Perché i cristiani aprono ai migranti

Intervento – Torino e il Piemonte ospiteranno quest’anno (27 settembre) le celebrazioni nazionali per la Giornata del Migrante e del Rifugiato. A margine del dibattito sempre aperto sull’esodo dei popoli, abbiamo chiesto a mons. Marco Prastaro, delegato Cep per la Pastorale dei Migranti, una riflessione sulle ragioni che aprono i cristiani all’accoglienza

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La Parola di Dio è sempre determinante per un cristiano, anche riguardo al tema dei migranti. Il capitolo 25 di Matteo descrive chi riceverà «in eredità il regno preparato fin dalla creazione del mondo» dando indicazioni, semplici, chiare, inequivocabili. Al versetto 35 dice: «Ero straniero e mi avete accolto», poi Gesù precisa: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». Lo straniero, come ogni altra persona povera, debole o in difficoltà, è Gesù, e di lui la Chiesa e ciascun cristiano, si prende cura, a prescindere da ogni altro ragionamento, perché accogliere lo straniero è dovere che nasce dal rapporto con Gesù. Anzi, non è neanche un dovere, cioè un qualcosa che è imposto da fuori, accogliere lo straniero è una necessità perché, appunto, egli è Gesù.

Certo, la questione migranti è molto complessa, non tutto è così facile ed immediato da comprendere, le soluzioni non sono sempre chiare e scontate. E poi, ogni volta che una persona nel bisogno bussa alla nostra porta, turba gli equilibri, chiede di cambiare qualcosa, ribalta il nostro sistema di vita.

Dobbiamo anche ammettere che molti di coloro che scappano dalla loro terra di origine sono vittime di un sistema di sfruttamento. Alcune nazioni sfruttano altre nazioni e così alcuni popoli fuggono dalle proprie terre in cerca di una vita migliore, ma la fuga spesso è gestita da altri che ne approfittano e li sfruttano ulteriormente. I più fortunati sopravvivono a questi viaggi disperati e riescono ad approdare da qualche parte. Anche lì c’è chi nuovamente li sfrutta, magari per fini politici, o più ‘semplicemente’ per un tornaconto economico. Questa lunga catena di sfruttamento non ha nulla a che vedere con la Parola di Dio poiché dimentica che ogni persona è «immagine e somiglianza di Dio» che nessuno può sfruttare o violarne la dignità. Se non stiamo attenti, rischiamo di essere coinvolti anche noi in questo meccanismo diventandone corresponsabili. La terribile risposta di Caino al Signore, «Sono forse io il custode di mio fratello?», continua purtroppo ad alimentare indifferenza e sfruttamento.

Un’altra pagina del Vangelo che ci sollecita riguardo alla questione degli «stranieri» la troviamo nei racconti della moltiplicazione dei pani e dei pesci, dove si dice che la folla era molto numerosa, il luogo era deserto, non c’erano risorse a sufficienza per tutti e prendersi carico della folla avrebbe voluto dire compromettere seriamente la situazione economica. Gli apostoli dicono a Gesù: «Congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare» (Mt 14,15). Insomma, gli dicono di rimandarli indietro perché si aggiustino da sé, poiché hanno già molti problemi anche senza di loro. La risposta di Gesù è molto chiara: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gesù non rimanda indietro nessuno ma chiede ai suoi discepoli di mettersi in movimento per farsi carico essi stessi di un peso che sembrasuperarli. Sarà poi l’ingenua e idealistica generosità di un giovane a dare avvio al miracolo. Alla fine, tutti mangeranno a sazietà e ne avanzerà perfino. Quello che sembrava un’inevitabile perdita, si rivela un affare vantaggioso portatore di profitto. E tutto questo perché Gesù non rimanda indietro nessuno!

Una suggestione che merita un approfondimento la traggo da un’intervista al Card. Tagle, già Arcivescovo di Manila ed ora prefetto di Propaganda Fidei («Ho imparato dagli ultimi», editrice Emi). Da buon filippino egli stesso si definisce profondamente patriottico, ma poi parlando di «Patria» la associa al concetto di creazione. Dice cioè che la Patria, come il Creato, non ci appartiene, il Signore ce l’ha affidata perché noi la custodissimo e la coltivassimo: non ne siamo dunque i padroni, non abbiamo il diritto di farne ciò che vogliamo senza tenere conto del resto dell’umanità, non possiamo tenerla solo per noi.

