Ottant’anni fa l’Italia entrava in guerra

10 giugno 1940 – Ottant’anni fa scocca «l’ora delle decisioni irrevocabili». Alle 18  Mussolini, in uniforme da primo caporale d’onore della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, arringa la folla in piazza Venezia a Roma e annuncia l’entrata in guerra dell’Italia

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Ottant’anni fa scocca «l’ora delle decisioni irrevocabili». Alle 18 del 10 giugno 1940 Mussolini, in uniforme da primo caporale d’onore della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, arringa la folla in piazza Venezia: «Combattenti di terra, di mare, dell’aria. Camicie nere della rivoluzione e delle legioni. Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania. Ascoltate! Un’ora, segnata dal destino, batte nel cielo della nostra Patria. L’ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola e accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: vincere! E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo. Popolo italiano! corri alle armi e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore».

L’ITALIA NON VOLEVA LA GUERRA – Al di là della prescritta ovazione, gli italiani di armi e di guerra non hanno voglia e il Paese è impreparatissimo. Solo i generali non infarciti di retorica fascista sono consapevoli della scarsa preparazione e della carente dotazione di armamenti dell’Esercito. Il toscano Indro Montanelli, giornalista e scrittore, ricorda: «C’era apatia dietro l’entusiasmo forzato. La Nazione non credeva alla guerra, non la voleva. Il Paese avvertiva il pericolo di diventare una colonia tedesca. Tutti erano convinti che la guerra non si sarebbe fatta. Una smargiassata per spartire la preda». E il torinese Giuseppe Saragat, poi presidente della Repubblica (1964-71), esule in Francia: «Provai l’assoluta convinzione che sarebbe stata dura, che l’Inghilterra avrebbe resistito, che gli Usa sarebbero intervenuti, che il patto Hitler-Stalin non poteva durare, che Hitler sarebbe stato schiacciato». Una guerra solo mussoliniana. Per il primo ministro britannico Winston Churchill «la guerra fu decisa da un uomo solo contro la Corona, contro il Papa e il Vaticano, contro il popolo che non sente la guerra». Ci furono manifestazioni di giubilo e il discorso venne trasmesso dalla radio nelle piazze principali d’Italia e davanti alle sedi del Partito fascista.

PIO XII TENTA DI CONGIURARE IL CONFLITTTO – Pio XII tenta vanamente di fermare la guerra. Alle 19 del 24 agosto 1939 da Castel Gandolfo rivolge un allarmato radiomessaggio «ai governanti e ai popoli nell’imminente pericolo della guerra. Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra. Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare. Trattando con buona volontà e con rispetto dei reciproci diritti si accorgeranno che ai sinceri e fattivi negoziati non è mai precluso un onorevole successo». Pochi giorni dopo scoppia la Seconda guerra mondiale: il 1° settembre 1939 la Germania e il 7 settembre l’Unione Sovietica prendono la Polonia in una morsa e se la spartiscono. Hitler spera in una «guerra lampo». Non sarà così. Mussolini nel settembre ‘39, nonostante l’alleanza e le pressioni della Germania, dichiara la non belligeranza. Nove mesi dopo ha cambiato cambia idea: impressionato dalle folgoranti vittorie tedesche, oscilla tra la fedeltà a Hitler, l’impulso a rinnegarne l’alleanza, la voglia di indipendenza, l’illusione di facili vittorie sul campo di battaglia e la brama di essere lui l’«ago della bilancia». L’Unione Sovietica occupa la Finlandia e gli Stati Baltici; la Germania invade Danimarca, Norvegia, Olanda, Belgio, Francia; nei cieli britannici infuria la «battaglia d’Inghilterra».

LA RAF BOMBARDA: A TORINO 17 MORTI – Pio XII cerca di distogliere il fascismo dall’entrare in guerra. Questo è, con ogni probabilità, lo scopo della visita che Papa Pacelli fece al Quirinale a re Vittorio Emanuele III il 28 dicembre 1939. Nella Grande Guerra il «re soldato» era molto amato dalla gente. Poi diventa un sovrano imbelle, che ha la gravissima colpa di non opporsi all’ascesa della dittatura fascista, all’emanazione delle leggi razziali, al connubio tra fascismo e nazismo, all’abbraccio tra Benito Mussolini e Adolf Hitler, alla corsa al conflitto. Già il 15 gennaio 1940 era scattato il razionamento: con le tessere annonarie la gente fa la fame, specie nelle città, e il 30 settembre 1941 la razione di pane sarà ridotta a 200 grammi a persona. In risposta al roboante discorso mussoliniano, nella notte dell’11-12 giugno 9 bimotori Whitley della Raf inglese bombardano Torino e fanno 17 morti. L’entrata in guerra non coglie impreparato l’Ordinariato militare che garantisce la presenza dei cappellani su tutti i fronti. Il «vescovo di campo» della Grande Guerra, mons. Angelo Lorenzo Bartolomasi, torinese di Pianezza, in una lettera prega i vescovi di mandare come cappellani militari «i migliori preti della diocesi per virtù e per dottrina e non i preti che “danno fastidio”, non quelli per i quali nessun posto è buono, gli “scontenti”, gli “astratti” senza senso pratico».

