Santa Sede, un vademecum per i casi di pedofilia nel clero

Vaticano – Il 17 luglio la Congregazione per la dottrina della fede ha pubblicato un «manuale di istruzioni» per guidare chi deve procedere all’accertamento della verità quando un minore subisce abusi da parte di un chierico. Non un testo normativo, ma uno strumento pensato per aiutare gli operatori del diritto sui «delicta graviora», «una ferita profonda e dolorosa che domanda di essere guarita»

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La Congregazione per la dottrina della fede pubblica un «manuale di istruzioni» per guidare chi deve procedere all’accertamento della verità quando un minore subisce abusi da parte di un chierico. Non un testo normativo, bensì uno strumento pensato per aiutare ordinari e operatori del diritto sui «delicta graviora», «una ferita profonda e dolorosa che domanda di essere guarita».

Richiesto nell’incontro dei presidenti delle Conferenze episcopali sulla tutela dei minori nella Chiesa (Vaticano, 23-24 febbraio 2019), il vademecum è diffuso nella versione «1.0», che prevede gli aggiornamenti, come risposta – 30 pagine e 9 capitoli – alle «Domande più ricorrenti sulla procedura con la premessa: «Soltanto una conoscenza approfondita della legge e dei suoi intendimenti può rendere servizio alla verità e alla giustizia, da ricercare con peculiare attenzione in materia di “delicta graviora”».

Le risposte provengono dai codici vigenti e dai motu proprio «Sacramentorum sanctitatis tutela» di Giovanni Paolo II (2001), aggiornato da Benedetto XVI (2010), e «Vos estis lux mundi» di Francesco (2019). Il vademecum risponde a 4 esigenze.

1) Tutela della persona umana: «La presunta vittima e la sua famiglia siano trattati con dignità e rispetto, offrendo loro accoglienza, ascolto e accompagnamento, assistenza spirituale, medica e psicologica. Altrettanto nei confronti dell’accusato. Va tutelata la buona fama delle persone coinvolte» anche se diffondere notizie non è violazione della buona fama. «Anche se il compimento del delitto è manifesto, l’accusato ha sempre diritto alla difesa; ha diritto di presentare domanda di essere dispensato dagli oneri connessi con lo stato di chierico, compresi celibato e voti religiosi; ha diritto di presentare appello contro una procedura penale o amministrativa, mentre la decisione del Pontefice è inappellabile».

2) Verifica scrupolosa e accurata di qualunque informazione su un caso di abuso. Anche se non c’è denuncia formale, anche se la notizia è diffusa dai media e dai social, anche se la fonte è anonima, si suggerisce di valutare e approfondire attentamente ogni informazione. Sempre valido il sigillo sacramentale: «Il confessore deve convincere il penitente a dare notizia del presunto abuso per altre vie».

3) Obbligo di rispettare il segreto d’ufficio anche se, nell’indagine previa, la presunta vittima e i testimoni non hanno «il vincolo del silenzio sui fatti». Si eviti «ogni inopportuna e illecita diffusione di informazioni, soprattutto nell’indagine previa, per non dare l’impressione di aver già definito i fatti. Se c’è un sequestro giudiziario o un ordine di consegna degli atti dell’autorità civile, la Chiesa non può più garantire la confidenzialità della documentazione». Sui comunicati si raccomanda «cautela e forme essenziali e stringate, senza annunci clamorosi e senza chiedere scusa a nome della Chiesa perché si finirebbe per anticipare il giudizio sui fatti».

4) L’importanza della collaborazione Chiesa-Stato: «Anche in assenza di un esplicito obbligo, l’autorità ecclesiastica presenti denuncia alle autorità civili quando lo ritiene indispensabile per tutelare la persona offesa o altri minori dal pericolo di altri atti delittuosi. L’indagine va svolta nel rispetto delle leggi dello Stato». Le misure cautelari non sono una pena ma un atto amministrativo che si può imporre per tutelare la buona fama delle persone e il bene pubblico o per evitare lo scandalo, l’occultamento delle prove o possibili minacce alla presunta vittima. Si invita a non usare la terminologia «sospensione a divinis» per indicare il divieto di esercizio del ministero, perché è una pena «che non può ancora essere imposta»: si usi «divieto o proibizione» di un esercizio del ministero. E si evitino i trasferimenti del chierico coinvolto.

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