Quel «sì» alla Repubblica: le ragioni di ieri e di oggi

Con il referendum del 2 giugno 1946 il popolo italiano poneva le basi per l’elezione dell’Assemblea costituente, che in un anno e mezzo avrebbe scritto la Costituzione, custode di diritti inviolabili ma anche di doveri inderogabili. L’analisi di Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale

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Cos’è veramente la Costituzione? Tutti ne parliamo, ma molti di noi non sanno cosa sia realmente, a cominciare dai politici che pretendono di riscriverla senza averla riletta o, peggio, senza averla mai letta; lo dimostra ad esempio la definizione ‘semplicistica’ della celebrazione della Resistenza «come un derby fra comunisti e fascisti». Eppure è un testo semplicissimo, alla portata di tutti. Per rispondere alla domanda «che cos’è la Costituzione?», suggerisco di applicare la regola delle cinque W, usata nel giornalismo americano (Who, What, Where, When, Why): Chi è stato? Che cosa è successo? Quando? Dove? Perché?

Chi è stato?

Il popolo italiano, che il 2 giugno 1946, con il referendum, venne chiamato a decidere se voleva continuare con la monarchia o se preferiva la Repubblica. Con una significativa differenza di voti si espresse a favore della Repubblica. Il referendum era chiaro e semplice: tutti potevano capire e rispondere. Nel momento in cui il popolo decise di passare dalla monarchia alla repubblica (e aveva tante ragioni per farlo, poiché ad esempio l’ultimo re era fuggito da Roma insieme a dignitari e generali, lasciando i soldati semplici, gli ufficiali inferiori, gli operai e gli intellettuali, i cittadini a ‘cavarsela’ coi tedeschi che avevano invaso l’Italia) elesse l’Assemblea costituente. Essa scrisse la Costituzione in un anno e mezzo; al suo interno erano presenti anche le donne: poche, ma importanti per il processo della parità tra uomo e donna. La Costituzione venne votata quasi all’unanimità. Quindi alla domanda «chi è stato?» possiamo rispondere: il popolo italiano, attraverso i suoi rappresentanti eletti. Era la prima volta, dopo vent’anni in cui non avevamo avuto il diritto di voto, perchè nel ventennio fascista non si votava, si ubbidiva.

I rappresentanti del popolo provenivano da diverse ideologie: comunisti e socialisti, democristiani e altri partiti (piccoli ma determinanti ed efficaci sul piano politico: il partito d’azione, quello repubblicano e quello liberale). Firmarono la Costituzione tre persone: Enrico De Nicola, meridionale, monarchico e liberale, Capo provvisorio dello Stato. Accanto a lui c’era Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio e segretario della Democrazia cristiana, il partito dei cattolici. La terza firma è di Umberto Terracini, comunista, ebreo, eretico, poiché spesso litigava col comitato centrale del suo partito, e Presidente dell’Assemblea costituente. Questi tre nomi esprimono le tre grandi correnti ideologiche e i partiti che allora svolsero una funzione essenziale, perché fecero da tramite tra la società e le istituzioni, guidando la Resistenza e l’avvio della ricostruzione.

Che cos’è la Costituzione?

Un manuale di convivenza, anche se oggi si sta trasformando sempre più in un manuale di sopravvivenza. È la regola fondamentale: l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, in cui esistono diritti inviolabili ma anche doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Dovremmo avere tutti uguale dignità sociale: comprese le donne, tuttora vittime di una subcultura maschilista che al suo apice vede crescere il numero dei femminicidi; compresi gli ebrei contro i quali si è risvegliato un forte antisemitismo, in modo molto preoccupante; compresi i migranti, considerati come una categoria di soggetti pericolosi per la sicurezza del Paese, secondo una legge di poco tempo fa. Dimentichiamo troppo facilmente che la nostra Costituzione venne scritta quando noi eravamo ancora dei migranti; quando i nostri padri e i nostri nonni con le valigie di cartone andavano a lavorare in Svizzera, in Belgio e qualche volta non tornavano più. La Costituzione previde allora il diritto di asilo per lo straniero che nel suo Paese non potesse esercitare le libertà democratiche garantite dalla nostra Costituzione.

La Costituzione non è un trattato, una poesia, una bella favola. È un manuale che enuncia le regole fondamentali per vivere insieme. Dopo un ventennio in cui al centro c’era lo Stato e il cittadino era al suo servizio, si capovolge la situazione: al centro c’è la persona. La Costituzione esiste per regolare i rapporti tra il popolo, il Parlamento (assemblea che esprime la volontà popolare e la sovranità), il Presidente della Repubblica (che rappresenta l’unità nazionale), il governo e l’amministrazione pubblica, i giudici, le autonomie locali, gli organismi di controllo e di garanzia.

