Papa Francesco, “don Sturzo sacerdote esemplare”

Messaggio – Papa Francesco definisce don Luigi Sturzo «sacerdote esemplare» in un messaggio inviato al convegno che si è tenuto il 14 giugno a Caltagirone (Catania) per i cento anni dell’appello «A tutti gli uomini liberi e forti» (18 gennaio 1919), «manifesto della partecipazione dei cristiani alla politica»

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Don Luigi Sturzo

Papa Francesco definisce don Luigi Sturzo «sacerdote esemplare» in un messaggio (14 giugno 2019) al convegno di Caltagirone (Catania) per i cento anni dell’appello «A tutti gli uomini liberi e forti» (18 gennaio 1919) «manifesto della partecipazione dei cristiani alla politica». Anniversario importante «per la storia d’Italia e d’Europa per riaffermare il valore e l’attualità dell’appello, attraverso un dialogo culturale e sociale ispirato ai saldi principi del Cristianesimo».

IL COMPITO DEI LAICI CRISTIANI – Il centenario aiuta a riflettere sulla concezione cristiana della vita sociale e politica: «Il compito di informare cristianamente la vita sociale e politica appartiene soprattutto ai laici che, attraverso il proprio impegno e nella libertà che loro compete, attuano gli insegnamenti sociali della Chiesa, elaborando una sintesi creativa tra fede e storia che trova il suo fulcro nell’amore vivificato dalla grazia divina». Superando il dualismo fra etica e politica, secondo cui il Vangelo sarebbe legato alla sfera privata, «don Sturzo riteneva doverosa la partecipazione del cittadino alla vita del Paese. Il fare una buona o cattiva politica dipende dalla rettitudine dell’intenzione, dalla bontà dei fini e dai mezzi che si impiegano. Così ragionano i cristiani di ogni tempo e di ogni Paese. La moralizzazione della vita pubblica è legata per don Sturzo soprattutto a una concezione religiosa della vita, da cui deriva il senso della responsabilità morale e della solidarietà sociale. L’amore è il vero vincolo sociale, il motivo ispiratore di tutta l’attività che unisce etica e vita, dimensione spirituale e dimensione sociale».

NON DIMENTICARE IL SUO INSEGNAMENTO –Disse Giovanni Paolo II ai vescovi siciliani nel viaggio del 20-21 novembre 1982: «Prima che statista, politico, sociologo e letterato, don Sturzo era un sacerdote obbediente alla Chiesa, un uomo di Dio che ha lottato strenuamente per difendere e incarnare il Vangelo in Sicilia, nell’esilio in Inghilterra e negli Stati Uniti e negli anni ultimi anni di vita a Roma». Conclude Bergoglio: il suo insegnamento e la sua testimonianza «non devono essere dimenticati, in un tempo in cui è richiesto alla politica di essere lungimirante per affrontare la grave crisi antropologica. Il primato della persona sulla società, della società sullo Stato e della morale sulla politica», la centralità della famiglia, la funzione sociale della proprietà, il lavoro e la pace, «sono valori che si basano sul presupposto che il Cristianesimo è un messaggio di salvezza che si incarna nella storia, si rivolge a tutto l’uomo e deve influire sulla vita morale privata e pubblica».

A LIVELLO LOCALE IL SUO PRIMO IMPEGNO – Luigi Sturzo nasce a Caltagirone (Catania) il 26 novembre 1871 da padre dei baroni d’Altobrando e da madre borghese. Sacerdote dal 19 maggio 1894, si laurea in Teologia all’Università Gregoriana, si iscrive all’Università della Sapienza e all’Accademia San Tommaso d’Aquino. Tornato a Caltagirone, insegna in Seminario; promuove cooperative agricole, casse rurali, società operaie, che infastidiscono liberali e conservatori; fonda il giornale «La croce di Costantino» che i massoni bruciano in piazza. Prosindaco di Caltagirone e vicepresidente dell’Associazione dei Comuni italiani, punta sul rinnovamento dell’economia meridionale. Il 23-24 novembre 1918 convoca in via dell’Umiltà 36 a Roma qualifi­cati personaggi che indicono per il 16-17 dicembre una «piccola costituente» di 41 rappresentanti di tutte le Regioni. Dal Piemonte arrivano i torinesi Amedeo di Rovasenda, Carlo Olivieri di Vernier, Carlo Torriani, Giovanni Zaccone e il monregalese Giovanni Battista Bertone. Delineano un partito democratico, lontano dal liberalismo, dal socialismo, dal clerico-moderatismo che punta alla col­laborazione fra le classi so­ciali.

UN EVENTO DI PORTATA STORICA – Il 18 gennaio1919 dall’albergo «Santa Chiara» in Roma lanciano l’appello «A tutti gli uomini liberi e forti». Don Sturzo in chiesa si inginocchia e piange: «Eccomi io, sacerdote, a spingere i cattolici nella politica. Per me è uno strappo dalla mia vocazione per dedicarmi a quello che sento l’altro apostolato che manca alla Chiesa e che bisogna fare». Il Ppi deplora che il trattato di pace dopo la Grande Guerra sia basato su uno spirito di dominazione che fa maturare nuove guerre; vede la Società delle Nazioni come vincolo di fratellanza universale; si dichiara contro gli imperialismi, l’anarchia, le democrazie socialiste; invita «a attuare gli ideali di giustizia sociale»; vuole rinnovare il Paese «sulla base di un programma sociale, economico e politico di libertà, di giustizia e di progresso nazionale, ispirato ai principi cristiani»; non pone come ragion d’essere gli «imprescrittibili diritti» della Santa Sede ma il bene e i problemi dell’Italia; accetta lo Stato liberale nato dal Risorgimento; propone uno Stato «popolare» e non «borghese». Un partito democratico che rifiuta la Rivoluzione bolscevica e sostiene la riforma dello Stato, della burocrazia, della giustizia, degli Enti locali. Non un partito «cattolico» ma un partito «di cattolici».

STRENUO AVVERSARIO DEL FASCISMO – Fautore della partecipazione dei cattolici alla vita politica e assertore della coerenza tra vita religiosa e impegno politico, don Sturzo è antifascista fino al midollo e resta fedele all’idea che libertà e democrazia costituiscono un binomio inscindibile. Lo dice a chiare lettere. Il 20 dicembre 1922 nel discorso alla Camera di commercio di Torino riafferma la validità del regime democratico e parlamentare. Nel IV Congresso Ppi a Torino nell’aprile 1923 traghetta il partito all’opposizione. L’iniziativa scatena la violenza fascista contro i circoli del Ppi e della Gioventù cattolica. Costretto da Pio XI a dimettersi da segretario del partito, scrive al Papa: «Obbedisco» e nel 1924 va esule a Londra e nel 1940 per gli Stati Uniti. Rientrato in Italia nel 1946, riprende l’attività politica. Senatore a vita nel 1952, muore a Roma l’8 agosto 1959. È in corso la causa di beatificazione.

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