Ospedali, nascono cinque maxi Cappellanie

Pastorale della Salute – La Chiesa torinese riorganizzerà il servizio dei cappellani ospedalieri in cinque «macro cappellanie», ciascuna comprensiva di numerosi ospedali e presidi sanitari. È la prima esperienza del genere in Italia, un metodo nuovo di collaborazione fra i cappellani di uno stesso territorio, che prestano assistenza religiosa ai malati e agli operatori sanitari

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Cinque macro cappellanie ospedaliere a servizio di numerosi ospedali e presidi sanitari all’interno di ampi territori della diocesi. È il cuore del progetto che la Pastorale della Salute diocesana, dopo un intenso periodo di lavoro, presenta sabato 13 giugno nella chiesa del Santo Volto a Torino nel corso di un incontro di preghiera e testimonianza, in diretta streaming (dalle 10 alle 12.30), a cui prendono parte persone colpite e guarite dal coronavirus e diversi operatori del mondo della salute impegnati negli ultimi mesi in prima linea nell’emergenza della pandemia. In questo contesto l’Arcivescovo mons. Cesare Nosiglia, che guida il momento di preghiera, consegna i decreti di istituzione delle cinque nuove cappellanie della diocesi di Torino (c.f.r. sotto), fra cui una condivisa con la diocesi di Susa, di cui mons. Nosiglia è amministratore apostolico. Si tratta del primo progetto nella Chiesa italiana di una rete interospedaliera di cappellanie a servizio di più presidi sanitari.

Abbiamo chiesto a don Paolo Fini, direttore della Pastorale della Salute della diocesi, di spiegarci come è strutturato il rinnovato servizio degli assistenti religiosi che viene presentato sabato 13 giugno.

Don Paolo Fini

Don Fini, nel parlare delle nuove cappellanie non possiamo non raccontare l’impegno che gli assistenti religiosi hanno svolto  e continuano a portare avanti nel periodo difficile dell’emergenza sanitaria. Che ruolo hanno avuto?

Fin dall’inizio dell’emergenza  i cappellani  hanno svolto un servizio di sostegno soprattutto nei confronti dei medici e del personale sanitario, che all’improvviso si sono ritrovati nella bufera. Con i malati c’era una certa difficoltà di accesso, nonostante questo alcuni assistenti religiosi si sono recati con tutte le protezioni anti-contagio a portare conforto ai pazienti nei reparti Covid, anche nelle terapie intensive.

Il tempo della pandemia ha fatto scoprire dimensioni del servizio dell’assistenza religiosa che spesso vengono sottovalutate e cioè che l’accompagnamento dei cappellani concorre a pieno al percorso di cura. Si tratta di un servizio che richiede una professionalità non indifferente: essere presenti come assistenti religiosi in un ospedale in un’epidemia non è una cosa facile: si tratta di un ministero che nasce sì con una predisposizione personale, sì con una scelta ministeriale, ma anche necessariamente da una formazione e da una professionalità acquisite che i cappellani hanno ma che chiaramente deve essere sempre aggiornata e potenziata. Un altro aspetto importate è stato quello di non lavorare da soli: la pandemia ci ha rivelato l’importanza del gruppo, non solo dell’equipe pastorale dei cappellani ma anche del lavorare in sinergia con tutte le altre figure professionali.

Chi è il cappellano oggi?

Prima di tutto il cappellano non è un freelance, ma fa parte di un sistema di cura e concorre alla cura del paziente. L’accompagnamento spirituale si inserisce, quindi, nel sistema della presa in carico olistica del malato. Ed ecco che il tema centrale dell’umanizzazione della cura richiede necessariamente qualità, professionalità, formazione e anche la prevenzione del burnout, cioè quella sindrome da esaurimento psico-emozionale che accade spesso agli operatori che lavorano con le persone. Oggi il cappellano non è chiamato solo ad amministrare un sacramento, ma soprattutto a costruire una relazione, a dare una lettura professionale alle diverse situazioni, a stare al suo posto: competenze che si acquisiscono con una formazione permanente. Il sistema delle cappellanie e dell’Ufficio di Pastorale della Salute è in grado di garantire questa formazione: come ufficio diocesano abbiamo allestito  un corso di specializzazione ad altissimo livello rivolto anche ai cappellani.

Cinque macro cappellanie che comprendono numerosi presidi sanitari di diversa natura, ma anche servizi di cura domiciliare, quali sono le linee di fondo del rinnovato servizio?

Le cappellanie prima di essere un insieme di persone sono un metodo di lavoro e una dimensione di comunione ecclesiale, ma anche uno strumento di evangelizzazione e di promozione dell’incontro fra diverse persone.

Le nuove cinque cappellanie concorrono dunque:

–               ad un rinnovato concetto di Pastorale della Salute, che oltre ad essere l’azione della Chiesa a servizio della prevenzione, della cura e della riabilitazione degli stati della malattia, a più ampio raggio è l’educazione della comunità a farsi carico di ogni persona, soprattutto chi è più fragile. La cappellania come metodo di lavoro dunque propone nuove e più precise frontiere di servizi, incontro ed evangelizzazione;

–               ad una rinnovata figura dell’assistente religioso, che come accennato non è un freelance, ma opera in stretta sinergia con tutte le altre figure professionali;

–               ad una rinnovata figura dell’operatore sanitario grazie alla capacità delle cappellanie di lavorare in team. Il lavoro di squadra, che per noi è un’ecclesiologia di comunione, dall’altra parte diventa una dinamica fondamentale dello sviluppo professionale. È da tenere presente che l’atto d’intesa tra la Conferenza episcopale piemontese e la Regione Piemonte, firmato il 18 maggio 1998, prevede proprio che il cappellano concorra alla cura per cui sia inserito all’interno di un’equipe multiprofessionale.

