Sanremo, parole in libertà

I testi delle canzoni in gara al festival – Le cadenze del gergo colloquiale nei brani del vincitore Mahmood e di Ultimo. Istantanee dell’oggi, frammenti di un caleidoscopio che mescola paure, amarezze, incomprensioni, sentimenti mossi da slanci e timori

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Il festival di Sanremo anche quest’anno è finalmente andato in archivio. «Finalmente» perché, pur sapendo bene che le chiacchiere e le polemiche più o meno da bar, gonfiate ad arte, fanno parte di qualsiasi carrozzone televisivo (e Sanremo è anche questo, un evento con ovvia ambizione di share, puntualmente arrivata) la kermesse è davvero finita. L’ultima sua serata è stata seguita in media da 10 milioni 622 mila telespettatori con il 56,5 per cento di share. E le liti da cortile questa volta hanno avuto per tema livorosi insulti ad alcuni cantanti; meschine valutazioni di ‘quarti di italianità’ sul conto del vincitore della gara, Mahmood; contestazioni accese, da parte di altri concorrenti, su giurie e regolamento del concorso. Insomma, il clima greve in cui sta vivendo l’Italia ha raggiunto, purtroppo, anche il piccolo mondo della canzonetta italica e si è discusso degli artisti, neanche fossero tutti dei geni della musica (se vissuto con talento, fortuna e scaltro pragmatismo, Sanremo può lanciare o rilanciare carriere altrimenti opache), e dell’arbitro della gara (le giurie…), «che mi sta bene fintanto che non mi fischi falli contro».

Tutte cose che, volutamente, qui trascuriamo. Che musica abbiamo sentito a Sanremo 2019? I testi delle canzoni che Italia raccontano? Gli stili sono un caleidoscopio di suoni contemporanei, di quelli che passano in radio, di quelli che animano il flusso dei suoni dell’onda digitale che riempie gli auricolari di cui ormai tutti sembrano non poter fare a meno ogni giorno: dai classiconi melodici de Il Volo, trio giovane ma dal repertorio che piace tanto a papà, mamme e nonne, a leonesse rock in perenne ricerca di riconferme (Loredana Bertè), a performer di lungo, consolidato mestiere (Renga, Turci, Nek, D’Angelo, Negrita), «già» giovani ugole d’oro (Arisa), cantautori davvero impegnati (Silvestri, Cristicchi), dive di antico e più recente conio (Pravo, Tatangelo). E tanti giovani, perché per fortuna la vecchia divisione sanremese in due categorie, «campioni» e «nuove proposte», non c’è più.

Si sono sentiti, in questo assortito gruppo, Ghemon, Irama, Einar, Motta, Nigiotti, Ultimo, Ex-Otago, Livio Cori, Zen Circus, Boomdabash e il vincitore Mahmood. E, infine, anche sul palco della Riviera ligure han fatto irruzione massicciamente trap e rap, stili non nati in Italia di parlato ritmato su basi musicali, in origine con tematiche e caratteristiche piuttosto urgenti, franche e dirette (per non dire d’altro), qui variamente e liberamente interpretate. In tutto, Sanremo 2019 ha presentato una gara tra ventiquattro artisti. Un po’ troppi, probabilmente, ma si devono pur sempre riempire cinque lunghissime serate.

I testi di questo Sanremo, con queste premesse, spesso esaltano perciò le cadenze del colloquiale e assumono la libertà del parlato. Mahmood (milanese di padre egiziano), nella sua canzone vincitrice «Soldi», osserva «In periferia fa molto caldo/ Mamma stai tranquilla sto arrivando», e poi si lancia in una riflessione sul denaro e i rapporti genitrice figlio che segnano l’età dell’adulta consapevolezza: «Tu dimmi se/ Pensavi solo ai soldi soldi/ Come se avessi avuto soldi/ Dimmi se ti manco o te ne fotti/ Mi chiedevi come va come va come va/ Adesso come va come va come va/ Ciò che devi dire non l’hai detto/ Tradire è una pallottola nel petto/ Prendi tutta la tua carità/ Menti a casa ma lo sai che lo sa/ Su una sedia lei mi chiederà/ Mi chiede come va come va come va/ Sai già come va come va come va/ Penso più veloce per capire se domani tu mi fregherai». Amarezze, incomprensioni, traumi pregressi (?) forse leniti dalla vile pecunia.

Ultimo (Niccolò Moriconi), il secondo classificato, ne «I tuoi particolari», dolente confessa: «È da tempo che cammino e/ Sento sempre rumori dietro me/ Poi mi giro pensando che ci sei te/ E mi accorgo che oltre a me non so che c’è/ Che mancan tutti quei tuoi particolari». Il tormento della donna perduta, probabilmente. Il trio Il Volo, terzo in classifica con «Musica che resta», con la consueta, classica forza melodica dei tenori prestati al pop, confessa un amore mosso da slanci e timori: «Mostrami la parte del tuo cuore che/ Nascondi nel profondo/ Ascolto tutti i tuoi silenzi/ Come è bello perdermi dentro ai tuoi occhi/ Sono io il tuo sogno? […] Tu che sei la forza e il coraggio/ La meta in un viaggio/ Il senso dei giorni miei/ Io ci sarò da ora e per sempre […] Stanotte stringimi/ Baciami l’anima/ Siamo musica vera che resta».

Istantanee dell’oggi, frammenti di un caleidoscopio italiano datato 2019. Cosa resterà di tutto ciò? Lo sapremo solo vivendo, citando un verso cantato da Lucio Battisti. L’importante è ricordarsi sempre, appunto, che «sono solo canzonette» (Edoardo Bennato).

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