Quei martiri d’Algeria artigiani di pace, parla padre Georgeon

Intervista – Padre Thomas Georgeon, postulatore della causa di beatificazione dei 19 tra sacerdoti, monaci e suore uccisi tra il 1994 e il 1996. Il 15 novembre all’Oasi Mato Grosso a Torino padre Gerogeon ha presentato il libro “La nostra morte non ci appartiene” edito da Emi

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Padre Thomas Georgeon, monaco trappista, è il postulatore della causa di beatificazione dei 19 martiri d’Algeria che saliranno agli onori degli altari il prossimo 8 dicembre presso il santuario di Notre-Dame di Santa Cruz a Orano. A Torino giovedì 15, per un incontro su «Algeria, Tibhirine, l’amicizia e il martirio» promosso da Editrice missionaria italiana, l’Ufficio missionario diocesano, associazione O.A.S.I. Operazione Mato Grosso e la rivista ‘Missioni Consolata’, spiega il ‘percorso’ di questa beatificazione in un Paese a maggioranza islamica. Gallery fotografica

Padre Thomas, anzitutto che significato assume questa beatificazione per la piccola Chiesa d’Algeria?

È una beatificazione abbastanza unica. Anzitutto si tratta di martiri morti da soli vent’anni ed è molto raro che un processo di beatificazione sia cosi rapido. È una causa che è stata seguita molto da vicino dal Vaticano: io credo che papa Francesco sia molto sensibile verso queste vite donate, ce l’ha detto quando l’abbiamo incontrato con i vescovi d’Algeria. Per la Chiesa del Paese è il riconoscimento del valore della sua presenza nel cuore della società algerina, in un Paese musulmano. Non è una Chiesa che fa proseliti, è una presenza di amicizia di fraternità che partecipa per la sua piccola parte alla costruzione di una società in cui ciascuno ha il suo posto, il suo spazio. Forse per questo si può definire una Chiesa profetica.

Come inciderà sul dialogo interreligioso questo avvenimento? Tante sono state le vittime delle violenze, e non solo cristiani…

È difficile rispondere a questa domanda perché da un lato ci sono le speranze che possiamo nutrire e dall’altro la realtà con la quale ci confrontiamo. Il messaggio è che rispettando la fede dell’altro nella sua differenza, si può lentamente costruire un percorso di amicizia nella vita quotidiana. I 19 martiri dell’Algeria sono martiri «con» gli algerini, non «contro» i musulmani. Tutto il significato di questa beatificazione sta in questo. La Chiesa algerina ha scelto di rimanere con il popolo algerino nel tumulto del decennio nero. Sarebbe stato facile lasciare il Paese, abbandonare il popolo. I 19 martiri e molti altri membri della Chiesa algerina hanno scelto di rimanere perché, come ha detto monsignor Pierre Claverie, non si abbandona il proprio amico nel momento della prova. C’è stato nella Chiesa, dal Vaticano II, uno sforzo sostenuto per promuovere il dialogo tra musulmani e cristiani. La difficoltà è che non si può parlare di un islam solo, ma di diversi islam e, per questo, è complesso fare un bilancio del dialogo. Stiamo assistendo impotenti all’ascesa del fanatismo e della violenza anticristiana. La Chiesa però non ha una logica «espansionistica» e «bellicosa», predica il Vangelo. I martiri sono seminatori «lucidi». Sanno che non hanno ancora le parole giuste e sviluppano una spiritualità del «vivere insieme» creando spazi per incontri e di confronto, affrontando le sfide comuni, come ha detto il vescovo Claverie. Questo «vivere insieme» traduce, a mio avviso, il verbo «dimorare» che si trova spesso nel Vangelo di Giovanni. In senso fisico e spirituale, c’è il seme di questa civiltà dell’amore: una presenza, la manifestazione di Cristo, una comunione.

La testimonianza dei 19 martiri ha prodotto frutti in terra d’Algeria?

Potrebbe essere ancora troppo presto per vedere i frutti. Ma intanto possiamo riconoscere che nonostante tutto sembrasse portare alla scomparsa di questa piccola Chiesa, invece è ancora lì, umile e discreta, al servizio della popolazione, dei più poveri. È una Chiesa che è un attore costruttivo della società civile. Porta la presenza di Cristo e del suo Vangelo in mezzo a credenti di un’altra religione. Un elemento positivo è che c’è una vera fiducia da parte degli algerini verso questi cristiani, una fiducia che si è stabilita e intessuta nel gomito al gomito della vita di tutti i giorni.

A noi, qui, nel nostro mondo occidentale che spesso vede l’islam come una minaccia, quale messaggio arriva da questa beatificazione?

Il messaggio dei 19 religiosi e membri di una Chiesa ‘ospite’ è chiaro: dobbiamo approfondire il significato della presenza della Chiesa, dimostrare che una coesistenza fraterna e rispettosa è possibile tra le religioni. Nel mondo musulmano è il Vangelo della pace che viene annunciato e testimoniato, ma non cerchiamo  mai di prevaricare sull’altro, di catturarlo: può rimanere sordo e cieco di fronte a tale testimonianza, come avviene ora per le comunità cristiane del Medio Oriente che vengono martirizzate. Questo non è accaduto in Algeria, dove molti musulmani venerano i 19, ritenuti martiri. Bisogna sapere guardare l’altro oltre i nostri pregiudizi. Nel senso che dobbiamo superare le nostre paure (a volte legittime) per aprirci alla differenza. Una differenza che non è un muro, ma una possibilità di crescere in umanità e fraternità. La celebrazione della beatificazione sarà così una celebrazione rivolta al futuro, uno slancio sulla via del dialogo, della conoscenza reciproca e della fraternità, ma anche l’opportunità per la Chiesa locale di partecipare alla memoria delle migliaia di algerini uccisi durante il decennio nero. I 19 sono artigiani della pace.

All’inizio del suo libro «La nostra morte non ci appartiene» riporta una frase di una delle religiose uccise: «Siamo coscienti della precarietà della nostra missione e, proprio per questo, della ricchezza del dono che Dio ci fa». Torino ha avuto sei sacerdoti fidei donum in Algeria e ha ancora oggi, anche attraverso le varie congregazioni torinesi, tanti missionari in terre difficili. Le storie di questi 19 martiri quale idea di missione ci trasmettono?

Il loro messaggio per noi oggi è quello di rimanere sempre fedeli a Cristo, alla sua chiamata, al nostro radicamento in Lui, all’amicizia verso coloro con i quali i missionari condividono la vita e che non hanno la scelta di rimanere o partire. Infine la missione dei «martiri d’Algeria» è un invito a vivere concretamente l’interculturalità e l’interreligiosità. Non siamo chiamati a ritirarci su noi stessi. Quando ci renderemo davvero conto del peso del ritiro dell’identità che si annida in Occidente come in Oriente, allora potremo percepire meglio la forza del loro esempio.

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