Perchè l’Italia non deve “sforare” sul deficit

La battaglia sul Pil – Inizia la partita sulla legge di bilancio: il Governo si trova stretto tra promesse elettorali e risorse realmente disponibili. L’eventuale superamento del deficit comporta l’aumento del debito pubblico. La conseguenza? I mercati si agitano e aumenta lo spread 

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Il ministro dell'economia Giovanni Tria

Nel seguire il dibattito inesausto di questi giorni sul reperimento delle risorse necessarie per la preparazione della Nota di aggiornamento al Def (Documento economia e finanza) dalla quale dovrebbe trasparire la copertura dei futuri impegni di spesa derivanti dagli impegni assunti nella campagna elettorale, ho avvertito la necessità di riprendere in mano lo splendido libretto, agile ma assai profondo, del compianto economista Onorato Castellino «Introduzione alla contabilità nazionale». Ivi si legge che la differenza tra il Risparmio nazionale lordo disponibile e i Consumi nazionali quantifica il Risparmio nazionale lordo; sottraendo ad esso, gli Investimenti lordi si ottiene il Saldo finanziario di settore, positivo in caso di accreditamento, negativo in caso di indebitamento.

Nell’ipotesi di circoscrivere l’analisi al solo ambito nazionale, il verificarsi di un’eccedenza con riferimento ad un settore indica la creazione di disponibilità a favore di altri settori; in caso contrario, essa genera la necessità di copertura di altri settori. Entrando in un contesto internazionale, se la somma algebrica dei saldi di tutti i settori nazionali è positiva, ciò significa capacità di finanziare l’estero; se viceversa è negativa, essa indica la necessità di ricorrere all’indebitamento verso altri Paesi.

Brevi essenziali pagine, scritte per introdurre i giovani studenti allo studio della macroeconomia, che credo dovrebbero essere riproposte a chi governa e intende cimentarsi con la concretezza macroeconomica, quale la fissazione dei contenuti di una manovra voluta coraggiosa e compatibile con le risorse finanziarie effettivamente disponibili.

Su scala internazionale, accordi tra Paesi possono definire termini massimi di sforamento ovvero di disponibilità collettiva a farsi carico di insufficienze quali si manifestano in specifici contesti, come avviene nel caso dell’Europa con la fissazione del 3 per cento del Pil per i paesi aderenti.

Il superamento di tale livello, come ha chiaramente ricordato Mario Deaglio in un recente articolo su «La Stampa», non significa attingere a misteriosi fondi accantonati in qualche ignoto forziere, ma semplicemente indebitarsi oltre il lecito verso i propri cittadini o verso cittadini stranieri disponibili a concedere credito. Oggi in Italia v’è chi sostiene che, in quanto Stato sovrano, si ha il diritto di farlo in quanto si agisce nell’interesse dei cittadini del Paese.

Sul punto nasce tuttavia un problema se il Paese necessitante (nel nostro caso l’Italia) ha già molto attinto a tali fonti (debito complessivo superiore al 130% del Pil): è infatti del tutto prevedibile che un’ulteriore sollecitazione ai potenziali concedenti, possa essere accolta dagli stessi solo se si cautelano dal rischio, giudicato troppo elevato, di finanziare realtà manifestamente incapaci di generare al proprio interno le risorse di cui abbisognano. La conseguenza è che tale ricerca di cautela si traduce nel rialzo dei tassi di interesse rispetto a quelli praticati in economie sane quando hanno esigenze di finanziamento. Ne deriva il prodursi di un differenziale rispetto a tali tassi (identificato nel valore dello spread), l’effetto del quale è quello di rendere più gravoso il peso del debito pubblico e di generare, a catena, maggiori difficoltà nel quadrare la contabilità dello Stato se non con possibili aggravamenti della tassazione (ad esempio dell’Iva) e oneri maggiori per la contrazione di prestiti alle imprese o alle famiglie (mutui immobiliari in particolare).

