficoltà a raggiungerla coi trasporti pubblici sia per l’insufficiente attenzione delle famiglie.

I problemi non sono dunque solo di ordine pubblico, ma anche culturale e sociale e vanno affrontati insieme a quelle famiglie Rom che sono disponibili, isolando, come voi dite, i facinorosi e violenti che impongono la legge del più forte con attività illecite e dannose per tutta la comunità. Per questo reputo che molte osservazioni e proposte da voi formulate siano corrette e doverose. Come sapete, intorno a questi temi da anni la diocesi di Torino anima e partecipa ai «tavoli di lavoro» che, con le istituzioni, le forze del territorio e gli stessi Rom, cercano soluzioni concrete di inclusione e integrazione.

Circa lo sgombero (che io chiamerei spostamento) occorre, come si sta facendo anche con i rifugiati del Moi, accogliere il parere positivo degli abitanti e offrire loro una alternativa dignitosa.

Desidero però anche sinceramente farvi partecipi di alcune considerazioni che riguardano l’atteggiamento con cui dobbiamo affrontare la questione. Il punto di partenza non deve essere di condanna assoluta dei Rom, visti come una popolazione da rifiutare in ogni modo e da allontanare, senza averli ascoltati e senza averne riconosciuto anche i diritti propri di ogni persona. I comportamenti di alcuni di loro possono essere anche giustamente disapprovati, ma sempre con rispetto al principio fondamentale che la nostra fede e civiltà ci indica in simili casi: la via dell’accoglienza e dell’amore del prossimo ci deve guidare. Questo non significa affatto essere arrendevoli e accettare forme di illegalità e di comportamenti disonesti, ma sostenere ogni persona a comprendere che tali scelte si ritorcono anche contro se stessi e contro quel bene comune che tutti dobbiamo perseguire.

Intendo dirvi con questo che sarebbe un approccio sbagliato quello di giudicare i Rom come il peggio della nostra città, dimenticando invece altre situazioni ugualmente problematiche e più gravi dal punto di vista del danno sociale. Penso alla corruzione, allo spaccio di droghe, allo scarto dei più poveri, all’indifferenza verso chi è in difficoltà. E ricordo una sensazione che condividiamo tutti: il crescere della illegalità violenta e l’insicurezza che si diffonde nei quartieri, del rubare l’anima ai giovani e ragazzi con proposte devastanti la loro personalità in crescita e la loro libertà… Tutto ciò non significa giustificare la situazione dei campi Rom, ma nemmeno demonizzare in modo assoluto e totale tutti i Rom!

Questo è il mio pensiero; e mi auguro che l’iniziativa che avete intrapreso possa proseguire col successo che merita, e che questo problema diventi davvero «qualificante» per le istituzioni e la città intera di Torino, che per tanti aspetti è di modello al Paese.

Grazie comunque del vostro lavoro e vi assicuro che la Chiesa farà la sua parte, come già sta facendo, nei campi con la presenza di associazioni e realtà che operano con i Rom e per la loro promozione sociale e spirituale.

+ Cesare Nosiglia, Arcivescovo

 

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