Sarajevo, la condivisione è l’unica via per la pace

Si torna a parlare di ex Jugoslavia a 25 anni dalla fine del conflitto e dagli accordi di Dayton che, se hanno fatto tacere le armi, non hanno sanato le divisioni etniche: la notizia dell’assoluzione di Naser Oric, ex comandante musulmano della difesa di Srebrenica, arrestato nel giugno 2015 in Svizzera per crimini di guerra in Bosnia Erzegovina, riapre le ferite mai rimarginate. Ne abbiamo parlato durante la Settimana della scuola promossa dalla diocesi con mons. Pero Sudar, nominato da Giovanni Paolo II nel 1993 Vescovo ausiliare della capitale della Bosnia Erzegovina, quando la città era assediata dall’esercito serbo.

150

Mons. Pero Sudar, nominato vescovo ausiliare di Sarajevo nel 1993, quando la città era assediata dall’esercito serbo, è stato invitato lo scorso ottobre alla Settimana della scuola promossa dalla diocesi sul tema «Facciamo la pace». Lo avevamo intervistato 25 anni fa, in Bosnia-Erzegovina, quando la Caritas torinese avviò un gemellaggio con la diocesi di Mostar per sostenere la popolazione messa in ginocchio dalla guerra. «Tra le personalità più importanti nella ricostruzione civile e morale nell’ ex Jugoslavia» come l’ha definito l’Arcivescovo Cesare Nosiglia presentandolo agli studenti, abbiamo reincontrato mons. Sudar in una pausa della sua visita a Torino all’Arsenale della Pace.

Mons. Sudar, a 25 anni dall’assedio di Sarajevo, città simbolo della guerra civile, come vive la sua gente?

Sarajevo è prima di tutto una città dove la gente cerca di vivere e sopravvivere. Ma se con la capitale Sarajevo vogliamo identificare tutta la Bosnia-Erzegovina, allora bisogna dire che, purtroppo, non siamo ancora usciti dal tunnel. La guerra è ufficialmente finita 23 anni fa con gli accordi di Dayton ma, in un certo senso, continua perché la nostra vita è organizzata sui principi della separazione. Viviamo nella contraddizione di uno Stato unico (la Bosnia Erzegovina) dove convivono due Stati contrapposti (la Federazione croato-musulmana e la Repubblica Serba) in cui vengono sottolineate le differenze etniche conseguenza della divisione del territorio definito nei controversi accordi siglati nel 1995, rivelatisi un impedimento per la normalizzazione di un Paese uscito da una guerra civile. Ecco perché tutto è bloccato e sembra di essere ancora in guerra anche se non ci sono più i cecchini: la gente non vede prospettive e chi può lascia la Bosnia. Una situazione drammatica. E dopo un quarto di secolo ci chiediamo: che futuro abbiamo se i nostri giovani vanno a cercare futuro altrove?

Che risposte di speranza prova a dare la Chiesa cattolica?

Prima di tutto occorre tenere presente che la comunità cattolica in Bosnia Erzegovina teme per la sua stessa sopravvivenza perché siamo rimasti 370 mila in tutto il Paese (su circa 3 milioni e mezzo di abitanti) e ogni anno emigrano 15 mila persone, soprattutto giovani istruiti. La nostra prima preoccupazione è esistere. La seconda è di far capire alla nostra gente che nella paura non si può vivere, che dobbiamo vincerla e affrontare le sfide del nostro tempo, come ho cercato di sottolineare ai ragazzi al convegno della vostra diocesi.

Quali sfide?

La grande sfida di oggi è che dalle diversità non si può fuggire. Ovunque andiamo dobbiamo imparare a convivere con chi è diverso da noi. Per questo, come Chiesa, cerchiamo prima di tutto di dedicarci ai giovani, di insegnare nelle scuole a vedere l’altro come un’occasione di arricchimento senza temere che l’incontro ci impoverisca. Così mettiamo in pratica l’insegnamento di Gesù: l’uomo e la donna sono l’unica realtà sacra su questa terra. E poi c’è la sfida dei poveri: cerchiamo di aiutare, per quanto è possibile, chi non ha da mangiare e cerchiamo di farci da tramite per trovare occasioni di lavoro. Ma, soprattutto, insistiamo perché si guardi l’altro come fratello e non come nemico. Perché il nemico non si può amare: Gesù ci ha comandato di amare anche i nostri nemici e allora occorre trasformare il nemico in amico. Questo significa dare speranza. Nonostante, specialmente nel mondo Occidentale, siano sempre più forti le spinte ad aver paura del diverso, noi proviamo – imparando dal passato del nostro Paese da sempre un crocevia di popoli – che con chi è diverso da noi è possibile vivere e bisogna vivere se si vuole sopravvivere. Queste sono le sfide della Chiesa cattolica laddove siamo chiamati ad intervenire anche oggi quando, a causa delle chiusure di alcuni Paesi europei, spingono ai nostri confini i profughi che seguono la cosiddetta pista balcanica. Il nostro Paese ancora in ginocchio per i postumi della guerra non ha le risorse per accogliere dignitosamente chi fugge dalla morte e dalla fame. E, mentre è necessario che l’Europa ricca faccia la sua parte, noi invitiamo la nostra gente, che ha sperimentato cosa vuol dire essere vittime di conflitti e persecuzioni per motivi etnici, all’apertura e alla solidarietà per quando ci è possibile. Tutti dobbiamo capire che nei secoli l’uomo è sopravvissuto grazie alle migrazioni, tutti siamo profughi. L’umanità senza muoversi, senza camminare da una regione all’altra non avrebbe avuto futuro. La nostra storia è un lungo pellegrinaggio e questo ci obbliga ad avere un atteggiamento più umano e più solidale.

