Il Papa a Molfetta sulle orme del Vescovo Tonino Bello

Puglia – Il 20 aprile il pontefice visita i luoghi di Tonino Bello, prete e vescovo pugliese “della Chiesa col grembiule” nel 25° anniversario dalla morte: prima ad Alessano (provincia di Lecce), dove Bello era nato il 18 marzo 1935, e poi a Molfetta (Bari) dove fu vescovo per undici anni. Il rapporto con don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele, che lo annovera fra i suoi “maestri”

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Il Vescovo Tonino Bello

Papa Francesco sulle orme di mons. Torino Bello, prete e vescovo pugliese con la stola e il grembiule. Venticinque anni dopo la morte per un tumore a 58 anni, il Pontefice si reca il 20 aprile 2018 ad Alessano (provincia di Lecce e diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca), dove Bello era nato il 18 marzo 1935 e a Molfetta (Bari) dove fu vescovo per undici anni e dove morì il 20 aprile 1993.

È una tappa del pellegrinaggio di Bergoglio sulle tracce dei santi testimoni d’Italia del XX secolo. Dopo essere stato il 20 giugno 2017 sulle tombe di due grandi parroci e profeti, don Primo Mazzolari a Bozzolo (Cremona) e don Lorenzo Milani a Barbiana (Firenze), dopo essere andato il 7 marzo 2018 a Pietrelcina (Benevento) e San Giovanni Rotondo (Foggia) per San Padre Pio Forgione, ritorna nelle Puglie di un prete «padre dei poveri, pastore della pace e della misericordia, vescovo degli ultimi». Francesco concluderà il pellegrinaggio il 10 maggio 2018 a Nomadelfia (Grosseto) per don Zeno Saltini e a Loppiano (Firenze) per Chiara Lubich.

Questi personaggi rappresentano bene la Penisola e le sue tre grandi aree: Nord (Lubich, l’unica laica, è trentina; don Mazzolari è lombardo di Cremona); Centro (don Milani è toscano di Firenze; don Saltini è emiliano-romagnolo di Fossoli-Carpi, opera a Fossoli e poi fonda Nomadelfia in provincia di Grosseto); padre Pio è campano di Benevento ma vive nel convento di San Giovanni Rotondo nel Foggiano. E in Puglia si svolge l’opera di questo prete e vescovo straordinario.

Negli anni del Seminario e della formazione «voleva vincere a tutti i costi, aveva la sindrome del primo della classe e, per questo, pretendeva molto da se stesso e dagli altri. Una partita di pallone finiva solo quando lui faceva un goal» racconta un sacerdote suo amico all’inviata dell’agenzia «Sir» dei settimanali cattolici. Prete all’8 dicembre 1957, per 18 anni si occupa della formazione dei seminaristi e lavora al settimanale diocesano «Vita nostra». Consegue la licenza in Teologia presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Milano a Venegono e nel 1965 la laurea alla Pontificia Università Lateranense con la tesi «I congressi eucaristici e il loro significato teologico e pastorale».

Alterna l’insegnamento nel Seminario di Ugento, dove è anche vice-rettore, alle trasferte e Roma ad accompagnare il suo vescovo al Concilio Vaticano II (1962-65) e assiste in piazza tra la folla alla memorabile cerimonia di apertura del Concilio, presieduta da Papa Giovanni XXIII l’11 ottobre 1962. Dal 1969 è assistente dell’Azione Cattolica e poi vicario episcopale per la pastorale diocesana.

Nel 1979 è parroco a Tricase, quasi ventimila abitanti in provincia di Lecce, sul Capo di Leuca. Raccontano i testimoni: «C’era quasi il deserto. E così ha deciso di cominciare dai giovani: li andava a cercare e per loro ha aperto un Centro teologico di lettura dove ha messo a disposizioni i suoi libri e una cinquantina di abbonamenti alle riviste». Tricase è il luogo del «suo primo amore» come dice spesso don Tonino. Il luogo dove impara a essere sacerdote tra la gente e dove, da parroco che diventa vescovo, si cinge i fianchi con un asciugamano dando un’immagine molto viva di quella «Chiesa del grembiule», espressione che ebbe molto successo negli ambienti cattolici, che piace a Papa Francesco e che qualcuno vede come profeticamente anticipatrice della sua «Chiesa in uscita». A Tricase, da bravissimo professore di Seminario diventa pastore e capisce che cosa significhi «essere immersi nei problemi della gente». Propone ai preti che collaborano con lui: «Facciamo capire alla gente che ci vogliamo bene veramente, andiamo a prenderci un caffè insieme, per far vedere che tra noi non ci sono tensioni».

Come quando si reca con la sua «Fiat 500» dalle famiglie povere, alle quali porta i viveri che aveva commissionato prima citofonando alle famiglie della parrocchia: «Prepara il primo, prepara il secondo, prepara il dolce». O come quella volta che – racconta sempre l’inviata del «Sir» – «andando a trovare una persona molto povera ricoverata in ospedale, accortosi che non aveva nessuno ha detto senza pensarci due volte: “La notte gliela passo io”. Il giorno dopo si sparge la voce che il parroco era rimasto a vegliare, e così sono arrivati i volontari ospedalieri ad alternarsi per la notte». Come quell’altra volta che una signora ha bisogno di una trasfusione di sangue per affrontare un’operazione e don Tonino si fa avanti. «Fino alla morte avrò il suo sangue nelle vene» racconta oggi la donna.

Il 10 agosto 1982 Giovanni Paolo II lo nomina vescovo di Molfetta-Giovinazzo-Terlizzi. Il suo primo gesto da vescovo è accanto agli operai di Giovinazzo. Il suo piano pastorale si intitola «Insieme alla sequela di Cristo sul passo degli ultimi». Pronuncia per la prima volta l’espressione «Chiesa con il grembiule il 25 novembre 1984 nel Seminario regionale della Puglia a Molfetta. Nel novembre 1985 è eletto presidente nazionale di «Pax Christi» succedendo a mons. Luigi Bettazzi, vescovo di Ivrea. Predica il dialogo, la misericordia, la non violenza; è un lottatore per la pace e si schiera decisamente contro il riarmo e il commercio degli armamenti. Testimone di fraternità, si reca a Sarajevo in guerra a guidare la «marcia della pace» il 7-13 dicembre 1992 con oltre 500 persone: è già gravemente malato e muore pochi mesi il 20 aprile 1993.

Pax Christi lo definisce «il vescovo più straordinario e popolare dopo il Concilio, capace di gesti forti e parole inequivocabili». Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera, lo mette tra i suoi «maestri» accanto ai cardinali arcivescovi di Torino Michele Pellegrino e Anastasio Alberto Ballestrero e a mons. Franco Peradotto. A don Ciotti il vescovo pugliese sul letto di morte lascia in eredità la sua stola: «Era in prima fila quando c’era da rimboccarsi le maniche e sporcarsi le mani; quando bisognava correre rischi e accettare fatiche. In ultima fila quando c’era da riscuotere applausi, consensi, potere, consolazioni».

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