Padre Hovsep Petoyan, martire in Siria

Attacco – I terroristi l’11 novembre hanno ucciso a raffiche di mitra il parorco armeno cattolico di San Giuseppe, la cattedrale di Qamishli, e suo padre. Ferito il diacono Fati Sano, della chiesa di al-Hasakeh, che viaggiava con loro. Sono caduti in un’imboscata jihadista tra Hassakè e Deir ez-Zor, al confine con l’Iraq

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I cristiani tornano nel mirino dei terroristi islamici anche in Siria. Li hanno uccisi a raffiche di mitra. Non c’è dubbio, si tratta di un’esecuzione mirata per colpire di nuovo i cristiani e tentare di sradicare le nostre comunità dalla regione. Non hanno colpito a caso. Sull’auto su cui viaggiavano il sacerdote Hovsep Petoyan, parroco armeno-cattolico di San Giuseppe, la cattedrale di Qamishli, e suo padre, c’era la scritta in arabo «Chiesa armena cattolica». Ferito il diacono Fati Sano, della chiesa di al-Hasakeh, che viaggiava con loro. Sono caduti in un’imboscata jihadista lungo la strada che collega Hassakè e Deir ez-Zor, al confine con l’Iraq.

L’attacco, rivendicato dal Daesh, ora guidato da Abu Ibrahim al Qurashi, succeduto ad al-Baghdadi eliminato in un blitz degli americani il 26 ottobre, è la prova che si vuole cancellare i cristiani già minacciati dall’offensiva militare turca. Ieri era toccato al gesuita olandese Van der Lugt, ucciso a Homs nel 2015 e al francescano Francois Murad, decapitato dai miliziani dell’Isis nel 2013. Il gesuita romano Paolo Dall’Oglio è stato rapito a Raqqa nel 2013 e non si è saputo più nulla, così come di due vescovi ortodossi Bulos Yazigi e Yohanna Ibrahim, l’armeno cattolico Michel Kayyal e l’ortodosso Maher Mahfuz, anche loro rapiti e spariti.

Ora è stata la volta di padre Petoyan, sacerdote cattolico armeno, solo uno dei numerosi preti assassinati o scomparsi in Siria. «Per noi sono tutti martiri», ha detto Boutros Marayati, arcivescovo armeno cattolico di Aleppo, «e quello che è accaduto è una conferma che la guerra in Siria non è finita come invece avevamo sperato». Padre Petoyan era il sacerdote della comunità armena cattolica di Qamishli, nella provincia siriana nord-orientale di Hassakè.

Da tempo si occupava dei progetti volti a ricostruire le case dei cristiani e le chiese a Deir ez Zor distrutte dalla guerra. Ogni due settimane si recava in questa città della Siria orientale per controllare i lavori in corso ed era sempre andata bene. Lungo il percorso tutto era filato liscio, nessun problema, nessun posto di blocco, fino a lunedì scorso. La Chiesa cattolica armena, formata dai sopravvissuti al genocidio turco-ottomano di inizio Novecento, è un’antica comunità cristiana che conta oltre mezzo milione di fedeli. È una Chiesa strettamente legata a Roma pur conservando una certa autonomia nei riti religiosi. Oltre alla Siria la troviamo anche in Iraq, Iran, Egitto, Turchia, Israele e in Libano, dove c’è la sede centrale. Proprio a Deir ez Zor si trovano una chiesa e un memoriale dedicato ai martiri del genocidio armeno. La città è controllata dalle forze curde, appoggiate da unità speciali americane rimaste nella zona, ma è contesa dall’esercito siriano che vuole tornare in possesso dei pozzi petroliferi di cui è ricca l’area e da gruppi jihadisti fedeli all’Isis che, secondo fonti curde, avrebbero compiuto almeno 30 attacchi a novembre alzando notevolmente la capacità operativa sul campo.

L’intervento militare di Ankara contro i curdi nel nord-est ha sconvolto la regione creando più confusione e instabilità oltre a dare nuova forza alle cellule dell’Isis tornate sulla scena con più violenza di prima. Attivisti e organizzazioni umanitarie internazionali puntano il dito contro i militari turchi e i loro alleati accusandoli di gravi violazioni e crimini di guerra contro i curdi.

I soldati della Mezzaluna e le milizie filo-jihadiste che sostengono l’intervento turco nel nord sarebbero responsabili di una sorta di ‘pulizia etnica’ contro i curdi e le altre minoranze religiose tra cui i cristiani. La stessa accusa è giunta nei giorni scorsi anche da William Roebuck, inviato speciale americano presso la Coalizione anti-Isis, secondo cui gli Stati Uniti non hanno fatto abbastanza per fermare l’attacco contro i curdi.

Nelle prigioni anatoliche ci sono oltre 1.200 foreign fighters del califfato mentre altri 300, in gran parte stranieri, sono stati catturati nel nord siriano dall’inizio dell’offensiva turca il 9 ottobre scorso. Assiri, caldei e siro-cattolici si sono trovati improvvisamente nel mirino dell’esercito turco, dei loro alleati jihadisti e degli stessi terroristi dell’ex Stato islamico. La paura e l’insicurezza hanno spinto migliaia di cristiani a fuggire in luoghi più tranquilli. L’escalation della tensione si è fatta sentire anche a Qamishli, dove i cristiani sono protetti sia dai guerriglieri curdi che dai governativi siriani, ma gli ultimi attentati hanno dimostrato che il Daesh ha già rialzato pericolosamente la testa.

Auto e moto riempite di tritolo sono esplose nelle vicinanze di una chiesa caldea  e vicino a un mercato lasciando sul terreno sette morti e decine di feriti. Un nuovo trauma per una comunità pesantemente colpita da otto anni di guerra civile e di atrocità jihadiste. Una tragedia senza fine che continua anche con la profanazione di chiese e il saccheggio di case abitate da cristiani nella fascia di sicurezza creata dai turchi a nord-est, mentre Aleppo è ancora oggi sotto il tiro di razzi e colpi di artiglieria da parte di ribelli e jihadisti.

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