Lei è molto conosciuto per aver fondato nel suo Paese le «Scuole per l’Europa» che poi si sono diffuse al di là dei confini dell’ex Jugoslavia: una grande sfida lanciata durante la guerra…

Questa esperienza è nata per la necessità della sopravvivenza dei cattolici. Durante la guerra, come tutte le altre istituzioni, anche le scuole sono state divise secondo le etnie (musulmani, ortodossi, cattolici) vittime di un’ideologia del tutto disumana che ha stabilito «possiamo vivere solo se ci separiamo». Invece siamo convinti che il mondo avrà futuro se si bandisce l’ideologia della separazione: la storia ci insegna che l’umanità non sopravvive se non c’è incontro fra popoli. Così, per contrastare le divisioni, ci siamo detti mentre Sarajevo era sotto assedio: ‘apriamo una piccola scuola per dare un rifugio ai figli delle famiglie cattoliche perché non siano costretti a lasciare la città’. Era il nostro modo per opporci alle separazioni che ci venivano imposte aprendo le scuole a tutti coloro che – senza differenze di appartenenza religiosa – desideravano essere educati in modo «normale»

Cosa intende per «normale»?

Significa educare a considerare l’altro come se stesso, significa mettere a frutto un dono che Dio ha dato solo all’essere umano, la ragione. La malattia principale che affligge oggi l’uomo è di non ragionare. Quando si ragiona ci rendiamo conto che Qualcuno ci ha creati e che quel Qualcuno mi ama e, se ama me, ama tutti indistintamente. Allora anche io sono obbligato ad amare tutti per quanto è mi possibile. Quando mi domandano ‘qual è l’obiettivo delle scuole per l’Europa’ rispondo: ‘Aiutare i giovani a diventare uomini e donne normali’ e molti mi fanno notare che questo non è nulla di eccezionale… Io invece sono convinto che tutta la rivelazione, tutte le religioni, tutta la cultura, tutto il bene nella storia umana tende solo ad aiutare l’uomo a essere “normale”, ad amare il prossimo anche se oggi è molto difficile.

E così, grazie anche al sostegno della Chiesa italiana e di tutti coloro che hanno destinato l‘8 per mille alla Chiesa cattolica con cui si è finanziato il nostro progetto, abbiamo vinto la nostra scommessa, nonostante le condizioni molto sfavorevoli in cui è nato: coloro che hanno scelto di iscrivere i loro figli nelle ‘Scuole per l’Europa’ desideravano una scuola buona e una buona educazione. E così è stato, le scuole sono sopravvissute e funzionano bene. E di questo saremo sempre grati all’Italia.

Lei, croato, è stato scelto da Giovanni Paolo II vescovo ausiliare di Sarajevo nel culmine della guerra civile che dilaniava l’ex Jugoslavia: cosa le è rimasto di quegli anni così difficili?

Mi è rimasta la convinzione che non ci si deve mai arrendere. Questo grande santo durante tutto il suo Pontificato non si è mai arreso davanti al male, ci ha spronati a non arrenderci davanti alla guerra ma di provare a fare quello che è possibile per fermarla. Papa Wojtyla ci ha insegnato a non tentare l’impossibile così da stancarci e non fare nemmeno il possibile. Ecco: tutto quello che cerco di fare non è nulla di importante, niente di speciale: cerco di fare piccole cose possibili condividendo ciò che fa la gente ‘normale’ che per me significa essere disponibile a ricevere tutti quelli che mi cercano, a lasciarli parlare, sfogarsi… Ascolto tutti e cerco di immedesimarmi nella situazione di chi mi chiede aiuto. Non posso risolvere tutti i problemi della mia gente ma posso condividere la loro condizione di vita, la loro sofferenza. Questo credo sia il ruolo della Chiesa perché Dio si è fatto uomo per condividere con noi la nostra vita. Ascolto, condivisione, consolazione: è ciò che oggi noi cristiani possiamo e dobbiamo fare.

 

 

 

 

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome

4 × cinque =