Perchè è epocale la visita di Papa Francesco negli Emirati

Storico viaggio – Il Papa tira dritto nella sua missione di pace, e non solo il Papa. Sono 700 i ledaer di varie religioni che negli Emirati Arabi Uniti – mentre il mondo litiga su tutto – hanno fatto esercizio di dialogo ai massimi livelli delle diverse confessioni. Epocale questa prima volta di un Papa ad Abu Dabi, la terra degli emiri

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Abu Dhabi, 4 febbraio, Papa Francesco negli Emirati Arabi. Visita Ufficiale al Principe Ereditario (foto Sir)

C’è un’immagine evocativa che Papa Francesco offre nel suo primo discorso in terra d’Arabia, viaggio storico, la prima volta di un Pontefice in quelle latitudini: l’arca. Noè è chiamato a costruirla per preservare la specie umana e gli altri esseri viventi. Per il Vescovo di Roma solo entrando in un’arca, come una famiglia, sarà possibile salvaguardare la pace; un’arca che «possa solcare i mari in tempesta del mondo: l’arca della fratellanza».

Evocativa, dicevamo, questa immagine, da parte di «un credente assetato di pace, un fratello che cerca la pace con i fratelli».

Sono le prime parole che pronuncia in questa terra di profonda cultura islamica, davanti a 700 leader di diverse religioni presenti alla Conferenza globale sulla fratellanza nel Founder’s Memorial, ad Abu Dhabi. Alla mente tornano quei volti che hanno accompagnato san Giovanni Paolo II nella giornata di preghiera per la pace di Assisi, la città di Francesco, che si è fatto povero per essere accanto agli ultimi, e che proprio ottocento anni fa a Damietta, a pochi chilometri di distanza dal Cairo, nei giorni in cui si stava preparando una crociata, incontra il sultano per dire che solo il dialogo può evitare la guerra e costruire la pace.

Pagina di grande attualità anche oggi, proprio per le sue conseguenze nel dialogo interreligioso e per la pace mondiale. Volti di leader di fedi diverse, ieri come oggi, per dire no alla violenza fatta in nome di Dio; violenza che va condannata in ogni sua forma, afferma il Papa, «perché è una grave profanazione del nome di Dio utilizzarlo per giustificare l’odio e la violenza contro il fratello. Non esiste violenza che possa essere religiosamente giustificata».

C’è una seconda immagine sulla quale fermare la nostra attenzione: la croce. È posta sull’altare, nello stadio dove Francesco celebra la messa prima di lasciare il paese; e questo in una terra sì tollerante, ma dove le poche chiese non possono averla sul tetto. Una terza immagine, infine, la firma del Papa e dell’imam di al-Azhar, Ahamad al-Tayyb, alla dichiarazione sulla «Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune».

Documento guida verso una cultura del rispetto dell’altro, del dialogo come strada da seguire, della «collaborazione comune come condotta» e della «conoscenza reciproca come metodo e criterio».

Segni e documento che non sono immagine per i media, che hanno seguito i leader religiosi e accompagnato il Papa in questo viaggio «troppo breve, ma esperienza grande», dirà ai giornalisti sul volo che lo riporta in Vaticano. La dichiarazione non va presa come una delle tante pagine scritte sul dialogo interreligioso, da tenere in vista, ma solo nella libreria. È stato preparato «con grande riflessione e anche pregando», spiega Francesco ai giornalisti, perché «c’è un solo grande pericolo in questo momento: la distruzione, la guerra, l’odio tra noi».

Anche l’imam Ahamad al-Tayyb è sulla stessa lunghezza d’onda quando dice: «Da bambino ho visto molte guerre, anche adesso c’è il rischio che possa scoppiare una terza guerra mondiale».

Il viaggio assume, dunque, una valenza del tutto particolare in un tempo in cui la paura dell’altro porta a costruire muri e barriere; «nemico della fratellanza», dice Francesco, «è l’individualismo che si traduce nella volontà di affermare sé stessi e il proprio gruppo sopra gli altri».