In tal modo si assicura il check and balance, l’equilibrio tra chi manifesta, attua ed esercita la volontà del popolo e chi controlla che quella volontà rispetti le regole del vivere insieme, cioè la Costituzione. Prima ancora, la Costituzione definisce i princìpi fondamentali della nostra società; i diritti e doveri in cui essi si risolvono nei rapporti tra i cittadini e tra questi ultimi e lo Stato; l’organizzazione di esso.

Dove è stata scritta la Costituzione?

In un grande Paese, che aveva appena concluso la fase risorgimentale lasciandoci un’eredità non indifferente: la questione della parità femminile; la questione romana ed il rapporto Stato-Chiesa; la questione meridionale, con i numerosi problemi di assistenza sanitaria, infrastrutture, criminalità organizzata, istruzione e analfabetismo, protezione del territorio, etc., tutt’ora in buona parte irrisolti.

Un Paese, quindi, che aveva appena terminato un lungo e faticoso ciclo di riunificazione a cui tutti avevano partecipato, chiuso con una guerra mondiale (la prima), non da tutti capita e voluta, a cominciare dal Parlamento; per noi pesantissima e devastante. La guerra lasciò una serie di delusioni, di promesse non mantenute, di crisi e di strascichi che contribuirono allo scontro sociale e all’affermazione del fascismo.

Quando è stata scritta la Costituzione?

Dopo un’altra, ancor più disastrosa guerra. Entrammo in guerra nel 1940, contro la Francia e l’Inghilterra, perché chi comandava «aveva bisogno di qualche morto per sedersi al tavolo della pace»; dopo aver combattuto in Etiopia, in Spagna. I nostri soldati non erano ben equipaggiati e le armi erano insufficienti. La guerra finì con una pesante sconfitta per l’Italia, che restò in piedi al tavolo della pace. De Gasperi, Presidente del Consiglio, disse «so di avere contro di me tutti voi e di avere a mio favore solo la vostra cortesia»; al posto di mille morti ne avemmo molti, molti di più.

Dal 25 aprile 1945, fino al 2 giugno 1946 abbiamo percorso un cammino importante: il 25 aprile la Liberazione; il 2 giugno il passaggio dalla monarchia alla Repubblica e la premessa per varare la Costituzione. La nostra Costituzione è antifascista perché nasce dalla Resistenza, un movimento generale, in tutta Europa, per ‘cacciare’ il nazista invasore. In Italia questa resistenza si sviluppò in modo corale e non come patrimonio di una sola parte politica, contro un nemico che aveva occupato il Paese e contro i suoi complici, che avevano fondato la repubblica sociale dopo l’armistizio del 1943 al solo fine di appoggiare i nazisti. Oltre a ciò bisognava liberarsi del fascismo, dopo venti anni di dittatura.

Nel 1938 l’Italia adottò le leggi razziali, non per fare un favore alla Germania, ma per un antisemitismo già presente nell’ideologia fascista. Per noi la Resistenza non è stata solo la lotta all’invasore; è stata anche la liberazione dal fascismo; è stata inoltre l’impegno per superare le eccessive rigidità e diseguaglianze del sistema liberale precedente l’avvento del fascismo (le cannonate di Bava Beccaris contro gli scioperanti a fine Ottocento).

Perché è successo?

Perché la Costituzione aveva un duplice fine: esaminare il nostro passato non con nostalgia, ma per la costruzione del nostro futuro. A tal fine «la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura» (art. 9) come premessa per la tutela del «patrimonio storico e artistico» del Paese (la memoria del passato) e del «paesaggio» (rectius ambiente, il progetto del futuro). Nel 1946-‘48 non c’era ancora la sensibilità al problema dell’ambiente. Con la parola «paesaggio» s’indicava il profilo estetico, la bellezza, ma anche e soprattutto la realtà: ciò che ci circonda, che noi modifichiamo con il nostro agire e che a sua volta ci modifica. Occorre una cultura, non elitaria ma di tutti, per capire che il passato è il fondamento del nostro presente e del nostro futuro.

All’ingresso del campo di concentramento di Dachau c’è una scritta importante: «Chi dimentica il passato è condannato a ripeterlo». Ricordare il passato, i suoi successi, ma anche i suoi errori e i suoi orrori, vuol dire porre le premesse per un futuro diverso. Vivere sull’esperienza del passato vuol dire conoscere e prevedere i rischi a cui si può andare incontro per evitarli. Questa affermazione si lega con quella di uno dei più grandi costituzionalisti italiani, a mio avviso: un perito chimico, Primo Levi, partigiano che una volta arrestato si dichiarò ebreo per evitare di essere interrogato sui suoi compagni. Per questo fu inviato nel campo di sterminio di Auschwitz, ove riuscì a sopravvivere (non per molto); in un libro («Se questo è un uomo») descrisse il modo in cui ad Auschwitz l’uomo veniva privato della sua dignità; ammonì che «quando sulla tua strada incontri qualcuno che consideri nemico, là inizia la strada per il campo di sterminio».

