Salvare il teatro Regio da un declino immeritato

Torino – L’ipotesi del commissariamento annunciata dal sindaco Chiara Appendino umilia l’ente lirico. Un’analisi di Giulio Arpinati, secondo violoncello dell’orchestra dal 1977 al 31 dicembre 2017, ex rappresentante sindacale della Slc Cgil

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Teatro Regio Torino

Nel quadro dell’ampio dibattito sviluppatosi in merito alla situazione e alle future sorti del Teatro Regio di Torino (sarà commissariato?), può essere di utilità sentire una voce dall’interno dell’ente lirico. L’occasione è fornita da un contributo del prof. Giulio Arpinati, secondo violoncello dell’orchestra dal 1977 al 31 dicembre 2017 ed ex rappresentante sindacale della SLC CGIL.

Lo scritto (una lettera del 14 giugno scorso indirizzata al Consiglio d’Indirizzo e a vari esponenti di spicco dell’ambito culturale torinese) prende spunto da un’intervista al quotidiano Repubblica resa dal signor Massimo Giovara, con la condivisione dell’assessora alla Cultura, Francesca Leon, nella quale si affermava che, quanto era apparso dal pubblico dibattito sull’argomento, dimostrava che «i vent’anni passati non hanno generato quel salto di qualità che per molto tempo si è decantato».

Giustamente Arpinati s’è chiesto dov’era questo signore tra il 1998 ed il 2017 per essersi perso quasi vent’anni di sviluppo e crescita artistica del Teatro Regio di Torino, fornendo in proposito alcune informazioni (desunti da articoli dei quotidiani e da documenti forniti dalla Direzione del Personale del Teatro Regio e quindi facilmente verificabili) che richiamano l’intensità e la qualità del lavoro svolto.

Negli ultimi due decenni e soprattutto negli anni più recenti, Il Teatro ha saputo conquistare un pubblico devoto e affezionato, rendendo un grande servizio di carattere culturale in primis alla Città di Torino e, più in generale, agli appassionati di opera e di musica di ogni provenienza. Oltre a questo compito istituzionale, il Regio ha intrapreso iniziative volte a includere le fasce più deboli della società nella fruizione della bellezza della musica e della recitazione, considerata non come bene elitario, ma come autentico patrimonio di tutti i cittadini. Un percorso virtuoso che non è stato certo gratuito, ma vissuto con un impegno di lavoro mai visto in precedenza da parte di tutti per elevare la qualità delle produzioni.

Nella consapevolezza poi che l’unica possibilità di sopravvivenza per una grande realtà musicale, in un mondo aperto come quello attuale fosse la visibilità internazionale, capace peraltro di attrarre risorse da parte di sponsor qualificati, tra il 2008 ed il 2017, s’è coraggiosamente scelto di proporsi sulle scene mondiali attraverso numerose e acclamate tournée. In proposito, il testo fa cenno dei risultati più significativi conseguiti: in Giappone, nel 2010, la l’edizione della Traviata presentata al Bunka Kaikan venne giudicata dall’associazione nazionale della critica musicale come il miglior spettacolo lirico dell’anno (davanti alla Staatsoper Wien); stessa sorte ebbe il Guglielmo Tell a New York (Carnegie Hall) nel 2014 nel giudizio del New York Times. Nel 2011, i Vespri siciliani inaugurarono le celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed entrarono nella classifica dei Top Ten Musical Events, compilata dalla prestigiosa rivista «Musical America»; nel 2017 il Regio venne scelto come teatro in residence del Festival di Edimburgo e il Macbeth messo in scena vinse il premio di miglior produzione del festival; da ultimo, il premio Abbiati ricevuto quest’anno, grazie alla fantasia e alla lungimiranza del maestro Galoppini, per la produzione «Agnese», al quale possono essere aggiunti i numerosi riconoscimenti per le registrazioni con le principali etichette del mondo, quali Deutsche Grammophon, Decca, Chandos, Fonè.

Risultati come questi, conseguiti con l’operosità di tutti, dall’Orchestra, al Coro, al Settore Tecnico e a quello Amministrativo, inducono Arpinati e noi con lui, a chiedersi come sia possibile negare la reputazione meritata con tanta fatica e sacrifici e come possa accadere che un’istituzione come il Regio non venga trattata, a prescindere dalle proprie logiche di partito, dall’attuale Amministrazione comunale, come un bene comune, tale da dare lustro e visibilità alla Città di Torino.

