Residenze anziani, l’epidemia non ha disarmato il Cottolengo

Intervista – Il padre generale della Piccola Casa della Divina Provvidenza, don Carmine Arice, spiega il valore delle Rsa anche nella pandemia e l’impegno del Cottolengo nel tempo del Coronavirus

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Padre Carmine Arice

Con la seconda ondata della pandemia di Coronavirus le Residenze sanitarie assistenziali (Rsa) per anziani sono tornate al centro dell’attenzione, descritte dai media soprattutto come fonte di problemi. Questa intervista a padre Carmine Arice, superiore generale della Piccola Casa della Divina Provvidenza – Cottolengo (che solo a Torino conta 3 Rsa), evidenzia l’importanza cruciale delle strutture per anziani.

Padre Arice, al di là dell’emergenza Covid, qual è la funzione sociale delle Rsa?

È una funzione fondamentale, che i mille discorsi sulla pandemia rischiano di far dimenticare. Laddove ci sono famiglie che possono prendersi cura della persona anziana o con disabilità (avendo a disposizione risorse economiche e possibilità relazionali adeguate) non c’è dubbio che sia preferibile la permanenza dell’anziano in casa propria. Ben vengano anche le case-famiglia e tutto ciò che può aiutare ad avere una dimensione maggiormente relazionale. Ma per molti anziani queste soluzioni non sono possibili. Ed è indispensabile la residenza assistenziale.

La famiglia patriarcale oggi non esiste più: su circa 60 milioni di abitanti, i nuclei familiari sono 26 milioni, di cui 8 milioni formati da una sola persona. Questa è la realtà. Le analisti statistiche ci dicono che di anno in anno sono sempre di più gli anziani con pluri-patologie non autosufficienti e privi di una rete familiare che possa sostenerli: al di là del Covid questa è l’emergenza di domani per cui è necessario attrezzarsi oggi.

È possibile difendere la qualità della vita degli anziani in Rsa durante la pandemia?

Sì, ritengo che anche in presenza della pandemia sia possibile offrire un progetto di vita, sia possibile difendere la qualità della vita delle persone che vivono nella Rsa. Si tratta di partire dal progetto di vita tenendo presente i protocolli procedurali e non il contrario, come spesso avviene.

Io ho la fortuna di essere parte di una realtà, il Cottolengo, che da sempre si occupa delle persone fragili. Da sempre cerchiamo di elaborare per ciascuno, individualmente, un progetto di vita che superi le assillanti procedure e che, pur nel rispetto delle regole (altrimenti si va in galera), favorisca il benessere degli ospiti, coinvolgendo là dove c’è la famiglia, facendo sì che la loro immobilità nel letto o su una carrozzina non sia causa di isolamento relazionale, mantenendo, o riabilitando addirittura, le potenzialità residue e aiutandoli a benedire la vita, pur in una situazione di forte disagio.

Stiamo pensando a «condomini solidali», per quanti ne possono usufruire, che siano presidiati da figure amiche, professionalmente competenti, in grado di prestare aiuto in caso di bisogno. Per le persone con disabilità che hanno le potenzialità, si approntano comunità di vita idonee all’inserimento sociale e all’inclusione.

La Piccola Casa come sta combattendo la seconda ondata del contagio?

Nella prima ondata siamo stati presi alla sprovvista per la mancanza di dispositivi di protezione. Abbiamo fatto di tutto per averne a sufficienza e preservare il più possibile il contagio. Grazie a Dio questo risultato è stato ottenuto. Per il contenimento dell’epidemia in primo luogo poniamo la prevenzione (dispositivi, percorsi appositi, visite ai parenti sospese), abbiamo poi attrezzato nelle Rsa reparti appositi per gli ospiti risultati positivi (per il momento nelle Rsa di Torino una ventina su 460 posti letto). Il problema maggiore è legato al personale che deve osservare la quarantena fiduciaria. Infine ci stiamo adoperando per rispondere alla richiesta della Regione di creare un reparto per pazienti Covid presso l’Ospedale Cottolengo, come avvenuto in primavera.

E i sostegni pubblici?

Penso sia opportuna una sinergia più stretta tra Regioni ed enti assistenziali, come prevedeva la riforma del titolo V della Costituzione, sia dal punto di vista dell’offerta del servizio sia dal punto di vista del sostegno economico con una distinzione tra le realtà profit e quelle non profit. È opportuna, a maggior ragione in questo tempo, una cabina di regia seria che tenga conto delle risorse necessarie per garantire assistenza e un progetto di vita in particolare nelle situazioni di fragilità.

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