Padre Mourad: “rompere il silenzio sulla Siria”

Intervista – Al Salone del Libro ha portato la sua testimonianza il monaco sirio-cattolico originario di Aleppo rapito dall’Isis nel 2015 e segregato per cinque mesi: «serve l’impegno della comunità internazionale, non per spiegarci come si può dialogare tra religioni, perché l’abbiamo sempre fatto»

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Padre Mourad al Salone del Libro

«Non posso capire il silenzio del mondo di fronte alla mancanza di giustizia, non solo in Siria. Sappiamo quanti profughi soffrono in Libano, in Turchia, in Giordania e non solo soffrono perché vivono sotto delle tende, ma perché non hanno più dignità e io non posso capire il silenzio di fronte a questo dolore, di fronte a chi muore nel mare per scappare. Non è sufficiente accogliere, bisogna intervenire, far sapere, non si può restare in silenzio».

Sono le parole di Jacques Mourad, che sabato 11 maggio al Salone del Libro di Torino è intervenuto per raccontare, per «rompere il silenzio» sulla situazione della Siria attraverso la sua esperienza di monaco e prete siro-cattolico originario di Aleppo, rapito e nascosto per mesi, che oggi vive in Iraq. Esperienza che è raccontata nel libro curato da Amury Guillem, tradotto in italiano da Francesca Piovano ed edito in questi giorni da Effatà (pp. 176, 15 euro) con la presentazione di Andrea Riccardi.

«Un monaco in ostaggio. La lotta per la pace di un prigioniero dei jihadisti» è il titolo della sua testimonianza, una lettura spirituale del dramma del rapimento che è al tempo stesso denuncia, allargabile ad ogni contesto, degli effetti degli integralismi, delle conseguenze dell’indifferenza verso il dilagare dei regimi, del desiderio di potere. Un libro che inizia con una data….

Era il 21 maggio 2015, ero nel mio convento di Mar Elian, due giovani uomini mascherati e armati fanno irruzione. Capisco subito che questa volta non vengono per prendere cibo o abiti. Prendono me e Boutros, un giovane postulante, ci fanno salire in macchina, ci legano, la macchina sobbalza correndo a tutta velocità. Restiamo chiusi in auto quattro giorni, senza poterci alzare né muovere, bruciati dal sole, minacciati, pregavamo il rosario. A un certo punto sento come un grido dentro di me, ‘vado verso la libertà’. Come potevo andare verso la libertà incatenato, in pieno deserto nelle mani dello stato islamico? Non capivo: la prima volta che mi avevano detto ‘se non ti converti ti tagliamo la testa’ avevo avuto una paura terribile e ora avevo trovato la pace nel cuore, pensavo che se mi avessero ucciso sarei stato accanto a Gesù e quindi non dovevo avere timore.

L’intervista integrale a padre Mourad è pubblicata su La Voce e il Tempo in edicola.

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