LA FALLIMENTARE CONDOTTA DELLE OPERAZIONI – Il 20 giugno, sulle Alpi occidentali, parte l’offensiva contro la Francia, ma la «conquista» si riduce a Mentone, il primo paese dopo la frontiera di Ventimiglia. Invece le armate tedesche alle 5:30 del 14 giugno 1940 entrano in Parigi dalla «Porte de la Villette». Il 28 ottobre 1940, partendo dalle basi in Albania, le truppe italiane attaccano la Grecia. «Spezzeremo le reni alla Grecia» dice Mussolini, disperato più che tracotante. Ma l’offensiva si spegne quasi subito. In Montenegro il 26 dicembre 1941 muore il vercellese don Secondo Pollo, eroico cappellano degli Alpini, falciato mentre soccorre un commilitone ferito. Dal 1998 è beato. Nel gennaio 1941 gli italiani subiscono altre sconfitte dagli inglesi in Africa settentrionale e capitolano in Abissinia. La Germania invade la Jugoslavia, la Grecia e poi l’Unione Sovietica nell’«Operazione Barbarossa». L’anno si chiude con la discesa in campo della superpotenza Stati Uniti: il 7 dicembre 1941 il Giappone attacca a tradimento Pearl Harbor, «Perla del porto» delle Hawaii nel Pacifico. A chi si congratula per il successo, il leggendario ammiraglio nipponico Isoroku Yamamoto risponde cupo: «Abbiamo svegliato il gigante che dormiva». Tra il luglio 1941 e il marzo 1943 tragica e fallimentare per l’Italia è l’avventura sul fronte russo. Catastrofiche le perdite: su 60 mila Alpini oltre 41 mila restano sul terreno. Le divisioni «Tridentina», «Julia» e «Cuneense» sono decimate. Sulle ghiacciate lande russe rifulge la carità di Andrea Bordino, cuneese di Castellinaldo, l’artigliere alpino addetto alle vettovaglie che, al rientro in Italia, diventa religioso cottolenghino: Per trent’anni fratel Luigi della Consolata si dedica ai sofferenti nella Piccola Casa. Dal 2015 è beato. Altri eroi in terra russa sono il milanese don Carlo Gnocchi, beato dal 2009, e il torinese don Carlo Chiavazza, autore di «Scritto sulla neve», co-fondatore e direttore del settimanale «il nostro tempo».

LA SINDONE EMIGRA, I MONUMENTI PROTETTI – Nel 1942 la guerra volge verso la sconfitta dell’Asse. Gli Alleati bombardano le città tedesche e italiane. Il 5 settembre i germanici espugnano Stalingrado ma nel 1943 capitolano. Sulla sponda meridionale del Mediterraneo il feldmaresciallo Erwin Rommel è sconfitto a El Alamein e il XX Corpo d’Armata italiano è annientato: gli inglesi fanno 30 mila prigionieri. Nel 1943-44 gli Alleati in rapida sequenza sbarcano in Africa, Sicilia, Salerno, Anzio. Eppure, nell’estate 1943, metà della popolazione (24 milioni) hanno una tessera riconducibile al Partito fascista: Fasci di combattimento, Fasci femminili, Gruppi fascisti universitari, Opera nazionale dopolavoro, Opera Balilla, Gioventù italiana del littorio. Don Franco Peradotto, in Seminario a Giaveno, ricorda: «Nelle prime settimane ci venne raccontato che la Sindone non è più a Torino. Null’altro. Sapremo nel 1946 dell’avvenuto trasferimento a Montevergine (Avellino) e il 1° novembre il cardinale Fossati annuncia che la Sindone è tornata». Per timore delle devastazioni la Cappella della Sindone è protetta, come altri monumenti e statue – Caval’d brôns in piazza San Carlo, il Conte verde davanti al Municipio, Castore e Polluce in piazza Castello – da un’impalcatura o da un’armatura fatta di casse di legno. Le reliquie dei santi «sfollano» ai Becchi di Castelnuovo. A guerra finita, il 13 maggio 1946 le spoglie dei protomartiri Solutore, Avventore e Ottavio tornano ai Santi Martiri; Giuseppe Cafasso alla Consolata; Giovanni Bosco, Domenico Savio, Domenica Maria Mazzarello a Maria Ausiliatrice. Invece quelle di Giuseppe Benedetto Cottolengo restano nella Piccola Casa.

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