Ma anche qui, attenzione a non leggere queste parole e la stessa dichiarazione come una sorta di buonismo superficiale; come già per l’incontro di Assisi, non è all’ordine del giorno il «sincretismo conciliante», ma piuttosto un impegno concreto ed esigente nel nome di quel Dio ricco di misericordia, per i cristiani, e clemente e misericordioso per il mondo musulmano. Ha senso, dunque, invocare Dio come padre di tutti gli uomini, solo se, allo stesso tempo, guardiano l’altro come fratelli, creato a immagine e somiglianza di Dio. Non solo parole, dunque, come qualcuno ha già detto poche ore dopo la firma della dichiarazione. Ma percorso comune per costruire insieme il futuro del mondo, senza equivoci, senza tentennamenti. Cita Fedor Dostoevskij, il Papa, che ne «I fratelli Karamazov» scrive: «Chi mente a sé stesso e ascolta le proprie menzogne, arriva al punto di non poter più distinguere la verità, né dentro di sé, né intorno a sé, e così comincia a non avere più stima né di se stesso, né degli altri».

Pagina nuova, dunque, in quel processo nato ad Assisi nel 1986, proseguito in altri momenti, come l’incontro di Benedetto XVI con l’imam di Al Azhar, con la preghiera alla Moschea blu di Istanbul, nel 2006, e che, sempre nello stesso anno, ha vissuto una pagina importante, anche se mal compresa e divulgata ancora peggio dai media, nella lezione di Papa Ratzinger all’università di Regensburg. Discorso che aveva come punto centrale il dialogo fede e ragione, e evidenziava come proprio la ragione, illuminata dalla fede, porta a negare la violenza; forse, non è un caso che nella dichiarazione di Abu Dhabi ci siano echi di quella lezione universitaria. Non un testo contro l’Islam, dunque, come venne quasi subito etichettato, ma aperto al dialogo, tanto che 38 intellettuali islamici, successivamente diventati 138, risposero con una lettera-riflessione dal titolo: una parola comune.

Papa Francesco e l’imam Ahamad al-Tayyb, si erano già incontrati a fine aprile di due anni fa al Cairo, firmano dunque una dichiarazione, in dodici punti, che riconosce il diritto della donna all’istruzione, al lavoro, all’esercizio dei propri diritti politici; sottolinea che il concetto di cittadinanza si basa sull’uguaglianza dei diritti e dei doveri, e per questo bisogna rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze.  Molto importanti, inoltre, le parole sulla libertà, diritto di ogni persona; si legge nella dichiarazione: «Ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente a aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano».

Infine, non manca il riferimento alla pace: le religioni «non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue. Queste sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni e anche delle interpretazioni di gruppi di uomini di religione che hanno abusato – in alcune fasi della storia – dell’influenza del sentimento religioso sui cuori degli uomini per portali a compiere ciò che non ha nulla a che vedere con la verità della religione, per realizzare fini politici e economici mondani e miopi. Per questo noi chiediamo a tutti di cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione».

Sono sufficienti questi pochi riferimenti alla dichiarazione per capire che il testo guarda a Oriente e Occidente; chiama in causa il mondo islamico, con le sue divisioni, e le sue chiusure dovute a letture preconcette e miopi, ma anche il Nord del mondo, l’Europa che «non custodisce e non trasmette le proprie radici ebraico-cristiane», come scrive Giuseppe Lorizio su «Avvenire» di martedì 5 febbraio, «in nome di un laicismo deteriore, che non ha nulla a che fare con l’autentica laicità, che invece denomina l’appartenenza a un popolo. Del resto senza l’ebraismo e il cristianesimo l’islam risulterebbe del tutto incomprensibile».

Ha ragione Francesco quando afferma che il cammino è ancora lungo e c’è tempo «prima che il deserto fiorisca». Ma l’importante è andare avanti, superare gli ostacoli e le incomprensioni; camminare, appunto. In questo processo sono necessari uomini di buona volontà, politici, e politiche, capaci di guardare nell’altro un fratello, e non un nemico, da accogliere e conoscere. È una dichiarazione, infine, che getta uno sguardo affatto distratto su una delle contraddizioni del nostro tempo, e cioè quella spaccatura tra una parte del mondo sempre più sviluppato, globalizzato, e l’altra faccia del pianeta che fa fatica a costruire il proprio futuro, alimentando così quella pericolosa spirale fatta di guerre e violenze, che accresce le povertà e costringe popoli a migrare. «La fraternità», scrive su «La Stampa» monsignor Vincenzo Paglia, presidente del Pontificia Accademia per la vita, «è la grande promessa mancata della modernità».

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