Gesù, nel Vangelo, ritorna spesso sul tema dello scandalo, considerandolo gravissimo se dato ai piccoli e ai semplici. Mi colpisce il fatto che la maggior parte dei migranti che approda nella nostra Italia è cristiana, anche se magari di altre denominazioni o riti. Ebbene molti di loro che condividono con noi la fede, il battesimo, l’amore per Gesù, la frequentazione del Vangelo rimangono scandalizzati di essere respinti proprio da coloro che, in nome di quella stessa fede, sarebbero loro fratelli. Come è possibile che un fratello in Cristo rifiuti un altro fratello in Cristo? Siamo figli dello stesso Padre! La stessa cosa vale anche per chi cristiano non è, ma è comunque figlio di Dio.

Un aspetto su cui poco riflettiamo riguarda il vissuto di chi si trova in terra straniera. Vivere all’estero comporta un’inevitabile forma di adeguamento e sottomissione ad una realtà che non si conosce e che sempre in qualche modo rimarrà straniera.Non possiedi mai pienamente una lingua e non diventano mai completamente tuoi gli usi, i costumi, i modi di stare insieme, di salutarsi, di aiutarsi, di farsi vicino l’uno all’altro, di una terra che non è la tua. Tutto ciò ti rende smarrito, insicuro, fragile, dunque bisognoso di essere tutelato e accompagnato. A ciò vanno poi aggiunti quei pregiudizi verso lo straniero di cui, ovunque tu sia e chiunque tu sia, in qualche modo sarai vittima. Banalmente basta pensare a quanta paura e sospetto verso lo straniero può generare l’espressione che si usa per tenere buoni i bambini quando gli si dice che se non fanno i bravi viene l’uomo dell’altro colore (nero in Europa, bianco in Africa) e li porta via.

Un esempio semplice della fatica a vivere fuori dalla propria terra e dal proprio contesto culturale lo ritroviamo anche nella nostra Italia dove in molte città c’è un camion che periodicamente porta il cibo tipico di altre regioni: «Il nostro pane, il nostro olio, il nostro vino, i nostri prodotti!», aiutando a sentirsi a casa chi è lontano dalla regione di origine.

Provare ogni tanto a ‘sentire’ dentro di noi il ‘disagio dello straniero’ ci può aiutare a crescere nella capacità di compassione, quella compassione di cui il Signore è molto ricco.

Noi credenti, con l’Eucarestia, veniamo nutriti dal Signore, riceviamo il pane della vita che ci conforma a Gesù e ci aiuta a far nascere in noi i suoi stessi sentimenti. L’Eucarestia fa di noi un solo ed unico corpo, fa di noi il suo popolo. Il sacramento ci parla del dono della vita, della generosità, del superamento dell’egoismo, un sacramento nel quale non vi è un primo ed un secondo, ma tutti si è amati incondizionatamente dal Signore. L’Eucarestia è il dono della vita di Gesù, dobbiamo riceverla bene, col cuore ben disposto: certi atteggiamenti, certi pensieri, certe azioni che vediamo compiere, o parole che sentiamo dire circa gli stranieri non sono in sintonia con il dono del Corpo di Gesù, non sono espressione dei suoi stessi sentimenti. Dobbiamo stare molto più attenti a come riceviamo la comunione e chiedere con più coraggio al Signore che ci aiuti a superare ogni atteggiamento che ci fa dividere le persone, che ci rende intolleranti, che ci rende ciechi al dolore dell’altro e preoccupati solo di noi stessi.

Di fronte al grande problema delle migrazioni, se da un lato, come è ovvio, il Vangelo non ci dà la soluzione pratica (compito che sempre spetta alla mediazione intelligente e libera dell’uomo) dall’altro comunque ci fornisce una direzione entro la quale ricercarla: la soluzione inizia dal coltivare un cuore pieno di compassione e di desiderio di accoglienza.

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