Fiat-Peugeot, nozze riparatrici per l’auto a Torino e in Italia?

Svolta – La notizia di trattative avanzate fra Fca e il gruppo francese Psa mette al sicuro le aziende, soddisfa gli azionisti, lascia aperti gli interrogativi sul futuro delle fabbriche: saranno conservate?

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In un precedente articolo (domenica 15 settembre 2019) ci siamo chiesti quanto tempo doveva ancora spettare Torino per avere qualche notizia certa sul futuro della filiera automotive da cui dipendono 700 imprese che danno lavoro a 65 mila persone. Una domanda legittima dopo le tante promesse di Fca rimaste in larga parte inattuate.

Tutto è cominciato a Balocco con l’annuncio del  Piano industriale  2018-2022  che prevedeva 25 miliardi di investimenti per 28 nuovi modelli.  Nel successivo Piano 2019-2021 gli investimenti di Fca in Italia erano scesi a 5 miliardi  e dovevano servire a lanciare  «solo» 13 nuovi modelli e a garantire la piena  occupazione  entro il 2011. Nel frattempo, per ricercare capitali e sinergie Fca ha puntato le sue carte sul matrimonio con Renault-Nissan che è sfumato, si dice, per l’opposizione del Governo francese.

In questo quadro di pesante incertezza, mitigata solo in parte dall’investimento previsto a Mirafiori per il lancio della nuova 500 elettrica,  si è appreso  da un comunicato congiunto  che i Gruppi Psa e Fca  stanno progettando di unire  le forze per creare un leader mondiale nella nuova era della mobilità sostenibile  Un gruppo di manager è al lavoro per dar vita,  si spera  entro Natale, ad un nuovo Gruppo di dimensioni e risorse globali  detenuto al 50% dagli azionisti del Gruppo Psa e al 50% dagli azionisti di Fca.  L’aggregazione proposta        darebbe vita al quarto  costruttore automobilistico al mondo, dietro a  Volkswagen  Toyota  e al Gruppo formato da Renault, Nissan e Mitsubishi, con 8,7 milioni di autoveicoli venduti, con ricavi congiunti di quasi 170 miliardi di euro ed un utile  operativo corrente di 10 miliardi di euro.

Grazie alle sinergie che si realizzeranno è prevista la creazione di un valore aggiunto di 3,7 miliardi di euro. Il costo previsto per raggiungere tali sinergie è stimato in 2,8 miliardi di euro. Il Consiglio di amministrazione della società capogruppo, che avrà sede in Olanda, avrebbe una rappresentanza bilanciata ed una maggioranza di consiglieri indipendenti. John Elkann sarà il Presedente; Carlos Tavares il Ceo e membro del Consiglio. La nuova capogruppo sarebbe quotata su Euronext (Parigi), Borsa Italiana (Milano) e New York Stock Exchange e continuerebbe a mantenere un’ importante presenza nelle attuali sedi operative in Francia, Italia e Stati Uniti.

Fin qui le informazioni e gli auspici desunti dal comunicato congiunto che dovranno trovar spazio in un Memorandum  of Understanding (lettera di intenti) vincolante da perfezionare possibilmente entro la fine dell’anno. Solo allora conosceremo più in dettaglio la consistenza e la portata di questa fusione e saremo forse in grado di valutare i vantaggi che trarranno i due partners  e soprattutto  le ricadute  per  i rispettivi territori.

Al momento credo si possa dire che Fiat Chrysler ha colto l’ultima occasione disponibile per trovare un alleato e fare parte del quarto gruppo mondiale, superando una condizione delicata in cui si è trovata dopo il matrimonio sfumato con Renault-Nissan. Una scelta non solo opportuna ma anche, per il momento, finanziariamente molto vantaggiosa.

Il giorno dell’annuncio dell’accordo le azioni di Fca hanno brindato. Il valore del pacchetto di azioni possedute da Exor è salito in un solo giorno di 800 milioni di euro; gli azionisti riceveranno un dividendo di 5,5 miliardi circa.

Come di consueto un’operazione di questa portata ha suscitato numerose reazioni. Agli immancabili, e in parte scontati, apprezzamenti sono seguiti i primi dubbi e le prime preoccupazioni  sull’impatto che  le strategie del nuovo Gruppo  potranno avere sugli stabilimenti di Pca e di Fca che complessivamente  impiegano 410 mila addetti nel mondo.

Il Gruppo di lavoro incaricato di stendere il Memorandum of Understanding dovrà approfondire cinque  capitoli: le piattaforme dei veicoli, i motori, le tecnologie dell’auto elettrica e di quella a guida autonoma, l’unificazione  del sistema di acquisti. Un confronto fra le due parti che si preannuncia serrato ma che è decisivo per  individuare e dirimere le eventuali sovrapposizioni  e, soprattutto, stabilire chi e dove  produrrà i modelli del futuro.

Venendo a casa nostra, sarà importante capire, ad esempio, se dalla partnership con Psa  verrà o meno l’impulso ad accelerare la produzione dell’auto elettrica: un comparto dove i  nuovi partners sono molto più avanti di noi. Sarà altrettanto importante capire come dare nuovo impulso alla produzione di auto in Italia dove Fca  dispone di una capacità installata di 1,5 milioni di autoveicoli sovradimensionata per un terzo. Un problema che Pca non ha. Sarà importante capire quali sinergie potranno esserci tra il Centro ricerche Fiat e gli altri Centri che operano all’interno del nuovo  Gruppo.

Dopo essere stato tirato in ballo da più parti, il Governo si è fatto vivo con la promessa di seguire con la massima attenzione gli sviluppi dell’operazione. Molti, dai sindacati agli industriali, vorrebbero una presenza più incisiva a fianco dei lavoratori e delle imprese. Una richiesta legittima che presuppone tuttavia un cambiamento di rotta con l’abbandono di una politica che penalizza l’auto anziché sostenerla. Serve anche un cambiamento di metodo perché tavoli per l’automotive  con 50 invitati    non portano da nessuna parte.

La fusione fra Fca e Psa  può  rappresentare  un’opportunità per il nostro territorio se si lavora insieme e ognuno fa  la sua parte. Ciò è vero anche, e soprattutto,  per le imprese dell’indotto che, come sostiene giustamente il presidente dell’Amma Giorgio Marsiaj,  devono fare un cambio di passo,  devono tornare ad investire e spingere sulle aggregazioni.

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