Quelli che tornano alla montagna

Borghi alpini – Una casa da ristrutturare in montagna, nelle vecchie borgate, può costare meno di un garage in città. Quelli che si lasciano tentare scoprono la bellezza delle terre alte, l’aria buona, la vita semplice. Secondo Marco Bussone, presidente dell’Uncem, il rilancio delle paesi di montagna è un orizzonte possibile

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State lontani da «paesini», da «montagnine» e facili proclami. Se c’è una cosa che questi tre mesi di emergenza sanitaria ci hanno insegnato è che la scienza e la managerialità vanno di pari passo. E non ci si improvvisa mai. Sarà per questo che, quando sul tavolo arriva la domanda «da dove riparte la montagna», è bene analizzare le parole adeguate e misurare le opportunità. Perché da marzo a oggi la montagna, i territori alpini, i borghi, il riabitare sono entrati tra i termini più usati e anche abusati nel corso della pandemia da Covid-19. Li hanno usati i grandi archistar (Boeri, Fuksas, Cucinella), descrivendo le potenzialità di questi borghi, ricollocandoli nello scenario urbanistico nazionale. Ne hanno parlato ministri e parlamentari, inserendoli in interviste e anche atti nelle aule parlamentari. Ne hanno analizzato le potenzialità giornalisti, economisti, sociologi. Come i borghi rispondono, hanno risposto e cosa offriranno in uscita dalla pandemia. Luoghi dove vivere, abitare e fare impresa. Piacciono quei borghi, ma per chi se ne occupa da decenni è bene star lontano da ogni retorica. E stanare facili entusiasmi.

Nuova vita per i borghi

Ne hanno parlato anche i grandi media internazionali, «Telegraph» e Cnn. Nei borghi alpini, e del Piemonte in particolare, non c’è solo spazio per svago e relax. I borghi sono luoghi dove abitare, dove fare impresa, dove vivere tutto l’anno. È una bella sfida. Eppure la ricerca di luoghi esterni alle aree urbane è in crescita. Una casa da ristrutturare costa come un garage a Torino. Bonus ed Ecobonus agevolano il percorso per la ristrutturazione. Vivere in un paese con tutti i servizi, con una buona connettività, in una comunità che accoglie. Tre ‘desiderata’ che arrivano via mail con le richieste di giovani e famiglie: «Vorrei trasferirmi, lasciare la città», «aiutatemi a trovare una casa e anche un lavoro». C’è una domanda e occorre incrociarla con l’offerta. La cosa meno difficile è trovare spazi fisici. Case. Nei 5.552 piccoli Comuni d’Italia si trova una casa vuota ogni due occupate: solo il 15% di quelle disponibili ospiterebbero 300 mila abitanti, e le opere di adeguamento edilizie potrebbero valere 2 miliardi di euro nella rigenerazione e decine di migliaia di nuovi addetti. In Piemonte si parla di potenziali 30 mila nuovi residenti negli 800 piccoli Comuni.

Numeri importanti, che sono però finora solo potenziali. Occorre un piano. In primo luogo fatto di impegno dei Comuni nel mappare case in vendita e in affitto. Lavorare sui servizi è necessario, scuola, trasporti, sanità. Se è vero che qualche giorno fa la Corte dei Conti ha detto che chiudere i presidi ospedalieri territoriali ci ha visti impreparati, nel Paese, ad affrontare l’emergenza Covid-19, sappiamo altrettanto bene quante battaglie abbiamo dovuto fare anche in Piemonte (Vescovi e parroci in testa, con i sindaci)- per bloccare lo smantellamento di presidi ospedalieri e assistenziali dai territori montani. Chi si vuole trasferire, cerca servizi. Cerca sicurezza. E cerca connettività. Ecco l’altra grande sfida per rendere competitivi e dare nuova vita ai borghi italiani. Consentire loro di essere nodo della rete. Per questo non è accettabile che il Piano banda ultralarga, per il quale si stanno investendo 3 miliardi di euro di fondi europei, di cui 294 milioni in Piemonte e 80 solo nel Torinese, sia in ritardo di due anni. E così non è accettabile che troppi pezzi del Paese siano senza un adeguato segnale per la telefonia mobile. Sfide moderne. Che richiedono modelli di intervento nuovi.