La Shoah, la distruzione di un popolo, può ripetersi in altri modi e in altre condizioni (ex Jugoslavia, Rwanda, Sud Sudan). La Costituzione mira ad evitare proprio questo: un futuro in cui si riproponga quel passato. La Costituzione ci evita di vivere solo nel presente, rottamando il passato, ignorando il futuro e disconoscendo l’importanza del diritto alla memoria: una sorta di morbo di Alzheimer sociale e collettivo. Ad esempio, stiamo sperperando le risorse della Terra e sfruttando l’acqua, senza renderci conto che fra qualche anno le nuove generazioni dovranno fare i conti con un ambiente in cui forse non sarà più possibile vivere. Ecco perché accanto ai richiedenti asilo in fuga dalla guerra e ai cosiddetti migranti economici, oggi si parla di migranti ecologici: coloro che fuggono dai loro Paesi perché non hanno più le risorse per sopravvivere, cibo o acqua, legate allo sfruttamento dell’ambiente.

La Costituzione ci fa capire che il diritto al territorio e quello alla memoria, il diritto al passato e quello al progetto del futuro sono coordinate fondamentali del nostro modo di essere e della nostra identità individuale e sociale. Invece viviamo solo nel presente e vediamo solo ciò che ci interessa, seguendo la regola del profitto, della velocità, dell’efficienza. La Costituzione è ancora attuale, dopo settant’anni? Molti dicono di no, ma prima di rispondere mi pongo sempre un’altra domanda: quanto l’abbiamo attuata? Quanto abbiamo realizzato di ciò che è scritto su quel documento? Molto è stato fatto, ma non tutto.

«Tutti i cittadini», secondo l’articolo 3 (e qui bisogna aggiungere anche gli stranieri, che secondo l’art. 10 hanno comunque gli stessi diritti e doveri) «hanno pari dignità sociale, e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso». «Senza distinzione di razza»; la genetica ha confermato che non esistono differenze razziali e il discorso della razza è una sovrastruttura usata per la costruzione dell’antisemitismo, con una parvenza di scientificità a ciò che realmente è odio per il diverso. «Senza distinzione di lingua»: il linguaggio può unire o dividere, dialogare o ingannare e dominare (don Milani). La Costituzione non piove dalla concessione del sovrano o dalla volontà del vincitore; nasce dal basso, dalla sofferenza, dalla volontà popolare; perciò è estremamente semplice a livello linguistico, comprensibile da tutti. «Senza distinzione di religione»: le religioni dovrebbero unire e non dividere. L’Europa è il frutto della convivenza delle tre principali religioni monoteistiche; nessuna delle tre può essere strumentalizzata per combattere o escludere le altre; sono definitivamente tramontati il princìpio cuius regio eius religio e quello della religione di Stato. «Senza distinzione di opinioni politiche, condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di fatto che limitando la libertà e l’uguaglianza impediscono il pieno sviluppo della persona e la partecipazione dei lavoratori alla vita economica e sociale».

Dopo settant’anni sono ancora presenti delle grandi diseguaglianze e differenze di dignità sociale, delle «diversità». Tre di esse sono oggi particolarmente emblematiche (la condizione della donna; dei migranti; degli ebrei). Ma ve ne sono anche molte altre, come ad esempio quella dei detenuti per l’articolo 27. La Costituzione dice che la pena deve tendere alla rieducazione e non può consistere in trattamenti contrari al senso d’umanità. Perciò siamo stati condannati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per il trattamento degradante e inumano inflitto ai detenuti con il sovraffollamento delle carceri; quando diciamo «mettilo dentro e butta la chiave» oppure «fallo marcire in carcere» dimentichiamo la Costituzione.

L’Italia, dopo il primo Risorgimento (conclusosi con l’Unità d’Italia nel 1861), ha vissuto il secondo Risorgimento, con la Costituzione e i valori a essa collegati: solidarietà, uguaglianza, dignità, libertà, lavoro e democrazia primi fra essi. Adesso abbiamo di fronte il terzo Risorgimento, quello europeo, in un momento di forte crisi. Non consideriamo le migrazioni una risorsa da accogliere in un’Europa che va spopolandosi; ma un dramma da evitare a tutti i costi, chiudendo i nostri confini per difendere i nostri egoismi. Delle due strade che l’Europa e l’Italia avevano percorso in passato (quella delle abbazie, delle università, dei pellegrinaggi; quella delle fiere e dei mercati), la prima sembra essere sacrificata alla seconda. Gli interessi al di sopra dei diritti, senza renderci conto che gli egoismi nazionali e sovranisti possono compromettere anche gli interessi.

Si tratta di recuperare la strada della cultura e dei diritti in Europa; di vivere e di attuare la Costituzione (che è tuttora attuale, ma non è attuata in parti significative) in Italia. Si tratta di ricordare che il valore di fondo della Costituzione sta non nelle formule giuridiche, ma nella sua capacità di delineare e costruire una società della inclusione e della partecipazione, non della esclusione e della appartenenza, in nome della dignità umana.

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