Pandemia, Torino si affida alla Consolata e alla Sindone

Dal 1576 al 2020 – Nelle pestilenze, nelle guerre e nelle calamità naturali i torinesi si rivolgono alla Sindone, alla Consolata, alla Madonna «Salus infirmorum». L’Arcivescovo Nosiglia sabato Santo, 11 aprile, ha pregato davanti alla Sindone in diretta televisiva e social

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Mons. Cesare Nosiglia

«Migliaia e migliaia di messaggi mi pervengono dalla gente per chiedermi che, in queste gravi difficoltà, si possa pregare nella Settimana Santa davanti alla Sindone per impetrare da Cristo morto e risorto la grazia di vincere il male». Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino, spiega la venerazione, trasmessa da tv e social, alle 17 del Sabato Santo (11 aprile). Nelle pestilenze e nelle guerre, nelle calamità naturali e negli affanni personali, i torinesi si rivolgono alla Sindone, alla Consolata, alla Madonna «Salus infirmorum».

La Sindone a Torino grazie a Carlo Borromeo – Nella peste del 1576 pronuncia il to in forza del quale la Sindone è trasferita a Torino. Emanuele Filiberto, «testa di ferro», comprende che l’Italia è il campo aperto alle fortune della dinastia e sposta il baricentro sul Piemonte. Rientrato in possesso delle terre nel 1559 con la pace di Cateu-Cambresis, il duca avvia una radicale riorganizzazione dello Stato, ingrandisce Torino e nel 1563 la proclama capitale. Il 25 gennaio 1563 sette cittadini fondano la «Compagnia della fede cattolica sotto la protezione di San Paolo» per soccorrere la popolazione, arginare la riforma protestante, sottrarre i bisognosi al cappio dell’usura. Nel maggio 1515 Torino era stata promossa arcidiocesi metropolitana, sottraendosi alla giurisdizione di Milano.

L’occasione propizia per trasferire la Sindone si presenta quando l’arcivescovo di Milano vuole recarsi a Chambéry per venerare la Sindone sciogliere il voto formulato durante la peste del 1576, detta «di San Carlo», che aveva imperversato in Lombardia dal luglio 1576 alla Quaresima 1577 mietendo 18 mila morti, un decimo della popolazione. La pestilenza è rievocata da Alessandro Manzoni nel capitolo XXXI de «I promessi sposi», quando inizia la descrizione di quella del 1629, detta anche «la peste del cardinale Federigo». Emanuele Filiberto fa trasportare la Sindone a Torino per abbreviarne il viaggio ed evitare l’attraversamento delle Alpi. Il motivo è tecnico e devozionale ma quello reale è politico: rafforzare la dinastia e dare prestigio alla nuova capitale. Per non ferire troppo i savoiardi e per non provocare ribellioni il trasferimento, attraverso il Piccolo San Bernardo e la Valle d’Aosta, avviene in maniera segreta. Il 9 settembre 1578 la Tela è accolta a Torino. Il 7 ottobre Borromeo inizia il pellegrinaggio da Milano a piedi, fra austere penitenze sotto la pioggia. Venera la Sindone che, per alcuni anni, trova sistemazioni diverse fino alla straordinaria Cappella eretta dal genio dell’abate Guarino Guarini.

Torino colpita dal «colera-morbus» nel 1835: 220 morti su 349 contagiati. È soprattutto alla Consolata che i torinesi ricorrono e accorrono: è sempre accaduto nei secoli bui di guerre e pestilenze, calamità naturali e tribolazioni private. Alla Patrona offrono gli ex-voto per aver preservato «la mia famiglia dal colera». I nostri avi, 185 anni fa, non si perdono in chiacchiere. Il primo contagiato, un barcaiolo, muore il 25 agosto 1835. Il maggior numero di vittime è nei borghi poveri e degradati, come il «Moschino» di Vanchiglia. L’arcivescovo Luigi Fransoni invita la popolazione a confidare nella Sindone e nella Consolata. Autorità e popolo fanno un triduo al Corpus Domini; un secondo alla Consolata; un terzo a San Rocco. Il 30 agosto la Municipalità pronuncia il voto per ottenere da Dio «la liberazione dal colera, o la diminuzione del male, o altro sollievo che fosse piaciuto a Dio di concedere alla città». Il 3 settembre l’arcivescovo riceve il voto. A dicembre 1835 il contagio finisce. Il 28 maggio 1836 si pone la prima pietra della colonna votiva in piazza della Consolata a fianco del santuario; il 20 giugno 1837, festa della Patrona, l’inaugurazione e la benedizione al canto dell’«Ave Maris Stella» e al suono delle campane.

Un ruolo determinante svolge il marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo. Il Consiglio comunale elegge una commissione: marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo, conte Giuseppe Provana di Collegno, conte Gaetano Adami di Bergolo, conte Giuseppe Ponte di Pino: il 1° settembre presentano al Consiglio un progetto che prevede preghiere e finanziamenti per il restauro di un edificio di culto e «per la creazione di un nuovo segnacolo di fede a scala urbana». Il Consiglio all’unanimità accoglie le proposte dei quattro gentiluomini. Falletti illustra la proposta: restauro della Cappella delle Grazie alla Consolata; erezione nella piazza di una colonna di granito sormontata da una statua in marmo della Madonna; presenza il 30 agosto del Corpo decurionale per sette anni alla Messa in santuario. Il marchese finanzia anche la cancellata che divide il vano inferiore, l’antica chiesa di Sant’Andrea, da quello superiore. I marchesi Carlo Tancredi e Giulia Falletti di Barolo – oggi venerabili – sono gli antesignani delle opere assistenziali, sociali e religiose esplose nell’Otto-Novecento.

L’arcivescovo Nosiglia prega alla Consolata e alla Salute – Alla Consolata l’arcivescovo il 15 marzo, al termine della Messa, recita la preghiera di affidamento alla Madonna. Il 26 febbraio 2020, mercoledì delle Ceneri, nel santuario di Nostra Signora della Salute, in via Vibò (Borgo Vittoria), Nosiglia, accompagnato dalla sindaca Chiara Appendino, dice il rosario e rinnova alla Vergine la richiesta di protezione. La chiesa-santuario fa parte della «memoria storica» della città: eretta tra il 1895 e il 1950, ricorda la liberazione dall’assedio il 7-8 settembre 1706: lì erano accampate le truppe francesi. È dedicata alla Madonna della salute, «salus» nel senso di «salvezza della Patria» e di «salute degli infermi». Nella piazzetta antistante c’è l’ossario dei soldati subalpini caduti nell’assedio. Dal 1971 la chiesa accoglie le spoglie mortali di San Leonardo Murialdo, canonizzato cinquant’anni fa da Paolo VI il 3 maggio 1970. La Salute è parrocchia affidata dal 1927 ai Giuseppini del Murialdo.

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