–               ad un rinnovamento del linguaggio perché vocaboli come team, gruppo, professionalità, burnout, senza togliere nulla al rapporto umano ed affettivo, danno contenuti nuovi  in base alle rinnovate situazioni.

Quali nuove sfide hanno davanti le cappellanie?

Le cappellanie partecipano alla realizzazione dell’intesa Cep-Regione non solo dal punto di vista formale ma contenutistico, dando i nuovi contenuti dell’assistenza religiosa, del rapporto ospedale-territorio e rispondendo concretamente alle nuove sfide che abbiamo oggi  e che sono quelle del supporto alle cronicità e vulnerabilità cliniche e sociali. Le cappellanie contribuiscono a creare un modello di ambiente sempre più incentrato sul paziente che porta all’individuazione e al raggiungimento di nuovi obiettivi formativi che riguardano le figure professionali, i team, le equipe, le prospettive di bioetica. In particolare ai cappellani oggi viene richiesta la presenza nel processo di cura anche nelle nuove operatività del sistema sanitario che vede la brevità dei ricoveri (come i day hospital) e le visite diagnostiche. La cappellania ha quindi il compito di supportare i cambiamenti in atto.

Nelle equipe pastorali delle cappellanie ci sono anche i laici, che ruolo hanno?

L’intesa Cep-Regione, a cui aveva collaborato mons. Marco Brunetti, già direttore della Pastorale della Salute e oggi Vescovo di Alba, prevede nelle cappellanie la presenza di laici non solo come volontari o figure secondarie ma come cappellani ufficiali che quindi devono essere formati anche come accompagnatori spirituali. I laici non sono un ripiego, ma svolgono un ruolo fondamentale nell’assistenza religiosa perché permettono un amalgama migliore con il mondo ospedaliero e della cura. Tutte le cinque cappellanie nelle proprie equipe hanno sacerdoti, diaconi, religiosi, religiose e laici.

Nelle nuove cappellanie emerge la figura nuova del «parroco-cappellano»…

Sì, alcuni parroci svolgono anche il servizio di assistente religioso. Questo aspetto ci rivela prima di tutto che l’ospedale è parte integrante di un territorio. I parroci-cappellani, che conoscono la propria comunità, portano dunque le istanze del territorio nelle strutture sanitarie. Quasi tutti gli assistenti religiosi, inoltre, sono anche collaboratori parrocchiali proprio a rimarcare questo legame dei presidi ospedalieri con la comunità territoriale in cui sono inseriti.

IL RINNOVATO SERVIZIO DEGLI ASSISTENTI RELIGIOSI

L’Arcivescovo mons. Cesare Nosiglia sabato 13 giugno nella chiesa del Santo Volto a Torino nel corso dell’incontro di preghiera e testimonianza, trasmesso in diretta streaming, «Pregare e narrare la speranza nel servizio ai malati» consegna i decreti di istituzione delle nuove cappellanie ospedaliere della diocesi di Torino. Le elenchiamo di seguito.

Oltre alla Cappellania San Giovanni Battista di Torino, già istituita nel 2017, che comprende tutti gli assistenti religiosi della Città della Salute e della Scienza – ospedali Molinette, Regina Margherita, Sant’Anna e Cto (coordinatore diacono Francesco Benedic), vengono istituite:

la Cappellania  Beata Vergine Consolata, nel distretto Torino-Città,  che comprende tutti gli assistenti religiosi degli ospedali San Giovanni Bosco, Martini, Maria Vittoria, Amedeo di Savoia, Oftalmico, Mauriziano, Humanitas-Gradenigo, Koelliker, i presidi sanitari cattolici Ospedale Cottolengo, San Camillo, Don Gnocchi e il servizio di Cure palliative domiciliari (coordinatori don René Mbelenge Apaneba e diacono Eduard Mariut);

Cappellania Ss. Pietro e Paolo, nel distretto Torino Sud-Est, che comprende tutti gli assistenti religiosi degli Ospedali Santa Croce di Moncalieri, Maggiore di Chieri, Santo Spirito di Bra, San Lorenzo di Carmagnola e Civile Ss. Annunziata di Savigliano. Inoltre un diacono di Bra presterà servizio, insieme ad un cappellano della diocesi di Alba, anche presso il nuovo ospedale di Verduno, nella diocesi di Alba e nell’Asl Cn2 (coordinatore don Dino Patrito).

Cappellania San Giovanni Paolo II, nel distretto Torino Nord, che comprende tutti gli assistenti religiosi dei presidi ospedalieri di Cirié, Lanzo,  Cuorgné, Settimo Torinese e il presidio ospedaliero riabilitativo Fatebenefratelli di San Maurizio Canavese (coordinatore don Luigi Magnano).

Cappellania San Giuseppe Moscati, nel distretto Torino Ovest, che comprende tutti gli assistenti religiosi degli ospedali San Luigi di Orbassano, Rivoli, Venaria Reale, Avigliana, Giaveno, l’Irccs di Candiolo e l’ospedale di Susa nella diocesi di Susa (coordinatore don Luciano Gambino).

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