Quarant’anni fa l’assassinio di Vittorio Bachelet

12 febbraio 1980 –  All’Università «La Sapienza di Roma» le Brigate Rosse stroncano a 54 anni la vita di Vittorio Bachelet, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura e già presidente dell’Azione Cattolica – con 7 proiettili calibro 32 Winchester

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Papa Paolo VI con il presidente dell'Azione Cattolica Italiana Vittorio Bachelet (foto archivio Azione Cattolica www.azionecattolica.it)

«Il terrorismo ha ucciso un uomo-simbolo, un cittadino che amava l’Italia e alla quale ha offerto la sua integrità morale e la sua scrupolosa professionalità. Un cattolico che ha vissuto sempre l’impegno per il Paese. L’assassinio barbaro e selvaggio di Vittorio Bachelet è il massimo insulto, la più proditoria aggressione, il gesto più odiosamente satanico verso quei cittadini e quei credenti che, nello stile e alla scuola di Vittorio, hanno appreso di che tempra occorra essere per vivere la coerenza cristiana». Lo scrive don Franco Peradotto quarant’anni fa su «La Voce del Popolo» del 24 febbraio 1980.

Il 12 febbraio 1980 all’Università «La Sapienza di Roma» i criminali Br stroncano a 54 anni la vita di Vittorio Bachelet – vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura e già presidente dell’Azione Cattolica – con 7 proiettili calibro 32 Winchester. Due anni prima lo avevo avvicinato all’inaugurazione dell’Anno giudiziario a Torino. Pochi minuti per capire che era un italiano serio, uno dei migliori uomini, giurista e politico, docente universitario e cristiano tutto d’un pezzo.

La famiglia del vicepresidente del Csm e quella di un umile lavoratore, a 523 chilometri di distanza, accomunate dal perdono. Carlo Ala, guardiano della Framtek di Settimo Torinese, è assassinato la sera del 31gennaio. La vedova e le figlie invocano: «Signore, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Luca 23,34). Il 14 febbraio 1980 Giovanni Bachelet, figlio 25enne di un uomo giusto e buono, prega «per quelli che hanno colpito mio papà. Senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, la vita e mai la richiesta di morte».

In quei decenni l’Italia sprofonda nel terrorismo sanguinario, nella criminalità mafiosa, nelle trame eversive. I terroristi si scatenano contro la Fiat. Il 14 dicembre 1979 un triplice assalto: feriscono un caposquadra alla Fiat Mirafiori; tentano una rapina alla Fiat Lingotto; rapinano Rivalta; feriscono un sorvegliante alla Fiat-Iveco. Alla Framket la sera di giovedì 31 gennaio 1980 in via Milano 199 a Settimo Torinese il sorvegliante Carlo Ala prende servizio nella guardiola nel turno di notte insieme al collega Giovanni Pegorin. Alle 21,50 un commando di 4 terroristi attacca la guardiola, prende in ostaggio i due sorveglianti, l’autista dell’autobus che aveva portato gli operai del turno e Mario Lutri, agente di sorveglianza di un istituto privato. I quattro assaltatori immobilizzano i sorveglianti; altri due terroristi lanciano molotov contro il fabbricato dove si trova l’infermeria e i serbatoi di metano per gli altiforni di fusione dell’acciaio. Prima di fuggire i terroristi si proclamano «un gruppo di fuoco comunista» e sparano dieci colpi contro Ala e Pegorin. Ala muore per dissanguamento perché gli recidono l’arteria femorale; Pegorin riesce a salvarsi seppur ferito. L’agente Lutri si libera, estrae la pistola e spara alcuni colpi contro l’auto in fuga, senza alcun effetto.

L’omicidio di Carlo Ala è opera dei Nuclei comunisti territoriali nell’ambito di una strategia terroristica anti-Fiat. La vittima, 59 anni, sposato con Italina, detta Lina, e con tre figlie – Cristina 26 anni, Caterina 24, Maria Pia 21- lavora come guardia notturna alla Framtek di Settimo, azienda produttrice di molle del Gruppo Fiat-Teksid di Settimo mentre la famiglia Ala abita a Brandizzo in via Po 16, dietro la chiesa parrocchiale e dietro l’oratorio dedicato a Gesù maestro. Il Comune di Brandizzo intitola a Carlo Ala una piazza in centro. L’omicidio è l’ultimo atto rilevante dei Nuclei comunisti territoriali e il sorvegliante è il primo del gruppo Fiat che cade vittima dei terroristi.

All’epoca andai a Brandizzo a intervistare la famiglia («Il perdono contro le P 38 serenità a casa di Carlo Ala», «La Voce del Popolo», 24 febbraio 1980): «Venga pure ma non abbiamo niente da dire». Mormora la signora Lina: «Nel cucinino c’è ancora il “barachìn” del mio Carlo». Maria Pia spiega: «Subito ci dissero che c’era stato un incidente. Ma quando siamo arrivate in fabbrica era già morto».

La famiglia Ala fa affiggere i manifesti funebri con le partole di Gesù: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». «Sono ancora rabbuiate quando mi indicano la didascalia alle fotografie de “La Stampa”: “Perché? Perché? Maledetti assassini”». Puntualizza Maria Pia: «Non è vero: non abbiamo mai detto una cosa simile. Abbiamo subito sentito un grande vuoto dentro, ma abbiamo anche pensato che gli uomini che avevano sparato a papà avevano un vuoto dentro ancora più grande del nostro». Aggiunge Cristina: «Tornando a casa nella notte dall’ospedale Maria Adelaide di Torino, abbiamo pregato lungo tutta la strada più per i terroristi che per il nostro papà».

Perché avete perdonato? «Ci è venuto naturale e spontaneo. Abbiamo deciso noi la frase da mettere sui manifesti. Per carità, non vogliamo farci nessuna pubblicità». Caterina: «Non credo che la violenza possa essere cancellata con la violenza. Non odio chi ha ucciso papà. Provo solo una grande pena, un’infinita pietà per loro». Maria Pia: «Per vincere questa ferocia bisogna che ognuno si assuma le proprie responsabilità. Noi abbiamo pensato alle nostre e abbiamo capito che il perdono è l’unico atteggiamento responsabile». Cristina: «Crediamo che dopo duemila anni la frase di Gesù “Padre, perdona loro” sia validissima e attualissima».

Per la liturgia funebre le famiglie Ala a Brandizzo e Bachelet a Roma – pur senza conoscersi – scelgono lo stesso brano evangelico delle beatitudini, canti e preghiere intonati alla speranza. A Settimo ammazzarono un uomo buono e onesto. Secondo i turni, al mattino o alla sera, serviva Messa al suo parroco don Luigi Manassero. D’estate andava a lavorare – cinque chilometri, in bicicletta – quella bici sulla quale si riprometteva di galoppare a lungo dal 7 agosto 1980 quando sperava di andare in pensione a 60 anni.

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