Sbarcati anche a Torino i profughi della nave “Diciotti”

Intervista all’Arcivescovo Nosiglia – Accolti al Cottolengo due eritrei, vivranno nella stessa comunità che ospita la famiglia di Beauty, la nigeriana morta lo scorso inverno, respinta sul confine francese di Bardonecchia. La Diocesi si era resa disponibile ad ospitare 15 persone. L’accoglienza della Chiesa italiana

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Due profughi eritrei provenienti dalla nave Diciotti sono giunti a Torino mercoledì 5 settembre, accolti dalla Diocesi che li ospiterà presso il Cottolengo. Per ottenere la fine del blocco ordinato in agosto dal Governo contro lo sbarco dei profughi dalla nave ormeggiata a Catania, la Conferenza Episcopale Italiana si era impegnata ad accogliere cento immigrati eritrei, ospitandoli temporaneamente presso il Centro «Mondo migliore» di Rocca di Papa (Roma). Ora è iniziata la ripartizione nelle diocesi. Abbiamo chiesto all’Arcivescovo mons. Nosiglia di raccontare l’accoglienza predisposta a Torino.

«Fin dalla domenica 26 agosto – spiega Nosiglia – avevamo dato la piena disponibilità della nostra Diocesi ad accogliere fino a 10-15 immigrati. Poi il grande numero delle Diocesi (40) che hanno aderito all’iniziativa della Cei ha permesso una redistribuzione più ampia sull’intero territorio italiano. Così da noi arrivano 2 giovani eritrei che saranno accolti dal Cottolengo. Un pullman con due volontari di Migrantes è andato a Rocca di Papa per accompagnarli a Torino».

«Diverse altre realtà, comprese alcune parrocchie – prosegue l’Arcivescovo – si erano rese disponibili e questo mi ha confermato la concreta e immediata risposta che la Diocesi è sempre pronta a dare alle richieste che riguardano i poveri, senza dimora, immigrati e rifugiati, famiglie in difficoltà di casa e di lavoro».

Nella Messa per la festa patronale di San Giovanni Battista lo scorso 24 giugno Lei ha sottolineato come Torino non abbia mai rifiutato nessuno. Ancora una volta la nostra diocesi spalanca le porte a fratelli che hanno vissuto una situazione drammatica: in fuga dalla miseria per una settimana sono stati tenuti come «ostaggi» in una nave in condizioni umanitarie, sanitarie e igieniche insostenibili. Alla fine è la Chiesa ad aver dato una risposta concreta e solidale ad una situazione di stallo. Con l’accoglienza delle diocesi italiane quale segnale dare all’Italia e all’Europa?

La pronta generosità manifestata dalle Diocesi italiane ha manifestato l’intenzione di aderire in modo concreto all’appello della Cei facendosi carico delle necessità di umanità e di accoglienza in nome del Vangelo, che l’immigrazione pone al nostro Paese. Per parte nostra continueremo su questa strada senza tentennamenti e riserve e senza polemiche. Perché i fatti concreti sono più eloquenti delle tante parole che su questa tema  si sprecano dividendo l’opinione pubblica. Torino, riconosciuta come città della Provvidenza, si è ancora una volta dimostrata all’altezza della sua fama e ha dimostrato il suo vero volto.

Il modello dell’accoglienza diffusa, dunque, funziona…

Sì, lo abbiamo sperimentato molte volte in questi anni e credo sia la via vincente per ridare dignità alle persone conosciute e valorizzate per quello che sono e possono offrire con la loro presenza e il loro impegno. L’accoglienza non può limitarsi a dare a questi nostri fratelli e sorelle come a tanti poveri delle nostre città e territorio, un alloggio comunitario, ma deve preoccuparsi di accompagnarli poi uno a uno a trovare la propria realizzazione nella società, secondo percorsi di formazione e di inserimento che a partire dalle loro specifiche competenze e dalle potenzialità di cui sono portatori.

L’operazione di sgombero di una delle palazzine dell’ex villaggio olimpico Moi condotta ad agosto grazie al lavoro sinergico di Comune, Diocesi, Regione, Prefettura, Questura e Compagnia di San Paolo, con al centro un piano di inclusione per i rifugiati che le occupano, dimostra che è possibile strutturare un progetto di integrazione vera nel tessuto cittadino. Qual è il segreto di questo lavoro? Può divenire modello per situazioni analoghe di povertà?

Quando si uniscono insieme soggetti diversi, ma animati tutti dai valori della giustizia, solidarietà e amore, nessuno riesce a fermarne l’efficacia positiva di azione anche sociale e culturale di cui sono portatori, per tutti. Ogni persona di buona volontà non può non sentire nella propria coscienza e riconoscere il bene che questo impegno produce per sé e per gli altri. Sì, sono certo e credo fermamente che il bene alla fine fa sempre breccia nel cuore di ogni persona, inquieta le coscienze e ottiene risultati insperati ma resi possibili. Mi auguro che continuiamo su questa strada uniti e concordi, credenti e laici a promuovere una civiltà dell’amore ricca di gesti e di impegni concreti ed efficaci, rivolti ai più poveri e bisognosi, senza rifiutare ed escludere nessuno, ma sostenendone le difficoltà e promuovendone i diritti propri di ogni cittadino.

È una via esemplare di cui possiamo essere fieri in quanto offre un percorso efficace per affrontare e risolvere insieme non solo i problemi dell’immigrazione ma anche quello più ampio delle diverse situazioni di povertà assoluta o relativa che colpiscono un numero sempre maggiore di persone e famiglie del nostro territorio.

È del resto sotto gli occhi di tutti che il forte impegno della diocesi di Torino e dell’intera Chiesa italiana verso i migranti e rifugiati, nasce dalla necessità di far fronte ad un’emergenza umanitaria spaventosa; ma è altrettanto constatabile ogni giorno il forte impegno delle nostre parrocchie e realtà di volontariato, verso i tanti poveri e famiglie bisognose che sono tra noi e che aumentato sempre più per la situazione precaria in cui vive una parte cospicua della popolazione.

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