Porti chiusi? «Le nostre case restano aperte»

Intervista –  Nicola Quaranta racconta l’azione di oltre cento famiglie impegnate nell’ospitalità dei profughi nell’area torinese. Chiesa in prima linea con il Progetto Rifugio Diffuso. Nasce il «Coordinamento delle famiglie accoglienti»

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Aprire la porta della propria casa per accogliere un migrante è possibile. Allargare la propria famiglia offrendo amicizia e un tetto a chi fugge da guerre e fame si può. E non è una idea, né una azione isolata. A Torino lo stanno facendo da tempo più di cento famiglie dalle quali sta nascendo un «Coordinamento di famiglie accoglienti» che si ritrova, si confronta e si sta allargando… Ne abbiamo parlato con uno dei membri, Nicola Quaranta, geologo, sposato con Raffaella, insegnante, 2 figlie e 1 figlio, che ha ospitato una famiglia congolese per un anno in un suo alloggio attraverso il progetto del Rifugio Diffuso gestito da Arcidiocesi e Comune di Torino tra fi ne 2016 e inizio 2018 e con una rete di amici di supporto. Oggi i suoi ospiti proseguono il cammino di inserimento in casa di Sabrina e Norman con i loro 3 figli.

Nicola Quaranta

Come è nata l’idea di dar vita ad un Coordinamento?

Nel novembre scorso si è costituito, in risposta all’entrata in vigore della Legge 132/18 («Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale, immigrazione, sicurezza pubblica») il Coordinamento delle famiglie accoglienti di Bologna: la loro «alzata di voce» si è insinuata come una brezza leggera inarrestabile, spostandosi nelle micropolveri padane tra la Torre degli Asinelli, la Garisenda e Superga, scendendo ad illuminare la Mole Antonelliana e rendendo evidente anche ad alcuni di noi che era impellente «trasmettere la scossa» per «dovere civico», «uscendo allo scoperto» a raccontare il nostro punto di vista, maturato dalle nostre singole esperienze.

Già, ma «noi» chi? in qualche decina di famiglie all’ombra della Mole abbiamo vissuto o stiamo vivendo esperienze di accoglienza di migranti (singoli o nuclei familiari); grazie a chi ha «preso la scossa» per primo, l’energia è passata in due incontri a Torino per confrontarci, e una gita a Bologna tra uno e l’altro.

Prima un semplice confronto tra famiglie e amici che «raccolgono» un’idea, ma ora quali obiettivi vi siete dati?

Principalmente due: cercare di offrire una possibile percezione diversa del «migrante», a partire dalla considerazione di base che è innanzitutto una persona più in difficoltà di noi, con la sua storia vissuta (e spesso difficile da raccontare), non un’entità aliena pericolosa venuta per strapparci qualcosa, come l’attuale pensiero dominante xenofobo vuole far credere martellando quotidianamente sui tamburi dei mass-media. In secondo luogo dimostrare che non bisogna essere dei «super eroi» per favorire il processo di integrazione di queste persone: basta solo aprire un po’ la propria casa, rallentare per un attimo la propria corsa e mettere a disposizione una parte delle proprie risorse, essendo consapevoli di essere persone mediamente «normo-dotate», con giornate più o meno «di corsa», lavori che vanno e vengono (e che magari si perdono e occorre ritrovare faticando), senza disponibilità economiche particolarmente sovrabbondanti e senza pensare di trarne profitti, operando solo a titolo gratuito. Il Coordinamento nasce dall’idea che il nostro silenzio oggi suonerebbe domani come un’imperdonabile connivenza con la legge del più forte contro i più deboli; legge che diffonde una falsa percezione di sicurezza favorendo di fatto situazioni di marginalità e di illegalità, basata sulla negazione dei diritti universali dell’umanità e sulla distinzione tra esseri umani «con diritti di serie A» ed altri, molto più numerosi ed assai meno fortunati, che la sorte ha visto nascere dalla parte sbagliata (del Mediterraneo, del resto del mondo). Nasce dall’idea che siamo oggi ospiti, ma sino a poche generazioni prima i nostri nonni e bisnonni sono stati migranti accolti con varie fatiche in altri paesi europei e in altri continenti: i nostri destini sono barchette esposte al vento mutevole della storia. Oggi, su queste barchette, abbiamo un remo in mano, e dobbiamo usarlo bene.

Nasce dall’idea che le distanze culturali tra popolazioni lontane – in un mondo che si restringe – possono rendere più maturi e sfaccettati i nostri punti di vista, anzichè venire soffocate e relegate dal confinamento forzato nei CAS – Centri di Accoglienza Straordinaria, nei CIE, nelle baraccopoli a servizio dei braccianti stagionali, o in altri luoghi-fantasma metropolitani.

Soprattutto, il Coordinamento nasce dalla volontà di testimoniare un racconto diverso rispetto al «pensiero dominante» che semina la zizzania xenofoba: ai «porti chiusi» opponiamo «le porte aperte» delle nostre case.

Idee, ma poi ci sono esperienze concrete di tutto questo?

Da qualche anno ci siamo convinti ad aprire le porte delle nostre case, non potendo più guardarci allo specchio con indifferenza dopo le tragedie dei naufragi nel Mediterraneo; oggi, non possiamo tacere e lasciare alla sola dimensione «intima» le storie di accoglienza «possibile»: nei nostri limiti e nella nostra «normalità», riusciremo a gridare l’urgenza di questo bisogno di umanità nelle nostre famiglie, negli ambienti di lavoro, nelle cerchie di amicizie, convinti che nel muro dell’indifferenza si possono aprire nuovi spiragli per far passare una luce nuova.

