Quarantuno anni fa la scomparsa di san Paolo VI

6 agosto 1978 – Alle 21.40 a Castel Gandolfo muore Giovanni Battista Montini. Paolo VI governa la Chiesa 15 anni, 1 mese e 16 giorni. Il 14 ottobre 2018 Papa Francesco lo proclama santo, insieme al martire Oscar Arnulfo Romero, durante il Sinodo dei Vescovi sui giovani

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Papa Paolo VI con mons. Franco Peradotto

«Chiudo gli occhi su questa stupenda e drammatica scena temporale e terrena, su questa Terra dolorosa, drammatica, magnifica». Alle 21,40 di domenica 6 agosto 1978 nella residenza pontificia di Castel Gandolfo muore Giovanni Battista Montini a 80 anni, 10 mesi e 12 giorni. Paolo VI governa la Chiesa 15 anni, 1 mese e 16 giorni. Il 14 ottobre 2018 Papa Francesco lo proclama santo, insieme al martire Oscar Arnulfo Romero, durante il Sinodo sui giovani. Con questa sensazionale confidenza:  «Per la cerimonia dovrei vestire di rosso perché le incomprensioni fecero di Montini un martire».

Contrariamente all’opinione comune, Montini è un grande pastore. Lo dimostra nella «missione» di Milano del 1957. La rivista «Time» titola «Fire in Milan. Il fuoco dentro Milano». È mosso dall’ansia di raccontare Dio a una città che si sta dimenticando del Signore, come se «perdesse la chiave della sua vita». In quella esperienza matura lo sguardo d’amore che l’avrebbe portato oltre il luogo comune del mondo «empio e ostile». Sguardo espresso con una prosa raffinata e incisiva nella predicazione e nella scrittura.

L’ultimo anno è straziante. Si offre ai terroristi di Rote Armee Fraktion (Frazione dell’Armata Rossa, Raf) in cambio degli ostaggi di un aereo tedesco dirottato. Alle Brigate Rosse chiede «in ginocchio la liberazione senza condizioni dell’amico carissimo e giusto» Aldo Moro. Esprime una dolente riprovazione per la legge 194 che autorizza l’aborto in Italia.

Il 29 giugno 1978, festa dei Santi Pietro e Paolo, presiede l’ultima sua celebrazione pubblica per il 15° di elezione e pronuncia un discorso-testamento: «Noi gettiamo uno sguardo complessivo sul periodo nel quale il Signore ci ha affidato la sua Chiesa. E benché ci consideriamo l’ultimo e indegno successore di Pietro, ci sentiamo a questa soglia estrema confortati e sorretti dalla coscienza di aver instancabilmente ripetuto, davanti alla Chiesa e al mondo: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Anche noi, come Paolo, possiamo dire: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede”. Davanti ai pericoli ci sentiamo spinti ad andare a Cristo unica salvezza e gridargli: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”. Solo Lui è la verità, è la nostra forza e salvezza». A metà luglio va a Castel Galdolfo con il cuore gonfio di amarezza.

Guida salda e saggia in un’epoca tempestosa, il suo «Testamento spirituale» risale al 30 giugno 1965, tre anni dopo l’elezione e 13 anni prima della morte, e si apre con l’invito: «Abbia la Chiesa ascolto a qualche nostra parola, che per lei pronunciamo con gravità e con amore. Niente monumento per me. Ho sempre amato la Chiesa, per essa sono vissuto».

Lo scritto «Spiritus veritatis» risale al 1930 ed è un «vademecum» spirituale che il 34enne prete bresciano scrive per sé, fissando alcuni propositi: «Voglio che la mia vita sia una testimonianza alla verità. Voglio alimentare la personale perfezione e contribuire all’incremento della buona cultura. Voglio vivere intensità e unità spirituali intimamente cristiane, superiori alla maniera di chi semplicemente si dice credente e praticante. Docile all’invito della verità da conquistare devo esserlo anche all’invito della verità da propagare. Non mi basti essere un fedele; mi sia doveroso essere un apostolo». Non si accontenta di mezze misure e di traguardi intermedi. Il suo obiettivo è la santità, il cammino per raggiungerla è l’ardua vita quotidiana.

Il suo magistero comprende 7 encicliche, 5 esortazioni apostoliche, omelie alle celebrazioni, catechesi alle udienze generali, pensieri all’Angelus, discorsi a gruppi e personalità, allocuzioni nei viaggi italiani e internazionali, messaggi per le «Giornate» e interventi vari. Paolo VI è un mago della sintesi, per esempio nei titoli delle Giornate mondiali per le comunicazioni sociali, per la pace e per le vocazioni, da lui inventate e proposte. Azzecca frasi felicissime:: «Lo sviluppo nuovo nome della pace; La Chiesa esperta in umanità; La civiltà dell’amore». All’assemblea dell’Onu a New York il 4 ottobre 1965 dice: «Noi esperti in umanità; non l’uno sopra l’altro; non gli uni contro gli altri ma gli uni con gli altri; jamais la guerre, jamais la guerre, mai più la guerra, mai più la guerra». Coinvolge l’assorta assemblea con quella voce roca e dal timbro inconfondibile.

Ha coscienza che la gente aspetta qualcosa. «Voi ci chiedete una parola orientatrice che consoli, rinfranchi, diriga i vostri spiriti e illumini il cammino della vostra vita. Voi siete avidi di avere da noi un indirizzo spirituale per la guida della vostra esistenza, per la sicurezza della vostra navigazione nel mare tempestoso della quotidiana esperienza e nella direzione generale del vostro cammino vitale» (6 luglio 1977). «Noi abbiamo sempre una parola, seppure modesta, da dire» (8 ottobre 1970). «A chi parliamo? La parola dovrebbe essere proporzionata al genere delle persone che ascoltano. Come trovare un elemento uniforme che renda facile il nostro discorso? Voi non siete venuti qui con la pretesa di ascoltare una conferenza o una lezione. Vi accontentate di una semplice parola» (21 gennaio 1969). «Voi siete qui per un segreto desiderio, quasi per un bisogno, una speranza di avere da noi una parola di luce spirituale» (20 agosto 1969). Inventa la definizione «La civiltà dell’amore» (14 gennaio 1976) in contrapposizione a «Società dei consumi, civiltà delle immagini, civiltà dell’automobile, lotta di classe, lotta dura senza paura».

I suoi «fari» sono due: la Parola di Dio e il Concilio Vaticano II. Al vescovo scismatico Marcel Lefebvre il 29 giugno 1975 Paolo VI scrive: «Il secondo Concilio Vaticano non è meno autorevole, anzi per taluni aspetti è più importante del Concilio di Nicea». Per intenderci, a Nicea (20 maggio-giugno 325) i 250-320 vescovi, in maggioranza orientali, fissano il testo del «Credo» o «simbolo niceno»: «Credo in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo» e le formule della fede. Questo è Paolo VI.

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