Scuole chiuse. Rischiano di riaprire senza dirigenti

Emergenza – La gestione caotica dei concorsi nazionali ha lasciato sguarnito il 40% degli Istituti, centinaia di scuole piemontesi rischiano di riaprire a settembre senza preside. Avremo un altro anno tappabuchi?

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La gestione della Scuola italiana è ogni giorno più difficile, e questo fine anno di lezioni non ha l’aria di fare eccezioni. Mentre migliaia di alunni cominciano le vacanze, la macchina scolastica che deve mettersi in moto per riaprire il prossimo settembre rischia di incepparsi a causa della mancanza cronica di dirigenti (i presidi e i direttori didattici, per intenderci).

Fino a poche settimane fa pareva che stesse finalmente giungendo a conclusione l’iter di un concorso nazionale bandito nel 2017 per assegnare un dirigente a tutte le direzioni scolastiche «scoperte». Invece le procedure stanno andando a rilento, troppi i ricorsi, c’è il forte rischio che l’autunno arrivi senza le agognate nomine.

Nella provincia di Torino mancano attualmente 104 dirigenti su un totale di 267 istituti; 15 andranno in pensione il prossimo 30 settembre. A livello nazionale le sedi senza titolare sono oltre 2.400 su un totale di circa 8.100 scuole. Insomma, circa il 40% degli istituti italiani è sprovvisto di dirigenza.

Questa anomala situazione –cui le Direzioni Regionali rimediano di anno in anno con supplenze temporanee (le «reggenze» nel burocratese scolastico) affidate a dirigenti che già hanno la responsabilità del proprio istituto – si è creata  nel corso degli ultimi anni perché i concorsi sono pochi e troppo distanziati nel tempo. L’ultimo ad essere bandito, prima del precedente, risale al 2011. Da allora, per via dei pensionamenti, le scuole senza titolare sono andate sempre crescendo di numero, giungendo a situazioni limite nelle piccole realtà di provincia, in specie quelle montane. I casi più diffusi sono quelli degli istituti comprensivi con numerosi plessi, spesso distanti tra loro diversi chilometri, che coinvolgono più amministrazioni comunali con le difficoltà gestionali che è facile immaginare (si pensi alla sola questione delle sicurezza).

Finalmente nel 2017 era stato autorizzato dal Ministero dell’Economia un nuovo concorso. Erano stati messi a bando 2.425 posti da dirigente, equivalenti ai posti vacanti nell’anno scolastico 2017-2018, più quelli che si prevedeva si sarebbero resi disponibili a seguito dei pensionamenti tra il 2018 e il 2021.  Con un successivo provvedimento i posti a concorso erano stati addirittura aumentati a 2900, una quota in grado di eliminare il fenomeno delle «reggenze» sull’intero territorio nazionale. Alle prove nell’autunno scorso si sono presentati 30 mila candidati e, dopo i severissimi test preliminari, i docenti che hanno superato la prova scritta sono stati 3795. In queste settimane sono ovunque in corso le prove orali. Ma il concorso che secondo le previsioni dovrebbe finire entro l’estate (per portare i primi presidi a scuola a settembre 2019) sta trascinandosi…

Il rischio che l’intera macchina concorsuale si blocchi a seguito di molteplici ricorsi è purtroppo un’eventualità realistica. Non è certo la prima volta che i concorsi scolastici sono intralciati da ricorsi più o meno pretestuosi con i Tar (specie quello del Lazio) piuttosto di manica larga. Il concorso per dirigenti del 2011 in Lombardia, per esempio, è andato avanti fino al 2014; in precedenza un caso analogo si era avuto in Sicilia.

Questa volta la spada di Damocle risulta ben più pesante e non tocca soltanto una regione, ma l’intero territorio nazionale. È stato infatti presentato un ricorso che potrebbe addirittura portare all’annullamento della prova scritta. Nel mirino dei ricorrenti c’è la prova d’esame che si svolse in Sardegna, non il 18 ottobre come nelle altre regioni, bensì il 13 dicembre 2018, per gravi motivi meteorologici. I candidati sardi furono  sottoposti a test diversi da tutti gli altri, e sono automaticamente diventati riconoscibili agli occhi delle commissioni d’esame, violando il principio dell’anonimato.

Se il concorso è nazionale – ragionano i ricorrenti – le condizioni di svolgimento devono essere uguali per tutti. Il prossimo 2 luglio si pronuncerà sulla questione il Tar del Lazio, con un giudizio che potrebbe spingersi fino all’estrema decisione di invalidare le prove fin qui espletate (cioè praticamente l’intero il concorso) con la necessità di ricominciare tutto daccapo. Ma poiché è facilmente prevedibile che in questo caso si inneschi la reazione di quanti nel frattempo hanno superato le prove, tra ricorsi e controricorsi il concorso andrebbe in stand by con buona pace delle 2.400 «reggenze» in atto.

Come non bastasse questa pesantissima tegola, un’altra questione sta inquinando il concorso presso alcune commissioni. La procura di Roma ha aperto un’indagine per appurare se corrispondano al vero o meno (ma pare proprio che siano fondate) le denunce in relazione alla «ubiquità» di alcuni commissari che durante la correzione dei compiti risultavano presenti anche in altre sedi ufficiali (Consigli comunali, Consigli d’istituto, ecc.). Non è dato di sapere quali siano le dimensioni del fenomeno che, in ogni caso, gettano un’ombra di sospetto sulla trasparenza per lo meno di alcuni atti concorsuali.

Un gruppo di concorrenti ha costituito un gruppo di pressione per tutelare i propri diritti. «L’Italia non può diventare un ricorsificio – si legge in un documento disponibile in rete – a ogni procedura concorsuale e il continuo gettare discredito sulle istituzioni, e in maniera indiretta su chi vince la procedura concorsuale, non è degno di un paese civile e nemmeno, ci permettiamo di affermarlo, di chi aspira a rappresentarle. Ci sentiamo professionalmente offesi da tutta questa vicenda: pensare che si rimetta in discussione l’iter concorsuale nel momento in cui si sono già svolte (e quasi concluse) le prove orali è francamente inaccettabile: se così sarà, si entrerà in un contenzioso infinito per le inevitabili azioni legali intraprese dai controinteressati». Come non avere a cuore i diritti di chi il concorso l’hanno regolarmente passato!

Ma il problema cui la politica deve dare risposta è un altro: si possono ancora immaginare concorsi nazionali di così complessa gestione, oppure sarebbero preferibili concorsi decentrati (per esempio a livello regionale), oppure ancora sarebbero meglio altri percorsi d’immissione in ruolo, già altrove sperimentati, per esempio la creazione di graduatorie di abilitati alla dirigenza da cui attingere i futuri dirigenti?

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