Nel Coordinamento siamo infatti alcune decine di famiglie, negli anni hanno aperto le proprie porte di casa per il solo progetto del Rifugio diffuso oltre 100 famiglie torinesi; siamo in crescita numerica dai primi incontri a quello successivi, di solito con coppie nell’età di mezzo, impiegati, professionisti, qualcuno già in pensione, altri «casalinghi», figli e figlie non più piccolissimi, da studenti di vario ordine e grado sino a giovani ad affacciati sul mondo del lavoro, con genitori anziani a cui stare vicino, nipoti di cui godere.

Il Coordinamento si riunisce periodicamente, come porterà avanti gli obiettivi per i quali si è costituito?

I nostri incontri che  avvengono presso la sede della Pastorale Migranti di Torino in via Cottolengo, e, per gruppi di lavoro, con cene a turno nelle case delle famiglie sono cadenzati almeno una volta al mese, attualmente siamo strutturati in due sotto-gruppi, uno più orientato alla comunicazione delle nostre scelte, e uno mirato all’organizzazione di eventi sul territorio per raccontare le esperienze vissute, anche coinvolgendo i nostri ospiti e cercando di «allargare il cerchio». L’impegno e la disponibilità dei singoli è determinante. Coglieremo tutte le sinergie possibili con le famiglie accoglienti bolognesi, sperando di scorgere presto altri germogli di gruppi simili, in crescita nelle altre città accoglienti.  Partecipiamo agli incontri di formazione promossi per comprendere  gli effetti a breve termine conseguenti all’applicazione del «Decreto Sicurezza».

Sulla base della vostra esperienza, che tipo di accoglienza proponete?

Non abbiamo ricette in tasca predefinite; abbiamo capito che ogni storia di accoglienza è un percorso diverso, così come le strade che hanno fatto incontrare noi e «i migranti».

Il vissuto comune è la volontà di mettersi in gioco, di dimostrare a noi stessi che la pienezza delle nostre esistenze e la sete di relazioni passerà attraverso la prova di amare chi non è amato, qui ed ora.

È scatenante e rafforzante il sorriso sui volti dei nostri ospiti temporanei: un sorriso con i denti bianchi ben in vista e gli occhioni vispi; lo stupore per un sapore nuovo in tavola, la mano che batte un cinque contro un’altra, una corsa in bicicletta per un prato frenando con i piedi, la parabola di un pallone che ruota in aria e unisce due lati del campo, la chitarra imbracciata per una danza con le mani battute: pillole di felicità che fanno passare – almeno per un attimo – il dolore delle difficoltà, incertezze, prima di ricadere nelle inevitabili mancanze di sintonia dovute allo zaino spesso troppo pesante da portare delle storie difficili, alle differenze linguistiche e di comportamento sociale.

Il sorriso con le braccia aperte manda in mille pezzi la paura sulla quale vuole fare leva «il pensiero dominante», per fare il pieno di voti e per chiudere in cassetta di sicurezza «le nostre tradizioni», come se avesse senso  imprigionare e rinnegare le migliori tradizioni italiane (l’accoglienza, la capacità di adattamento) in proprietà private sempre più inviolabili (all’occorrenza, con la dissuasione delle armi).  L’idea di base è quella della «famiglia allargata»: in quante delle nostre case una stanza rimane di colpo vuota per uno stage all’estero di qualche figlio…. Ma soprattutto, la nostra genitorialità non può essere un po’ più estesa di quella «biologica»? Almeno per qualche tempo, non per l’eternità! cambia poi radicalmente essere in 4 o in 5 a tavola ?

Diverse famiglie del coordinamento sono inserite nel Progetto Rifugio Diffuso dell’Arcidiocesi e del Comune di Torino, e hanno praticato l’accoglienza o direttamente tra le proprie mura, oppure mettendo a disposizione per qualche tempo (mesi, anni) alloggi di proprietà o recuperati ed attrezzati allo scopo. Quando possibile, aiutati in rete da chi ha offerto senza pensarci troppo un sostegno materiale, pratico (dal reperimento degli arredi, vestiti e risorse vitali di base, sino ad aiutare nel disbrigo di aspetti burocratici, nel percorso di studio, nella ricerca del lavoro), relazionale (favorendo l’interazione e l’aggregazione con gruppi di coetanei). In tutto ciò molto resta da fare sotto il profilo di un’accoglienza strutturata e in efficace sinergia con i servizi sul territorio.

Accogliere significa comunque vincere delle resistenze… cosa pensate possa aiutare altre famiglie a vivere questa esperienza? Quali sono le resistenze che l’esperienza concreta poi smonta più facilmente?

L’insuccesso parziale (se non il fallimento temporaneo), così come la frequente mancanza di sintonia tra le nostre «attese» e il margine di insondabile ricerca e incertezza dei nostri ospiti sono una regola frequente delle esperienze vissute. Ci aiuta la consapevolezza dei nostri limiti e delle nostre limitate risorse umane, la distanza culturale di partenza, la certezza che non abbiamo la pretesa di essere «la soluzione» per le persone in difficoltà, ma piuttosto «compagni di un pezzo di viaggio», di una parte del percorso, che diventa parte di un patrimonio della nostra esperienza comune.

Perché l’espressione «me ne frego» non è un pensiero che ci potrà mai appartenere, ed è un atteggiamento che rigettiamo con fiero sdegno, perché ci sentiamo tutti – chi più chi meno bravi – allievi ideali della scuola di Barbiana. La trasmissione del valore dell’accoglienza resterà un germe di speranza e opposizione all’individualismo nella generazione che ci segue, e che magari già ora ci precede nell’evoluzione del pensiero

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