Per un nuovo «patto»

Modelli di intervento che non vedono contrapposizioni tra territori, bensì un patto tra aree montane e zone urbane. Cosa c’entrano Torino e Usseaux, Val di Chi e Moncalieri, Trofarello e Balme? Sono pezzi di territorio che solo crescendo insieme nelle opportunità per le comunità che li abitano, nelle scelte di innovazione e di sviluppo, generano la coesione del Piemonte. Nessuno si salva da solo, ha ripetuto il Papa nella Piazza vuota. È così anche per i Comuni, così anche per i territori. Se Torino e l’area urbana non capiscono che la vocazione naturale non è guardare (con un po’ di invidia) verso Milano, bensì costruire un asse con le aree montane, da vero «capoluogo alpino», torneremo a sbagliare rotta. Nel concreto, riprendiamo il percorso interrotto con le Olimpiadi invernali. Torino ha scordato che le Alpi non sono una bella cornice. E neanche il parco-giochi prolungamento di uno dei quartieri urbani. Bensì il luogo delle comunità e dei beni collettivi. Luogo dei grandi bacini idrici e delle foreste che immagazzinano carbonio. Territori dove la difesa dei versanti, con il presidio delle comunità, diventa emblematica per proteggere Torino stessa.

Riconoscere alla montagna le funzioni produttive, in termini di Pil e benessere, nonché di protezione, è un impegno che deve vedere insieme sistema economico e istituzionale. Pubblico e privato. Torino scelga di essere capoluogo alpino. E facciano, amministratori e politici della Sala rossa piuttosto che delle Circoscrizioni, una serie di impegnative mobilitazioni, con i sindaci dei territori, per restituire alle valli, ad esempio, servizi di mobilità e di istruzione. A guadagnarci sarà Torino stessa. Scelga di essere capoluogo alpino. Come ha chiesto anche un consigliere comunale, Francesco Tresso, in una mozione dove riprende un tema caro a Uncem: portiamo bambini e ragazzi, anche nei prossimi mesi, nelle aree montane. Per scoprire cosa c’è lì dietro, quei borghi e quelle comunità operose. Per imparare divertendosi, secondo il claim storico della campagna «A scuola di montagna».

E la politica…

Non è vero e sarebbe ingeneroso dire che finora è stato fatto niente. Quando la Diocesi di Torino aveva aperto un virtuoso cammino di partecipazione nelle valli, aveva colto nel segno: agevolare progetti di sviluppo volti a facilitare lavoro e mestieri. Quel percorso continua e trova nella fase di crisi in corso un nuovo colpo d’ala. Si riparte non solo guardando all’aumento di turisti nelle prossime settimane, ma se le istituzioni sapranno indirizzare e coordinare le tante buone iniziative di soggetti privati e terzo settore. Come quanto fatto da Fondazione Time 2 di Lavazza. Una politica per la montagna in Piemonte vuol dire lavorare per ridefinire, a livello nazionale e locale, i livelli essenziali dei servizi. E per affrontare le sfide della crisi climatica.

Vogliamo essere innovativi ma anche green. Orientati dall’ecologia integrale della Laudato Si. Che pervade comunità e ambiente. Le unisce. Green communities, per dirla con la Strategia nazionale del 2015, che deve essere pienamente attuata. Lo scrive anche la «legge montagna» del Piemonte. Anno 2019. Prima della pandemia, ma così attuale quando impegna i Comuni a lavorare non da soli ma uniti. La crisi sanitaria ha gettato un faro sui territori. E il territorialismo nascente non è da confondere con municipalismo, o sovranismo municipale. Il patto tra aree montane e urbane è efficace se lavoriamo oltre l’ombra del campanile per comporre una rete forte che ha le comunità al centro. Lontano da facili banalità sul tema e da ogni definizione plastica e retorica di «montagnine» o «paesini». Stiamo in guardia da chi trascina in queste semplificazioni, non solo semantiche. Già possediamo una seria alternativa, una rotta tracciata.

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