L’aumento dei tassi di interesse determina infatti maggiori costi per la pubblica amministrazione che, nella difficoltà di essere colmati con la fiscalità, finiscono con il trovare copertura nel reiterato ricorso all’indebitamento pubblico giungendo, al limite, a generare situazioni difficili o impossibili da gestire (il caso della Grecia nel recente passato ne è un esempio come peraltro ha rischiato di avvenire per il nostro Paese se non interveniva il Governo Monti su iniziativa del Presidente Napolitano).

In realtà gli impieghi, qualunque ne sia la motivazione più o meno nobile, devono essere compatibili con le risorse finanziarie da attivare per dare ad essi la necessaria concretezza. In questa prospettiva i conti, accurati e precisi, posti in evidenza dal centro del prof. Carlo Cottarelli, oggetto di un ottimo articolo su «La Stampa» dello scorso 26 settembre, non lasciano molti margini all’interpretazione: il livello del deficit dell’1,6% del Pil, indicato pochi giorni addietro come auspicabile nell’intento di mantenere fermo lo spread o addirittura diminuirlo rassicurando i mercati, era in realtà pari al doppio dello 0,8% comunicato dal Governo precedente all’Europa e ai potenziali finanziatori: livello questo fondato sull’aumento dell’Iva, già approvato dallo scorso Parlamento.

In realtà da quando il nuovo Governo si è insediato dopo non brevi e faticose trattative, si sta verificando un rallentamento della crescita del Prodotto interno lordo con conseguente diminuzione tendenziale delle entrate mentre, dalla metà di maggio, s’è avuto un aggravamento dei tassi di interesse con accentuazione dei volumi della spesa; l’effetto congiunto di entrambi è quantificabile, secondo Cottarelli, in un aumento dello 0,3 per cento del deficit passando dallo 0,8 all’1,1 per cento. Essendo respinta la variazione dell’Iva, detto livello raggiunge l’1,8 per cento e quindi già supera lo sperato 1,6 per cento; ad esso deve tuttavia essere aggiunto il peso delle spese indifferibili (spese militari per missioni estere, e altri oneri non eliminabili) stimabile nello 0,3 per cento il che porta il livello dell’1,8 verso il 2,1 per cento, sicuramente incompatibile con Flat tax, reddito di cittadinanza, superamento della legge Fornero, a meno di reperire 8-9 miliardi di euro, pari ad un ulteriore incremento dello 0,5 per cento del deficit.

Acquisita questa consapevolezza, s’apre il quesito sul dove trovare tali risorse. In materia, dura da qualche giorno l’esercizio delle forze di Governo con ricchezza di possibili indicazioni che spaziano da una ripresa della spending review (3-4 miliardi), abbassamento degli oneri per la migrazione, stanti le minori presenze nei centri (1-2 miliardi), effetti della cosiddetta pace fiscale (altri 3-4 miliardi). A parte l’incertezza gravante sull’entità connessa a tali voci, quand’anche producesse l’effetto desiderato, di ricondurre il deficit all’auspicato 1,6 per cento, si ripresenterebbe pienamente l’impossibilità di far fronte alle promesse elettorali già manifesto fin dall’inizio di queste considerazioni.

In realtà quanto Cottarelli dimostra è l’aggravamento del deficit indipendentemente dal mantenimento delle promesse elettorali, ma semplicemente per l’omessa presa di coscienza delle forze che di per sé agiscono in tal senso.

A questo punto il Governo non ha altre vie diverse dall’assumere decisioni destinate sicuramente ad alienare simpatie elettorali troppo facilmente conquistate (tagli su forme vigenti di alleggerimento fiscale), sottrazione di risorse ad altri settori della pubblica amministrazione (cultura, scuola, difesa, sanità), riorientamento di risorse già allocate. Comunque si guardi alla problematica che si sta aprendo nel disegnare la prossima Legge finanziaria, il pericolo dell’indebitamento massiccio si ripresenta e, persistendo l’anomalia grave dell’eccesso esistente del rapporto tra l’indebitamento stesso e la dimensione del Pil, si comprendono pienamente i caveat provenienti dall’Europa, dal Governatore Draghi e dagli organismi internazionali.

Se ne deduce, a conclusione, che di certo qualche insegnamento sulla contabilità pubblica, prodromico all’adozione di misure macroeconomiche in grado di stare in piedi sarebbero di giovamento a chi intende governare.

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