Piazza Fontana, la strage che cambiò l’Italia

12 dicembre 1969 – Cinquant’anni fa l’esplosione della bomba nella Banca nazionale dell’agricoltura a Milano: furono 17 i morti, un centinaio i feriti. Una pagina buia su cui ancora oggi non si è fatta piena luce, con il sistema democratico italiano sull’orlo di una crisi irreversibile

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«Orrenda strage a Milano 13 morti e 90 feriti» titola a 9 colonne il «Corriere della Sera» del 13 dicembre 1969. Cinquant’anni fa, venerdì 12 dicembre, giornata umida e fredda, gli impiegati corrono a casa; le luci di Natale sfavillano; le vetrine traboccano di ogni ben di Dio, a dispetto dell’«autunno caldo», degli scioperi operai, delle proteste anti-consumismo, dei cortei di studenti dalla Statale e dalla Cattolica. Giorno di mercato, molti agricoltori affollano la Banca nazionale dell’Agricoltura.

Alle 16.37 il boato si sente in tutta la città. Esplodono 10 candelotti di gelignite, 7 chili di esplosivo. L’inferno in piazza Fontana, a due passi dal Duomo. Volano vetri, calcinacci, lembi di vestiti, brandelli di carne, fogli di carta, pezzi di calcolatrici e di macchine per scrivere. «Ho visto cadaveri da tutte le parti, corpi mutilati uno sull’altro. Un uomo senza gambe chiedeva aiuto». Morti e feriti dappertutto: «Sul pavimento c’erano due dita di sangue, che arrivavano all’orlo dei pantaloni». Accorrono sirene e lampeggianti blu: 17 vittime, di cui 13 sul colpo, 103 feriti. Arrivano il sindaco Aldo Aniasi, il questore Marcello Guida, il prefetto Libero Mazza, il magistrato Ugo Paolillo. Il cardinale arcivescovo Giovanni Colombo si inginocchia e benedice. L’inglese «The Observer» conia il termine «strategia della tensione». I servizi segreti americani denunciano «tensioni e traumi per favorire svolte a destra, governi forti, regimi autoritari». Partono i depistaggi. A Roma in un tesissimo Consiglio dei ministri Carlo Donat-Cattin chiede «che si cerchi davvero, non solo a parole, in tutte le direzioni».

Domenica 14 dicembre all’Angelus in piazza San Pietro Paolo VI appare ferito – «Come tacere la tristezza per i misfatti terroristici, vili e scellerati, che hanno colpito tante innocenti persone e addolorato tutta la Nazione? Non possiamo sottrarci alla comune afflizione e alla pubblica deplorazione, tanto meno noi cristiani che rifuggiamo dalla violenza, dalla delinquenza e dalla cattiveria. Ma procuriamo di trarre bene dal male: “Vinci il male con il bene” (Romani 12, 21). Ritrancceremo le origini di queste efferate vicende nelle idee, nei principii, negli esempi che possono traviare gli animi fino a simili aberrazioni. Il trauma può richiamare l’opinione pubblica a migliori sentimenti e a più forti e coerenti propositi sull’educazione del popolo e l’apprezzamento dei valori che lo fanno libero, civile, concorde e cristiano. Una riflessione salutare e tempestiva. Preparandoci al Natale, procuriamo di trovare consolazione e riparazione dei tristi delitti, facendo un po’ di bene, disponendoci a compiere qualche opera buona, qualche atto benefico verso chi è nel bisogno, nella solitudine, nella sofferenza. Si fanno tanti preparativi e tante spese: mettiamo in preventivo qualche cosa per i poveri. Festeggiamo il Natale con qualche segno di umana fraternità, di cristiana carità. L’egoismo, che ci ha fatto inorridire con le feroci esplosioni, sia sconfessato dalla bontà, dalla pietà, dal bene e dall’amore. Ritroviamo la nostra pace favorendo quella degli altri. Torniamo alla gioia del Natale ridonando qualche sorriso al volto di chi piange. Aumentiamo il bene dopo il male con la sua insidiosa e tragica potenza».

È la fine del mondo. Il tempo si ferma nel salone devastato. «Avvenire» del 13 dicembre scrive: «Il caos. La fine del mondo. Il buio dentro il buio. Credete, era questo, non si ruba un grammo al vero. A chi è entrato per primo lo spettacolo è parso quello di un indescrivibile inferno: i muri coperti di sangue, di frammenti di ossa, di pelle, di materia cerebrale». Nessuno immagina che la bomba è il primo capitolo della stagione delle stragi: piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974); treno Italicus (3-4 agosto 1974); stazione di Bologna (2 agosto 1980). Nel messaggio per la Giornata della pace del Capodanno 1970 Paolo VI scrive: «La coscienza dell’umanità non tollera più violenza, sopraffazione, terrorismo. La pace è la vita reale del quadro ideale del mondo umano». Un’altra bomba inesplosa alla Banca Commerciale di piazza della Scala a Milano. Tre ordigni esplodono a Roma: 16 feriti. Sui responsabili non ci sono dubbi: gli anarchici. Secondo i funzionari dell’Ufficio politico, dietro gli attentati terroristici c’è un’organizzazione estremamente potente, con diramazioni all’estero. Il 17 dicembre il tassista Cornelio Rolandi accusa l’anarchico Pietro Valpreda. L’opinione pubblica punta l’indice contro gli anarchici ma autorevoli osservatori, come Indro Montanelli, lo escludono.

Si accavallano fatti tragici, infiniti processi, assoluzioni «per insufficienza di prove». Della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli è accusato il commissario Luigi Calabresi: non importa che l’inchiesta accerti che non era neppure nella stanza. Il 27 giugno 1971 l’atto d’accusa sul radical-chic «l’Espresso» di Eugenio Scalfari è sottoscritto da 700 politici, giornalisti e intellettuali. Lotta Continua lo addita come il mostro. Per il suo assassinio, il 17 maggio 1972, sono condannati alcuni di Lotta Continua. Caduta la pista anarchica, si indaga sulla destra neofascista e sui servizi segreti deviati. Franco Freda, Giovanni Ventura e Guido Giannettini sono assolti per «insufficienza di prove». Agli atti rimangono i nomi di Delfo Zorzi, volatilizzato in Giappone, Stefano Delle Chiaie e Massimiliano Fachini.

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