Parla il cappellano dei condannati a morte in Florida

Intervista – Dale Recinella, cappellano laico nelle carceri della Florida, ha visitato Torino per raccontare la sua esperienza: “ho assistito a 18 esecuzioni e accompagnato 36 persone nel percorso finale. Sono diventato padrino di tanti che hanno chiesto il Battesimo”

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Dale Recinella

«Quando si arriva nella camera da cui si può assistere all’esecuzione mi siedo nel posto dal quale sono sicuro che io possa essere visto dal condannato. Perché almeno l’ultima persona che può guardare prima di morire sia qualcuno che gli ha voluto bene…». Così Dale Recinella, cappellano laico nelle carceri della Florida, racconta uno spaccato del suo lavoro accanto ai detenuti. Le parole sono chiare, sicure, ma tradiscono quell’emozione che ancor più ne spiega il ruolo e lo spirito con cui agisce: l’affetto, il legame profondo di vicinanza e accompagnamento che stabilisce con chi viene giudicato colpevole di reati gravi da punire con lunghissime detenzioni o con la morte. Quell’ultimo sguardo riassume tutto il senso del suo lavoro. Lo incontriamo a Torino, grazie al Comitato Paul Rougeau, in occasione dell’uscita dell’edizione italiana del libro «Quando visitiamo Gesù in prigione», che ha la prefazione di mons. Guido Fiandino, ausiliare emerito di Torino (il libro può essere richiesto al costo di 16 euro scrivendo a prougeau@tiscali.it).

Dale, lei ha 67 anni e da venticinque è cappellano laico in carcere, ma cosa faceva prima?

Ero un avvocato con una esperienza professionale molto attiva, gratificante sotto tutti i punti di vista, quando in seguito a un improvviso problema di salute ho deciso di dare una svolta alla mia vita. Ho riunito la mia famiglia, mia moglie Susan e i miei cinque figli, e con loro ho proposto il cambiamento: e questo è stato il primo miracolo. Tutti sono stati d’accordo. Così ho iniziato a occuparmi degli ultimi: i senzatetto, i malati di Aids, i malati di mente…

Mi sta elencando tante categorie di persone in difficoltà, ma non i carcerati. Perché? Come è arrivato a loro?

Provengo da una famiglia con una impostazione morale molto rigida: per me in carcere ci stava chi aveva sbagliato, ma soprattutto persone che avendo violato la giustizia non meritavano aiuto o attenzione. Finchè un giorno il cappellano di un carcere mi chiese aiuto per un detenuto malato di Aids, sapendo che io mi occupavo di persone sieropositive. Ecco, io non avevo nessuna voglia di andare in carcere, di incontrare i «cattivi», ma alla fine ci andai e per me fu uno shock, così come sentirmi dire dai miei figli che se non fossi andato a visitare quella persona in prigione non avrei visitato Gesù.

L’intervista integrale a Dale Recinella è pubblicata su La Voce e il Tempo in edicola 

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