Il Papa sulla Libia: “Voi non immaginate l’inferno che si vive lì”

Vaticano – Mercoledì 8 luglio Papa Francesco ha voluto ricordare l’anniversario della sua visita a Lampedusa, nel 2013, celebrando una Messa nella cappella di Casa Santa Marta con il personale della sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Nell’omelia un vibrante richiamo alla drammatica situazione della Libia

416

Nel 7 anniversario dalla celebrazione a Lampedusa, isola simbolo del dramma di tanti migranti vittime di naufragi, di scafisti, di ricatti, Papa Francesco ha celebrato una Messa a Santa Marta con  il personale della sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Nell’omelia riprendendo anche quella che pronunciò nel 2013 parole vibranti a scuotere la coscienza di chi pensa che il dramma delle migrazioni non lo riguardi, di chi ha l’atteggiamento del popolo di Israele descritto dal profeta Osea: «era un popolo smarrito, che aveva perso di vista la Terra Promessa e vagava nel deserto dell’iniquità. La prosperità e l’abbondante ricchezza avevano allontanato il cuore degli Israeliti dal Signore e l’avevano riempito di falsità e di ingiustizia. Si tratta di un peccato da cui anche noi, cristiani di oggi, non siamo immuni. La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione, illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza’».

Una indifferenza che fa dimenticare un’espressione evangelica che Papa Francesco ha chiesto di assumere come motto e monito quotidiano: «’Tutto quello che avete fatto…’, nel bene e nel male! Questo monito risulta oggi di bruciante attualità. Dovremmo usarlo tutti come punto fondamentale del nostro esame di coscienza, quello che facciamo tutti i giorni. Penso alla Libia, ai campi di detenzione, agli abusi e alle violenze di cui sono vittime i migranti, ai viaggi della speranza, ai salvataggi e ai respingimenti. ‘Tutto quello che avete fatto… l’avete fatto a me’».

«Ricordo quel giorno, sette anni fa, proprio al Sud dell’Europa, in quell’isola…», ha proseguito, «alcuni mi raccontavano le proprie storie, quanto avevano sofferto per arrivare lì. E c’erano degli interpreti. Uno raccontava cose terribili nella sua lingua, e l’interprete sembrava tradurre bene; ma questo parlava tanto e la traduzione era breve. ‘Mah – pensai – si vede che questa lingua per esprimersi ha dei giri più lunghi’. Quando sono tornato a casa, il pomeriggio, nella reception, c’era una signora – pace alla sua anima, se n’è andata – che era figlia di etiopi. Capiva la lingua e aveva guardato alla tv l’incontro. E mi ha detto questo: ‘Senta, quello che il traduttore etiope Le ha detto non è nemmeno la quarta parte delle torture, delle sofferenze, che hanno vissuto loro’. Mi hanno dato la versione ‘distillata’. Questo succede oggi con la Libia: ci danno una versione ‘distillata’. La guerra sì è brutta, lo sappiamo, ma voi non immaginate l’inferno che si vive lì, in quei lager di detenzione. E questa gente veniva soltanto con la speranza e di attraversare il mare».

Nel 2019  il Papa celebrò la Santa Messa all’altare della Cattedra della Basilica di San Pietro, alla quale parteciparono circa 250 persone tra migranti, rifugiati e quanti  sono impegnati per salvare la loro vita.

 

 

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome

tre × 5 =