Nel passare da queste constatazioni alle problematiche attuali che stanno sfociando nella possibile decisione di richiedere il Commissariamento del Teatro Regio, il prof. Arpinati pone l’accento sulla discrasia tra questa scelta e le affermazioni dell’apparato comunale al momento del suo insediamento.

Il 17 giugno 2019 l’assessore Leon dichiarava: «Le preoccupazioni sul futuro sono anche le nostre e la strada del piano di sviluppo approvato dalla Fondazione, ha permesso di tracciare una strada diversa dalle opzioni del commissariamento o della legge 160 che avrebbero comportato conseguenze importanti sulla continuità del lavoro del teatro e del livello occupazionale». Alla stessa data, secondo Massimo Giovara: «il Regio deve diventare un’eccellenza come Santa Cecilia a Roma e la Scala a Milano». Secondo Francesca Leon, (20 giugno 2019) «il piano di sviluppo quinquennale 2019-2023 sta seguendo la strada giusta» e, a luglio 2019, la Sindaca così si esprimeva: «A William Graziosi, che con il suo prezioso lavoro ha contribuito a creare le condizioni per superare il momento difficile e avviare il piano di rilancio del Teatro Regio, vanno i più sentiti ringraziamenti di tutto il Consiglio». Ancora nel dicembre 2019 Chiara Appendino dichiarava: «Stiamo lavorando bene, siamo molto soddisfatti dei risultati. Abbiamo ridotto i costi e siamo stati molto bravi sulla biglietteria, mantenendo sostanzialmente il livello che avevamo messo nel primo anno del piano di sviluppo. Un risultato non facile da raggiungere e lo abbiamo ottenuto».

A queste autocelebrazioni seguiva poi la recente diffamante dichiarazione (29 maggio 2020) di Massimo Giovara: «amarezza per un sistema molto attrezzato che resiste cieco e sordo nel mantenimento dei suoi privilegi, passando sopra alle poche persone che hanno provato a cambiarlo».

Oggi, il prof. Arpinati prova a tirare le conclusioni di una situazione resa ingarbugliata proprio da chi intendeva aprirla ad un avvenire di progresso. Dopo aver ricordato la regola secondo la quale la nomina di un commissario avviene quando un’istituzione teatrale chiuda due bilanci consecutivi in passivo, situazione che a lui (e non solo a lui) non risulta, giudica incomprensibile l’adozione di simile decisione. Rilevata inoltre la mancanza della sindaca, unica responsabile (anche a suo dire) delle scelte fatte, al confronto con le forze sindacali (non più ricevute malgrado le richieste dal 19 giugno 2019), conclude affermando che il mondo della lirica vive sulla reputazione e sul prestigio, che in tempi di difficoltà finanziarie andrebbero ulteriormente affermati per evitare che intorno all’istituzione si crei un vuoto di sfiducia da parte di pubblico, artisti, agenti e fornitori. Purtroppo, a questa sottrazione di dignità sembra non ci sia freno, dato che ormai il Teatro Regio è alla ribalta della cronaca non certamente per questioni artistiche: in ultimo, l’indagine in atto da parte della magistratura e l’incomprensibile richiesta di commissariamento del Teatro da parte della Sindaca, quasi simultanea all’annuncio dell’indagine in corso.

L’unico risultato certo è che queste nuove e tristi vicende avranno una ricaduta pesante sui lavoratori del Teatro Regio (il Regio è un’impresa medio grande che occupa più di 350 persone) sia dal punto di vista economico sia da quello occupazionale: un Commissario non viene certo per premiare o per portare soldi, ma con altri scopi e gli effetti nefasti di queste figure, si sono visti già in altre Fondazioni (Genova e Verona per citare i più noti) e con la sistematica eliminazione dei corpi di ballo da quasi tutti i Teatri Lirici italiani.

Conclusione questa intesa a sensibilizzare chi ha la possibilità di adoprarsi nelle diverse sedi affinché il Regio riceva la giusta e meritata considerazione, in modo da riprendere un valido percorso, interrotto da visioni limitate e aliene dal comprendere la validità assieme alle esigenze e notevoli sacrifici che la promozione della cultura reca con sé.

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